In principio erano le Madri. Dalla Dea-madre ancestrale venerata dai popoli neolitici al richiamo oscuro di figure come Lilith, Cibele ed Ecate, dalle tre Parche alla Vergine Maria assunta corporalmente in cielo come da dogma della religione cattolica, passando attraverso il concetto ebraico di Shekinah e senza dimenticare le componenti matriarcali dell’immaginario goethiano, o la rivalutazione della stregoneria nell’età moderna, fino alle figure materne del cinema horror degli ultimi decenni concepite da Dario Argento, Ridley Scott, James Cameron e Luca Guadagnino – un intero filone carsico della cultura occidentale ruota attorno al Femminile e alla maternità.
Nel 1861 era stato lo storico e antropologo svizzero Johann Jakob Bachofen ad avviare gli studi sul tema con il suo monumentale Il matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia nel mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici. Nel corso del Novecento, complice l’avvento da un lato della psicoanalisi, dall’altro degli studi femministi, e del difficile dialogo che le due discipline hanno intessuto, interventi, interpretazioni e saggi sul tema del Femminile sommerso si sono moltiplicati, fino ad arrivare, in tempi recenti, a Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne di Jude Ellison Doyle. La visione tradizionale di certo femminismo novecentesco vedeva le religioni monoteiste, se non le religioni istituzionali tout court, impegnate in una crociata contro il Femminile, e si è assistito a fenomeni interessanti di riscoperta della Grande Madre mediterranea e di altri culti analoghi; ma, per quanto questa lettura della storia delle religioni abbia un buon margine di verità, studi specialistici hanno ulteriormente problematizzato la questione, soprattutto nel rapporto tra le religioni giudaico-cristiane, eresie e misticismi inclusi, e il Femminile in quanto tale. Nel panorama editoriale italiano degli ultimi tempi sono usciti due importanti studi in materia: L’apoteosi del Femminile nella Qabbalah di Moshe Idel, considerato il più importante storico dell’ebraismo vivente, edito da Adelphi, e La voce della dea gnostica. Tuono, mente perfetta: da Nag Hammadi ad Alan Moore di Paolo Riberi, pubblicato da Venexia.
Il volume di Riberi è il primo, almeno in Italia, a esplorare nel dettaglio l’antico poema Tuono, mente perfetta, di cui propone anche una traduzione integrale. Si tratta di un complesso testo gnostico proveniente dalle sabbie di Nag Hammadi, narrato tutto in prima persona da parte di un inafferrabile principio divino femminile, con versetti di sconcertante attualità: «Io sono la prima e l’ultima / Io sono la onorata e la disprezzata / Io sono la puttana e la santa / Io sono la moglie e la vergine / Io sono la madre e la figlia». Tuono, mente perfetta non propone una cosmogonia chiara, ma la lascia scorgere: come dice la dea «è dalla Potenza che venni inviata / è a chi mi pensava, che io giunsi / Sono stata trovata / tra coloro che mi stavano cercando». Una buona componente di immanenza sembra farsi strada tra le pieghe nel testo, come nell’esortazione della dea a chi la cerca: «non inseguitemi / sono dinanzi ai vostri occhi».

Come spesso capita nei testi di impronta gnostica, quell’eresia eterna che nei primi secoli della nostra era propose una contro-lettura della Bibbia suggerendo uno sdoppiamento della divinità tra un “funesto demiurgo” responsabile della creazione di un mondo fallace e di un “principio divino positivo” a cui ricondurre la stessa figura del Cristo, in Tuono, mente perfetta il paradosso è di casa: «Voi, che dite la verità sul mio conto: mentite! / Voi, che avete detto il falso sul mio conto: siate sinceri! / Voi, che sapete di me: ignoratemi!». La potente voce che risuona in Tuono, mente perfetta si pone in maniera tangenziale alle credenze dell’epoca in cui fu scritto il testo, i caotici primi secoli dell’era cristiana: «Perché mi avete odiata, voi greci? / Forse perché sono una barbara tra i barbari? / Io sono la Sophia dei greci / e la Gnosi dei barbari». L’accoglienza sembra essere uno dei tratti caratteristici della dea di Tuono, mente perfetta, conformemente alla natura femminile e a tratti materna di questa vox clamantis: «Io sono l’ascolto che tutti accolgono / e la parola che non si può pronunciare / Io sono il nome / del suono, e il suono / del nome. Io sono / il segno della scrittura / e il prodotto della divisione».
