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La felice e violenta vita di Maribel Ziga. Un mémoire di Itziar Ziga



L’ossimoro, nel parco delle figure retoriche, è un po’ inflazionato, ma sempre d’effetto.
È ossimorico il titolo di una delle uscite di quest’anno di D EditoreLa felice e violenta vita di Maribel Ziga, (traduzione a cura di Traduttrici militanti) mémoire dedicato alla madre dall’autrice Itziar Ziga, anarchica, giornalista e attivista transfemminista basca. Ma si tratta proprio di un ossimoro? È contraddittorio che una vita violenta sia felice? Forse no, magari sei sadica. Ma se la vita violenta in questione non è la vita del violento, bensì della sua vittima? Si può essere una vittima felice?

Ziga

Con questo libro Itziar Ziga non solo afferma che si può, ma a partire dal vissuto di sua madre Maribel e dal proprio, proclama che la gioia e la risata di una donna che subisce violenza sono sovversive, strumentali per rovesciare una narrazione che crea uno «star system delle vittime di violenza». La felice e violenta vita di Maribel Ziga è un percorso di liberazione in quattro atti che dal racconto autobiografico della violenza domestica, e dello stupro, attraverso l’elaborazione del trauma e l’appropriazione della propria storia, passando per l’incontro con il femminismo, conduce alla consapevolezza e quindi alla militanza.

Atto primo. Amore e morte.

Itziar Ziga è cresciuta con un padre violento, l’ha visto picchiare sua madre e lei stessa è stata vittima di violenza: a quindici anni è stata stuprata da uno sconosciuto che l’ha seguita in ascensore. Per dirla con parole sue ha sperimentato «la versione più gore del machismo». Eppure quello che sconvolgerà chi legge il racconto di queste esperienze non sarà la loro brutalità, ma la luminosità, la vivacità, l’allegria e l’irriverenza con cui Ziga le ripercorre: in questo suo «libro-harakiri» non riuscirete a trovare traccia di patetismo o vittimismo, bensì un’energia impetuosa.

«Ridere è una predisposizione, un’abitudine, e anche una scelta. Si decide di resistere ai dolori e alle oppressioni e di non perderti il ballo della vita.»

Atto due. Consapevolezza e violenza.

Ziga condanna con convinzione e senza riserve la violenza di suo padre, di cui non porta il cognome e che identifica con l’oppressione del sistema eteropatriarcale; tuttavia la figura di quest’uomo non sorge tra le pagine come il ritratto manicheo di un orco, ma come un essere umano, sfaccettato e complesso, tragico e sofferto, colpevole di orrore, ma anche capace di educare a un rapporto libero e spregiudicato con il corpo, con la sessualità e con la diversità. Questo libro è un corpo vivo e pieno di energia, e il suo cuore pulsante batte a pagina 78, quando per la prima volta leggiamo il nome del padre violento dell’autrice:

«Mio aita si chiamava Ramón, Ramón María Guindo Liberal, e credeva nella reincarnazione. Scommetto che gli sarebbe piaciuto tornare in questo mondo e non fare del male alle donne che amava, ed essere mille volte più felice di quanto non fu. Piansi molto quando morì, piansi amaramente la sua solitudine e il suo fallimento. Lotto per abbattere il patriarcato anche per lui, non voglio che continui a fabbricare uomini che sono un inferno e donne che sprofondano nell’abisso per amarli.»

Atto tre. Povertà e sopravvivenza.

Itziar Ziga è anarchica e il suo anarchismo si riflette nello stile della sua scrittura, un caos ben governato e lucidissimo. Ogni parola in questo libro, anche la più rabbiosa, è consapevole e scelta con cura, ognuna ha il suo posto, solo che è un posto spiazzante e inatteso, che riflette un percorso personale di crescita ed elaborazione e una capacità stupefacente di guardare al reale con sguardo anticonformista. Nella costruzione di un discorso più ampio che prende le mosse dal suo vissuto Ziga riesce, in modo limpido e conciso, a far apparire di facile soluzione nodi controversi: l’aver provato in prima persona quanto sia difficile spezzare un legame quando si ama qualcuno, anche se ci tratta male; il peso del fattore economico nelle relazioni umane; il valore dei rapporti di amicizia e con la comunità perché l’isolamento è condizione necessaria della violenza.

Ziga

Atto quattro. Rivoluzione.

È nell’ultima parte che la natura ibrida di questo libro si rivela pienamente. Anche nei passaggi più narrativi e autobiografici Ziga inserisce la propria storia in una prospettiva ideologica, la rende esempio e strumento per impostare una riflessione molto più ampia sul mondo in cui viviamo e sulla necessità di unirsi per cambiarlo. L’ultimo atto, più saggistico, si concentra sui dati della violenza e della discriminazione di genere, sul pensiero femminista e sull’azione concreta, non come un’appendice staccata dagli atti precedenti, ma in modo fluido e armonioso, come culmine e coronamento di un’autobiografia che riesce a creare l’illusione di avere un andamento erratico mentre procedeva invece dritta verso questa meta.

«Il patriarcato è l’unico sistema di oppressione nel quale oppressori e oppresse convivono e mantengono un vincolo affettivo: i latifondisti non dormono nello stesso letto o mangiano allo stesso tavolo dei nullatenenti, né lo fa l’oligarchia borghese con la classe operaia che sfrutta. […]
Se storicamente si fonda una società sull’indissolubilità della famiglia eteronucleare e si programma metà della popolazione – precisamente quella metà che genera nuove vite dalle sue carni – perché si prenda cura e sostenga la propria indissolubile famiglia, superiore, adorato, temuto, indiscutibile, terribile, come Dio deve essere, ecco che il dramma è assicurato. Ognuna a casa sua e un maschio a casa di tutte. Il patriarcato distrugge la comunità affinché il Potere sfrutti il popolo. Le famiglie devono essere indissolubili così che la gente non sia moltitudine, assemblea, comune, non sia rivoluzione, orda inarrestabile che distrugga la casa del padrone. Alla fine, era il patriarcato l’oppio dei popoli.»

D editore ha scelto la voce di Iziar Ziga per inaugurare la sua collana Malatempora. Manifesto:

Malatempora è la fenice, è la voce di chi dissente, di chi disturba, dissacra, o semplicemente dice che l’imperatore è nudo.
Malatempora è la voce di chi non può e non deve tacere, le grida dal fondo.
Malatempora è la voce del transfemminismo, dell’anticapitalismo, della controcultura e la controinformazione della rivolta al presente eteropatriarcale.
In ogni tempo e in ogni luogo.

L’edizione italiana del memoire di Itziar Ziga è come un abito su misura per il testo che ospita: veste perfettamente l’autrice di Diventare cagna. Questo libro di piccolo formato, con una grafica e un lettering che richiamano i volantini che invitano alle manifestazioni, è agile, compatto, tascabile davvero e potrete portarlo con voi, come un talismano, per trarre energia dall’intelligenza e dalla forza incontenibili di Ziga, sopravvissuta con il potere della risata, dell’irriverenza, della sorellanza.






Photo credits
Copertina – Marija Zaric tramite Unsplash
Illustrazione alternativa di Alessio “Blue Magic” Villotti per D Editore

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