12.11.2025

Il richiamo di Altavìa

La sfida di Peter di un “romanzo mondo” tra saggio, diario e mito per raccontare la libertà del vivere e dello scrivere

L’ululato è «il saluto alla madre terra compiuto di soppiatto dall’ultimo detentore della libertà selvaggia», presuppone il lupo, come l’eco la voce, come la risacca il mare, ma non tutta la risacca è mare, le parti sono memoria di un tutto che piano piano è ricostruito nella pagina: gli occhi paralizzano, «due lattine di Coca-Cola, ho pensato di primo acchito, due cilindretti di alluminio, tanto erano grandi, […] era proprio lui a scrutarmi», chi vede le sue pupille non sarà più lo stesso, «certi individui sono capaci di ipnotizzarvi senza mai farsi vedere»; il collo è massiccio e il muso «un triangolo quasi perfetto»; le «zampe anteriori e posteriori si muovono sulla stessa linea, seguendo un andamento diretto, quasi sempre sovrapponendosi».

Così, tra le tante cose, il nuovo romanzo di Sergio Peter è anche la costruzione dell’animale, elemento dopo elemento. Il libro è Altavìa, pubblicato in aprile da Il Saggiatore, l’animale invece è il lupo, protagonista a tutti gli effetti di una storia frastagliata, un’opera-mondo (440pp.) come la critica definirebbe il misturo di temi e generi che ha rivitalizzato la forma romanzo. Negli ultimi vent’anni si è parlato spesso di sconfinamento e ibridazione nel contesto del romanzo contemporaneo, di emancipazione di quest’ultimo dai modelli otto-novecenteschi. Donnarumma, per esempio, riflette su l’ipermoderno letterario, tra l’analisi delle suddivisioni in fiction/nonfiction/autofiction, che mostrano casi di difficile inquadramento nei generi (saggio, romanzo, raccolta epistolare), o ancora la presenza di elementi romanzeschi puri che si sciolgono in epiche visionarie, come nel caso italiano di Antonio Moresco in Lettere a Nessuno e I canti del caos; Giglioli, nel suo Senza trauma. Scrittura dell’estremo e narrativa del nuovo millennio (Quodlibet, 2011), parla di una perversione del genere: «[…] tentativo, consapevole e spesso esplicitamente teorizzato, di forzare il genere ad essere qualcosa di diverso da se stesso, costringendolo a testimoniare, più che a rappresentare, uno spettro di possibilità più ampie di quelle che presiedono la sua genesi»; per Marta Rosso si tratta della sintesi di varie modalità narrative, «un tentativo di rinnovamento che stimola l’impulso creativo, il quale attiva a sua volta il processo di scrittura».

Polimorfismo e mescolanza sono presenti a più riprese nel romanzo di Peter, che alterna la prosa d’avventura al racconto intimo e diaristico, a elementi poetici, ad articoli di giornale, a resoconti o rapporti su spedizioni e avvistamenti; e soprattutto sono presenti gli aspetti enciclopedici sulle aree geografiche e sulla presenza dei lupi nell’area comasca alpina. Come già Melville presentava la propensione all’enciclopedismo arricchendo la storia di dettagli sulla natura dei cetacei, fondamentali per comprendere l’altra parte del racconto, quella filosofica e visionaria, così Altavìa ha in sé tutti gli elementi utili a conoscere la natura del canis lupus e del canis lupus italicus, a comprendere come la ricerca dei tre protagonisti, di Filo, del Bosceta e di Sergio, assuma i caratteri di un’ossessione. 

Sergio Peter è nato a Como nel 1986, lavora a Milano come libraio, ha esordito nel 2014 inaugurando la collana di romanzi Tunué diretta da Vanni Santoni, che proprio nello sconfinamento fondava le proprie qualità costitutive. In Dettato si intravedeva una predilezione per la ricerca linguistica e il dominio consapevole delle strutture, favorendo la forma ibrida tra prosa e poème en prose, e una prosecuzione per immagini piuttosto che per sequenze e intrecci. Anche nel nuovo lavoro la scrittura è ricostruzione, fuoriuscita dal buio e ascesa; è un luogo di confessione e, dove possibile, sincerità nel patto con i lettori, a partire dall’omonimia tra autore e protagonista e alla corrispondenza degli eventi, in Dettato: «Il papà visse abbastanza per darmi alla luce e regalarmi un sonaglino rosso e giallo a forma di orsetto, poi però il 4 marzo 1988 cadde dall’impalcatura a Lugano e morì»; in Altavìa: «Poi tutto bene, finché a un anno e sei mesi, da un giorno all’altro, senza rendermi conto per via della tenera età, persi mio padre per sempre».
Germina nel protagonista l’idea del suicidio, come un giovane Emil Cioran si sente «così finalmente felice, nella disperazione. “Domani non ci sarò più, mi unirò al papà.” Una sensazione che dava alla testa, tristezza, allegria, una consapevolezza delirante. Camminavo commosso con le lacrime agli occhi, mi rivolgevo ai vicini di banco con la saggezza delle ultime ore. Intorno vedevo un mondo tutto preso nella sua meccanicità».