Ma chi è la dea che parla in questi versetti? Nel saggio Paolo Riberi si immerge nelle fonti religiose rimosse dell’ebraismo canonico, accennando anche al culto di Iside e di altre dee venerate nel bacino del Mediterraneo, ma riscoprendo soprattutto Asherah, figura centrale nella mitologia semitica e cananea, compagna e paredra del dio del cielo El, affiancata in un primo tempo allo stesso Yahweh – peraltro indicato come “El” o più spesso “Elohim” nell’originale ebraico del testo biblico – prima che i testi poi confluiti nella Bibbia canonica escludessero radicalmente questa possibilità. Nel contesto della lotta ingaggiata dai profeti ebraici contro il politeismo locale in Israele e in Giudea, nel Libro di Geremia si coglie distintamente la resistenza del popolo nei confronti dell’imposizione del monoteismo religioso: «Quanto all’ordine che ci hai comunicato in nome del Signore, noi non ti vogliamo dare ascolto; anzi decisamente eseguiremo tutto ciò che abbiamo promesso, cioè bruceremo incenso alla Regina del cielo e le offriremo libazioni come abbiamo già fatto noi, i nostri padri, i nostri re e i nostri capi nelle città di Giuda e per le strade di Gerusalemme», ribatte un’anonima vox populi al profeta Geremia in uno degli ultimi capitoli del suo Libro.
Faticosamente, le autorità regali e religiose di Israele, di concerto con i profeti e a dispetto dei molti stravolgimenti storici che la Terra Santa attraversò nel corso della sua storia, riuscirono a imporre il culto del Dio unico. Tuttavia, anche quando l’ebraismo monoteista si fu consolidato, all’interno degli stessi libri della Bibbia al di fuori del Pentateuco continuò a farsi strada la tentazione di un principio femminile che fosse quantomeno emanazione del Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe e Mosé.
«A raccogliere il testimone di Asherah, l’antica consorte di Yahweh, c’è ora Chokmah, la Sapienza personificata, che spesso in ebraico assume una marcata identità femminile. Inizialmente la Sapienza è soltanto un attributo di Dio, un dono che questi sceglie di condividere con alcuni prescelti tra gli uomini. Secondo la leggenda, il primo a riceverla in massimo grado sarebbe stato proprio re Salomone», scrive Riberi. «Con l’evoluzione del filone sapienziale, tuttavia, Chokmah si trasforma ben presto in un vero e proprio personaggio femminile a sé stante, dotato di un’identità e di una volontà propria, autonoma e spesso complementare rispetto a quella di Yahweh. Si tratta del volto materno, accogliente e consolatorio della divinità ebraica, il viatico mediante il quale l’umanità può accedere al Padre. Molti secoli dopo, la sua identità finirà per confluire in quella della Shekinah, la Sposa Celeste, manifestazione visibile della presenza di Dio.»
La situazione del principio femminile all’interno dell’ebraismo ufficiale si complica ulteriormente dopo l’avvento di Gesù, in quei confusi, primi secoli dell’era cristiana che portarono alla redazione di numerosi testi autoproclamantisi sacri, nel contesto della nuova religione sorta da quella ebraica con la realizzazione paradossale della promessa messianica in un Figlio di Dio crocifisso; di questi scritti, pochissimi furono inclusi nella Bibbia cristiana canonica, e tutti gli altri rimasero relegati alla condizione di apocrifi, se non tout court di eretici, non appena la Chiesa ebbe un’organizzazione sufficiente a pronunciare questo genere di giudizi dottrinali. A essere accostato a un principio femminile è innanzitutto Gesù, ma l’attenzione, in quei primi secoli, non era affatto rivolta a sua madre Maria, bensì a una sua presunta compagna. Ne La voce della dea gnostica si ricorda brevemente anche quel passo del Vangelo di Filippo sulla Maddalena, su cui Dan Brown e i numerosi suoi epigoni hanno abbondantemente speculato e che Riberi riporta tenendo conto delle lacune testuali che il testo conservatosi fino a noi presenta; Riberi evidenzia però che le condizioni di conservazione del testo consentono di limitarci a questa come unica traduzione fedele, tenendo conto delle lacune e delle parole perdute nei quasi due millenni di travagliata “storia editoriale” e soprattutto filologica del Vangelo di Filippo e di altri analoghi componimenti gnostici: «la compagna del (…) è Maria Maddalena (…) amava (…) più dei discepoli e spesso la baciava sulla (…). Gli altri discepoli (…) gli domandarono: “Perché l’ami più di tutti noi?”».
Tra le molte contro-letture della Bibbia ebraica proposte dagli gnostici, le più sorprendenti riguardano quelle del racconto dell’Eden e della caduta dell’uomo; e come il ruolo del serpente venne completamente rivalutato dalla gnosi, allo stesso modo anche la figura di Eva subì una rilettura decisamente positiva. Nell’Apocalisse di Adamo è lo stesso protagonista a riconoscere ad Eva il suo primato, dicendo al figlio Seth che «tua madre mi fece conoscere una parola di Conoscenza riguardo al Dio eterno, ed al fatto che io e lei eravamo simili ai Grandi Angeli eterni. Noi infatti eravamo superiori al “dio” che ci aveva plasmato (dal fango), e alle potenze che stanno insieme a lui (gli Arconti)». E l’ipotesi che la voce narrante di Tuono, Mente Perfetta sia Eva, magari la “Eva spirituale” introdotta dallo scritto Origine del mondo con il mito delle due Eva, è parzialmente suffragata dai versi del componimento gnostico.
