13.07.2026

Il thriller come visione negata. Come ama il buio di Emanuela Cocco

Un romanzo che, mostrando una Roma accecata dal sole, scruta il buio dell’umano

Se il giallo è una scatola chiusa che alla fine mostrerà tutto il suo contenuto, il thriller somiglia più a un muro bucherellato, pieno di spiragli attraverso cui sbirciare al di là. Il caso da risolvere, il killer da acciuffare sono spesso solo i mattoni, ma la vera storia sembra stare da qualche parte dietro, nel mondo interiore di chi indaga più che nell’indagine stessa, nelle contraddizioni umane che emergono interrogatorio dopo interrogatorio, intuizione dopo intuizione, indizio dopo indizio. Sembra solo uno sfondo, eppure è proprio quello lo sguardo che ci accende davvero. Il lettore, pur lasciandosi catturare dal rompicapo del chi-ha-ucciso-chi, finisce per rivolgersi istintivamente là dove l’oscurità si fa più densa. Un buon thriller è allora quello che lascia addosso la sensazione di non aver visto abbastanza, quello che pur offrendo sangue in quantità non sazia il nostro voyeuristico vampirismo.

Emanuela Cocco, con il suo Come ama il buio edito da nottetempo, dimostra di conoscere bene questi meccanismi. Pur non essendo nuova a storie in cui la violenza e lo scandaglio dell’animo umano sono al centro della narrazione, stavolta accetta la sfida di aderire pienamente a un genere tra i più prolifici, per non dire inflazionati, soprattutto negli ultimi anni.
Già nel primissimo capitolo, Cocco ci fa intuire che la parte davvero importante del romanzo sta nel passato della protagonista, nel ricordo vago, appena suggerito, di qualcosa accaduto durante l’infanzia, un trauma di cui istintivamente vogliamo sapere di più. Invece la ritroviamo subito adulta, Toni Montixi, diventata forse non a caso Commissario della Mobile. Non abbiamo tempo di indagare su di lei perché si è appena fatta carico di un quadruplice omicidio: due ragazzi e due pensionati, vicini di casa, ammazzati senza un apparente motivo. Il buio attorno a questo caso prende a camminare di pari passo con quello che lei si porta dentro, ma se da un lato c’è la Toni-Commissario che “fa luce” sulle vittime per avvicinarsi all’assassino, dall’altro c’è una Toni-bambina che non cura le sue ferite aperte, si rifiuta di dialogare coi suoi fantasmi. L’autrice stessa sembra rispettare la riservatezza del personaggio, evita di tirarle fuori le cose a forza, non la spreme, la lascia nell’ombra. Dove non entrano gli altri, non entriamo nemmeno noi. Possiamo solo spiare in quelle crepe, mai decisive, mai risolutive, disseminate nella vicenda.

come ama il buio

Questo però non significa che l’indagine raccontata sia un mero pretesto, un qualcosa di tirato via, anzi.
Al di là degli importanti temi affrontati – che non riveliamo per evitare spoiler – la detection di Come ama il buio è curata in modo quasi maniacale, l’autrice, forse consapevole del recente boom del true crime, riempie la narrazione di aspetti tecnici molto dettagliati. Fra balistica, perizie scientifiche, intrusioni tecnologiche, ci restituisce un’indagine iper-realistica, usando un linguaggio con cui ormai abbiamo una certa dimestichezza. Tale verosimiglianza permettere al lettore di “giocare all’investigatore”, di farsi la propria idea di quanto accaduto e magari di anticipare le intuizioni di Montixi. L’effetto sempre efficacissimo del “ci potevo arrivare” è favorito da uno stile estremamente visivo, addirittura cinematografico. Cocco è minuziosa nel descrivere ambienti, stanze, oggetti, una precisione a volte volutamente iperbolica che ricorda quasi quella ironica usata da Perec ne La vita: istruzioni per l’uso. Le pagine, più che da blocchi di testo, sembrano composte da inquadrature, da dettagli di una macchina da presa che guida lo sguardo febbrile dello spettatore/detective. Perché in fondo lo sappiamo, in un’indagine tutto, ogni piccolo particolare, può nascondere una svolta.

Ad acuire il senso di spietato realismo del romanzo ci pensa poi l’ambientazione nella Roma calda e semideserta dei primi di agosto, una città che con la sua fascinosa desolazione è non solo lo scenario perfetto per la fuoriuscita di mostri, per le aperture di tutti i vasi di Pandora possibili, ma diventa personaggio essa stessa, un nuovo soggetto su cui indagare.
Ecco allora che questa scelta suona quasi come un avvertimento, o addirittura una piccola tortura, un supplizio di Tantalo per il lettore: invitato a sbirciare nel buio, sempre più desideroso di abituare gli occhi all’oscurità, si ritrova accecato dal sole impietoso, dai contorni netti, dalle serrande abbassate di un’estate troppo adulta per apparire rassicurante.




In copertina: Cizucu.com © むめい

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