Altavìa



Sincerità e scrittura non sono sempre in buoni rapporti. Può la letteratura dire cose sul reale, dire il reale? L’opzione della transmedialità, con l’inserimento di elementi fotografici che mostrano il raccontato o il non detto (già presente in Ultimo Parallelo di Filippo Tuena, il capolavoro pubblicato da Il Saggiatore che racconta la spedizione guidata da Robert Falcon Scott verso il Polo Sud; così come nei capolavori di W. G. Sebald), rende ancora più efficace l’intento dell’autore e dell’editore di agganciarci a quei luoghi e personaggi come fossero reali (Sergio bambino con il padre; un elettrocardiogramma quasi piatto segno di una morte scampata; i percorsi, i rifugi; gli scorci lungo le vie per gli alpeggi; i protagonisti della storia, compresa Silva, la cagna, o “la cane”, da Lacan, celebrando mascolinità e aggressività della bestiola). A supportare il reale sulla finzione sono gli stessi eventi in cui l’autore è coinvolto nella promozione, organizzati, quasi per ripercorrere le tappe dell’ascesa, nei rifugi poco distanti dai luoghi del romanzo (Rifugio Alpino Baitamotin, Rifugio Sant’Jorio, Rifugio La Canua Cremia, Rifugio SEV di Pianezzo ecc.)

Se Altavìa esistesse davvero sarebbe un luogo primordiale, intriso di una selvatichezza legata ai quattro elementi, dove gli essere umani metterebbero in discussione la propria evoluzione:

«Sono saliti fino a qui, perché ambiscono all’eterno, hanno scelto i sassi morenici di Momasio come casa. Ballano una danza di guerra pacifica. Altavìa è lo spirito e la saliva del branco, suo terreno di compluvio e fonte d’apparizione. Distacco Levitazione Sorvolo portano piano verso Altavìa».

Ma il percorso per arrivarci è lungo, presuppone un patto, l’amicizia tra Filo, calciatore provetto e sognatore; il mistico Bosceta, «lo avevamo soprannominato così, il Bosceta, storpiando il suo cognome, per via dell’abitudine che aveva di ritagliarsi delle mezz’ore, in giardino, seduto a gambe incrociate nell’erba, all’alba, a pregare in mutande, a prescindere dalle condizioni atmosferiche»; e Sergio, la voce di questa storia. Il viaggio presuppone il profetico incontro tra i tre universitari della Cattolica di Milano e il lupo, sul letto del Naviglio, dopo una notte di bagordi: «Ma prima di accedere alla conca, notiamo una presenza, qualcosa di sdraiato e fradicio, che trema in un angolo, sotto il ponte. Sembra un cane, forse un cane lupo cecoslovacco». E ancora presuppone un apprendistato filosofico e letterario sotto la guida di prof. Guido Caviezel, «Bisogna essere grati alla Facoltà di Scienze Umanistiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore per aver concesso, di nuovo, al dottor Caviezel di tenere il seminario sulla verità nell’ambito del corso di Estetica, nonostante i pochissimi iscritti». Caviezel è personaggio tanto affascinante quanto oscuro, come se nascondesse un «segreto inconfessabile» dietro cumuli di scartoffie nel caos del suo studiolo. Dotato di particolare magnetismo riesce ad accendere la fiamma nel petto dei tre giovani universitari e a fornire una serie di titoli che rappresentano la prima parte di questa enciclopedia letteraria del lupo o “lupografia”: dal numero 55 de I taccuini di Airone, di Félix Rodríguez de la Fuente (Mondadori, 1984); Lupi travestiti. Le origini biologiche del cane domestico (Edizioni Cinque, 2001) di Barbara Gallicchio, un testo che studia il passaggio evolutivo dal Canis lupus lupus al Canis lupus familiaris; Il lupo e il filosofo. Lezioni di vita dalla natura selvaggia (Mondadori, 2009) di Mike Rowlands; e ancora Caviezel suggerisce ai giovani esploratori di leggere Luigi Boitani, «qualsiasi cosa troviate in biblioteca […] E prestate attenzione alle donne, soprattutto a Francesca Marucco, Lois Crisler e Elli Radinger». Ma non sono gli unici titoli che compaiono, più avanti in una diatriba circa l’esistenza di una letteratura della montagna troviamo Dino Buzzati, Barnabo delle montagne, o Max Frisch, L’uomo nell’Olocene.