Come commenta Riberi, più che assurdo o privo di senso, Tuono, Mente Perfetta è uno scritto intenzionalmente illogico, concepito per «sovvertire quella logica formale tanto cara alla platea di lingua e cultura greca a cui sono espressamente indirizzate le parole della Dea», platea soggetta ai diktat della logica e della filosofia aristoteliche.
«Dal punto di vista sociale e antropologico, la parabola della Dea caduta che riecheggia anche negli enigmatici versi di Tuono, Mente Perfetta sembra voler dare voce al ruolo stesso della donna nel mondo antico, decaduta da “santa” a “puttana” nonché, nel mondo giudaico, da “dea” a “vittima”. È possibile che a redigere il componimento possa essere stata proprio la mano di una donna? L’ipotesi, così come nel caso di altri scritti gnostici, non può certo essere esclusa.»
Tuono, Mente Perfetta raggiunge così una posizione di avanguardia speculativa e intellettuale anche nello stesso contesto dei testi gnostici, come evidenzia Riberi:
«Lo gnosticismo attinge a piene mani dalla cultura greca, proponendo una dottrina assai più dotta e raffinata di quella giudaico-cristiana delle origini: dal pensiero che precede l’azione alla voce (phoné) ancora inarticolata, e dalla parola razionale (logos) pienamente formata al nome, il cammino delle varie manifestazioni della Dea sembra ripercorrere fedelmente il modello delineato dalla scuola stoica e dagli allievi di Platone. Compare, però, anche un elemento del tutto inedito: prima di assumere tutte queste identità, la Dea di Tuono, Mente Perfetta si autodefinisce anche “il silenzio che non si può afferrare”, ossia l’abisso primordiale da cui promanano il pensiero, la voce, le parole e i nomi.»
In principio erano le Madri, appunto: e le dee, e un mai sopito principio femminile di culto, venerazione e creazione.
Il saggio di Moshe Idel L’apoteosi del Femminile nella Qabbalah, incluso da Adelphi nella collana “Il ramo d’oro” in cui avevano trovato spazio anche gran parte delle precedenti pubblicazioni in italiano del grande storico rumeno-israeliano, ci porta cronologicamente più avanti nel tempo, all’epoca del Medioevo inoltrato e del Rinascimento. Incentrato sulla complessa questione della presenza del Femminile nelle strutture teosofiche di importanti cabbalisti, di maestri hassidici e di pensatori sabbatiani, il saggio di Idel prosegue la densa riflessione sulla Qabbalah avviata dallo studioso sin dagli anni Ottanta, quando gli studi ebraici furono scossi dall’apparizione del suo seminale e discusso Qabbalah. Nuove prospettive. Riallacciandosi sin dalla prefazione a una pratica di “archeologia del sommerso” negli studi religiosi e filologici, e affermando con un po’ di celia che quello trattato sia un argomento fuori moda «nonostante e forse anche a causa della recente ondata di interesse per l’ideologia femminista», Moshe Idel va a investigare testi di grandi maestri della mistica e della teologia ebraica come Moshe Cordovero, Shelomoh ha-Levi Alqabetz, Yitzhaq Luria Ashkenazi, vissuti nel Cinquecento, e Mosheh Hayyim Luzzatto, del Settecento, alla ricerca di elementi a suffragio della sua prospettiva interpretativa, fino ad inquadrare il ruolo privilegiato del Femminile nella Qabbalah ashkenazita dell’età moderna.

Come rimarca Idel, la Bibbia parlava spesso, soprattutto nei libri profetici, della nazione israelita come consorte di Dio:
«L’esaltazione della Femmina nella Qabbalah teosofica ha connotazioni che in molti casi la privilegiano quale rappresentante dell’entità nazionale nella sfera divina, come Madre della tribù. È una relazione che non determina la necessaria dipendenza o subordinazione della Femmina rispetto al Maschio, poiché i cabbalisti consideravano la questione di genere come secondaria rispetto a quella etnocentrica.»
Parimenti l’immagine della Shekinah come moglie di Yahweh ha giocato un ruolo chiave nella storia della mistica giudaica. Già Gershom Scholem, il pensatore che di fatto aveva avviato il filone degli studi ebraici del Novecento compiendo un importante lavoro di recupero e valorizzazione delle fonti filologiche già negli anni racchiusi tra le prime due guerre mondiali, in testi come Le grandi correnti della mistica ebraica aveva proposto importanti approfondimenti sul ruolo rivestito dalla Shekinah nella letteratura rabbinica e cabbalistica. Per Scholem la Shekinah rappresentava il polo ricettivo e passivo del sistema sefirotico e il principio immanente della divinità, nonché la dimensione del divino esiliata insieme a Israele. Scholem riconosceva anche nella Bibbia, oltre che nella letteratura rabbinica successiva, la presenza di tracce arcaiche di un femminile divino rimosso; ma inquadrava questi elementi soprattutto come strati mitici residuali, non come alternative teologiche compiute. Se la Shekinah della tradizione giudaica era da Scholem interpretata come un principio intrinsecamente passivo, Moshe Idel mostra invece come in alcuni cabbalisti e in alcuni ambienti ashkenaziti il Femminile agisca, preceda e talvolta condizioni il maschile e persino Dio stesso.
Anche rispetto a molte letture novecentesche del femminile religioso c’è un ulteriore scarto teorico che rende il saggio di Idel particolarmente prezioso: L’apoteosi del Femminile nella Qabbalah non propone una semplice “rivalutazione” simbolica della donna o della maternità, né una nostalgia per un presunto Eden matriarcale perduto, ma mostra come il principio femminile diventi, in alcuni sistemi cabbalistici, un vero e proprio cardine ontologico e operativo del divino. La Shekinah, lungi dall’essere una figura passiva o meramente consolatoria, è per Idel una potenza dinamica, capace di influire sulla struttura stessa del cosmo e sul destino di Dio, che necessita dell’azione rituale, etica ed erotica dell’uomo per essere riscattata dall’esilio. Nella prospettiva adottata da Idel, il Femminile non è l’Altro rimosso dal monoteismo, ma il suo punto di massima tensione interna: il luogo in cui trascendenza e immanenza si toccano, in cui la frattura tra cielo e mondo può essere sanata o aggravata. Idel mostra così come, nella Qabbalah lurianica e nelle sue eredità moderne, la storia sacra diventi una vera e propria teo-drammatica della Madre divina ferita, esiliata e infine restaurata, anticipando – in forme teologicamente rigorose e tutt’altro che marginali – molte delle intuizioni che la cultura contemporanea attribuisce esclusivamente alla critica femminista o alla riemersione di archetipi pagani.
In questo senso, il libro di Idel si colloca come un controcanto decisivo tanto alla narrazione di un monoteismo intrinsecamente antifemminile quanto a quella di una liberazione del Femminile possibile solo fuori dalle religioni storiche, ribadendo il carattere variegato e polifonico della letteratura cabbalistica, che nel corso della sua storia ha proposto numerose interpretazioni divergenti dei fatti della divinità. Questa molteplicità di voci riguarda non solo il plurisecolare circolo intellettuale di redattori e studiosi della Qabbalah, ma l’oggetto stesso dell’indagine di Idel: «più che un’Entità, la Femmina divina è un divenire, un’alternanza costante tra stati e attività diversi».
L’indagine che Moshe Idel compie sul Femminile nella Qabbalah gli consente di affrontare da un punto di vista trasversale anche la rielaborazione, in seno all’immaginario religioso ebraico, di concetti propri della cultura classica:
«L’enfasi sul Femminile, riscontrabile fin dalle prime fasi della Qabbalah, non è un’innovazione ex nihilo del giudaismo, ma una reazione alla negatività del femminile nella filosofia, soprattutto per quel che riguarda il divino, realizzata tramite l’adozione e l’adattamento di tradizioni ebraiche più antiche», scrive Idel nelle ultime pagine del suo saggio. «Ironia della sorte, i cabbalisti, che furono pensatori particolaristici e il cui interesse per il femminile e per il corpo trascende quello della maggior parte dei rabbini e dei filosofi ebrei, innestarono alcune delle loro esposizioni del Femminile divino su importanti temi filosofici greci di origine sia aristotelica sia neoplatonica, che nei loro contesti originali erano del tutto indifferenti alla teosofia e alle Femmine divine.»
Il Femminile si rivela così ancora una volta un concetto-cardine che, all’interno del pensiero religioso e filosofico occidentale, crea dei veri propri snodi di confluenza, una forma di pregnanza laterale tra le diverse macro-culture del bacino del Mediterraneo. Caratteristica profonda di questo Femminile come archetipo e come principio strutturante sembra proprio essere quella di una fuggenza e di un’inincastonabilità che impedisce dal principio ogni tentativo di categorizzazione – o per far risuonare un’ultima volta la voce della dea gnostica: «Io sono la voce che ha molti suoni / e la parola che ha molte forme … Io sono la misera e la grande. Prestate attenzione / alla mia povertà e alla mia ricchezza … Mi ritroverete in quel che verrà… Io mi manifesterò / e parlerò!».
Per M.
Immagine di copertina: © Roerich Nicholas, Mother of the World (1924)