Il romanzo di Peter deve inserirsi in questo solco storico-letterario della montagna e dell’ecologia, giacché si configurano al suo interno le riflessioni sul rapporto-uomo natura, non soltanto unidirezionale nel contesto dell’antropocene e dei mutamenti causati dall’essere umano, bensì in un rapporto più profondo e simbiotico, che risvegli attraverso il viaggio ascensionale e l’incontro con il lupo la più intima libertà umana. A tal proposito i tre protagonisti, spesso affascinati da figure religiose o misticismo (soprattutto il Bosceta), ricordano i vagabondi beatnik, gli angeli sul picco della desolazione, che ciclicamente si allontanano dal frastuono delle metropoli per riconnettersi con il cosmo. Come Jack Kerouac sul monte “Hozomeen”, sulla cima della Desolation Peak nella Catena delle Cascade a nord ovest di Washington, dove nell’estate del 1956, svolse per nove settimane la mansione di guardia fuochi per il servizio nazionale forestale, vivendo in un rifugio di legno in completa solitudine, con la speranza che il vuoto della montagna lo ponesse davanti a Dio. E invece lo pose davanti a se stesso e al proprio destino “guadagnato”, come dice Jack. Dagli appunti trasformati in romanzo si ricava un’osservazione sul vuoto nella desolazione montuosa, di cui Kerouac stesso diviene parte, che solo questo esiste in eterno e la massima saggezza raggiungibile è il nulla:

«perché non posso essere come il vuoto», si chiede, «inesauribilmente fertile, al di là della serenità, al di là persino della contentezza, solo il vecchio jack (e magari nemmeno quello) e vivere la mia vita da questo momento in poi […] E ancora il vuoto è immoto e mai si muoverà – ma il vuoto sarò io, muovendomi senza mai essermi mosso». Viene fuori anche una profonda riflessione sul rispetto per la vita, elaborata dopo l’uccisione di un piccolo roditore nel rifugio: «Pensai al dolce Budda che non avrebbe avuto paura di un minuscolo topo, o a Gesù […] Chiesi perdono, cercai di pentirmi e di pregare, ma sentii che avendo abdicato alla mia posizione di angelo santo sceso dal cielo che mai aveva ucciso, ora il mondo poteva andare in malora […] Non ridete – un topo ha un cuoricino che batte»; e sull’errore umano: «Quando dei cervi grossi come mucche ruminavano nello spiazzo sotto la luna anche allora guardavo i loro fianchi come se avessi avuto un fucile negli occhi – sebbene non ucciderei mai un cervo, che muore una morte maestosa – tuttavia quel fianco significava proiettili, quel fianco significava il penetrar di una freccia, non c’è altro massacro nel cuore degli uomini – San Francesco doveva saperlo […]».

I temi del Jazz, della religione e della natura ritornano in Altavìa, come l’idea di un destino “guadagnato” nelle parole di Filo:

«… è vero che il destino ha un carattere comune alle necessità naturali, e noi non abbiamo su di esse alcun potere: somiglia molto al nostro corpo, al nostro viso, alla nostra voce, al nostro temperamento, lo troviamo per così dire nella culla. Almeno così ce lo rappresentiamo; e tuttavia in quanto tale è inseparabile dal nostro io più intimo e risiede dove sta la nostra libertà. Non si può dire libero un uomo se non nella misura in cui agisce secondo le sue disposizioni profonde, secondo il suo stile. Se qualcosa ci accade è perché senza volerlo ce lo siamo augurato e continuiamo ad augurarcelo…». 

E l’uomo ancora una volta è dinnanzi all’estasi del vuoto per scoprire se stesso, in attesa della visione:

«A lungo immersi nel vuoto, davanti a voi un unico paesaggio fermo, solo qualche lama di luce che cambia la percezione dei vegetali, il raro attraversamento di ungulati, piccole frane, grida di taglialegna, aerei. Di fronte, una superficie muta, tutta da setacciare, metro a metro, col visore telescopico. La spaziatura del territorio somiglia molto alla preghiera: i sensi tutti rivolti all’abisso, le mani raccolte intorno all’ottica della specula. Considerate che ha un minimo di venti e fino a un massimo di cinquanta ingrandimenti, di media. Un’immagine puntata su qualcosa in movimento distante in linea d’aria tra uno e tre chilometri sarebbe molto sfocata. Il vaglio ininterrotto di pochi ettari di pascolo è un esercizio affine alla cantilena continua del cuore: solo che qui la pietà è invocata innanzi alla madre terra».

A noi lettori resta il distacco, forse solo temporaneo, da quei luoghi di santità e dagli angeli che siamo stati un tempo, in equilibrio con la natura. Ma il coinvolgimento durante la lettura del romanzo di Peter era così forte che persino io – mi scuso per la personalissima digressione – seppur poco avvezzo alla montagna, ho concluso questo pezzo solo dopo una breve incursione nelle Alpi; certo, sarà stata una coincidenza e non un vero richiamo della foresta, ma chi può dirlo con certezza?

"Foto di zhang yiwei su Unsplash"
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