Nel 1992 fece la sua breve comparsa nelle librerie italiane un romanzo dalla copertina rossa su cui si profilava il corpo sinuoso di una figura adolescenziale, una ragazzina in intimo bordeaux e calze autoreggenti, distesa su una scura coperta di pelliccia. Le mani guantate, la coscia destra lievemente piegata verso l’interno, il seno esposto in avanti. Una bionda capigliatura ondulata, vivacemente ornata da un copricapo di soffici piume bianche; gli occhi sono severi, fissi, la bocca piccola e serrata. In alto a sinistra, a lettere dorate, si leggono il titolo del romanzo, Il quaderno rosa di Lori Lamby, e il nome della sua autrice, ignoto alla maggior parte dei lettori italiani.
Con una veste editoriale in evidente chiave erotica, Sonzogno presentò al pubblico la prima opera tradotta in Italia di Hilda Hilst, poeta, scrittrice e drammaturga brasiliana. Il quaderno – uscito in Brasile nel 1990 – costituiva, insieme ad altri tre romanzi inediti, la «tetralogia oscena» elaborata da Hilst dal 1982 al 1990 quando, all’età di cinquant’anni, e dopo più di vent’anni di carriera, frustrata per la poca diffusione che avevano conosciuto i suoi precedenti scritti – poesie, romanzi, testi teatrali – si avventurò sulla strada della letteratura di consumo. «Scriverò qualcosa di molto disgustoso! Finalmente diventerò consumabile» scriveva, infatti, Hilst nel 1989, lamentandosi del suo editore – Massao Ohno – che era sì un grande artista ma del tutto incapace di vendere libri.
In realtà, Il quaderno rosa di Lori Lamby condivide ben poco con la pornografia perché, come scrisse Alcir Pécora, il critico letterario brasiliano e docente presso l’Università di Campinas che curò l’edizione completa dell’opera dell’autrice, «la dimensione letteraria della scrittura è sempre in primo piano, così come la sua riflessione metalinguistica, che neutralizza ogni contenuto sessuale realistico.»
Al centro di tutta l’opera letteraria di Hilst, svetta l’ineffabile, quel qualcosa di fondamentale che la debole mente umana non ha il diritto di cogliere, e il desiderio sbranante dell’umanità di afferrare il sacro, l’Altro, di unirsi, anima e corpo, a Dio.

Nata il 21 aprile 1930 a Jaú, al centro dello Stato di San Paolo in Brasile, Hilda Hilst fu l’unica figlia di Apolônio de Almeida Prado Hilst e Bedecilda Vaz Cardoso. Proprietario di una piantagione di caffé, il padre era un grande amante della poesia e della letteratura, in special modo del Modernismo; la madre, invece, apparteneva a una famiglia di immigrati portoghesi. Nel 1932, quando Hilda aveva due anni, la madre lasciò il marito, che tre anni prima aveva ricevuto una diagnosi di schizofrenia paranoide, e si trasferì con la figlia e il primogenito avuto da un precedente matrimonio a Santos, una vivace metropoli culturale sulla costa di San Paolo. Mentre il padre entrava e usciva ininterrottamente dagli istituti psichiatrici, la figlia frequentò da interna il collegio del convento di Santa Marcelina a San Paolo dove trascorreva il tempo immersa nella lettura famelica delle vite delle sante. Di quelle eroine i cui ritratti poteva ammirare alzando la testa all’insù, verso le icone ecclesiastiche, la giovane Hilda invidiava la fusione completa con il sacro, quell’erotico perdersi nell’infinito, che diventerà il tema centrale dell’intera sua opera letteraria.
Durante l’infanzia e l’adolescenza, Hilda rimase fortemente colpita dai rari incontri con quel padre, descritto come un uomo «folle e impressionantemente bello», la cui alienazione mentale la sedurrà, terrorizzerà e condizionerà per tutta la vita al tal punto da costituire la ragione stessa della sua vocazione alla scrittura. «Mio padre è stata la ragione per cui sono diventata scrittrice» dichiarò, infatti, Hilst, che fece della scrittura lo strumento per mettere a tacere l’angoscia dell’ignoto, il terrore dell’eredità paterna e per tentare di dare un ordine al disordine della follia. Il padre stesso era un poeta, Hilda ne ricordava a memoria alcuni versi e, nel 1978, dichiarò che scrivere non era altro che «sentire mio padre dentro di me, nel cuore, insegnarmi a pensare con il cuore come lui.»
Dopo gli studi classici presso la Mackenzie School, Hilst si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza di Largo São Francisco e, dopo la laurea nel 1953, praticò per un breve periodo la professione d’avvocata che, come dichiarò più avanti, la lasciò «terrorizzata». Nel 1949, sui banchi di Legge ebbe, però, modo di conoscere l’amica del cuore, Lygia Fagundes. Nata nel 1918 a San Paolo, Fagundes fu una scrittrice di grande fama – considerata tutt’oggi «la signora della letteratura brasiliana» – insignita del Premio Camões, il più alto riconoscimento letterario della lingua portoghese. Ai tempi del loro primo incontro in università, mentre Fagundes era già una popolare scrittrice di racconti, Hilde era una studentessa di diciannove anni che si presentava come «poeta». Un anno più tardi, nel 1950, grazie anche all’incoraggiamento dell’amica, la poeta pubblicò la sua prima raccolta, Presságio (San Paolo, Revista dos Tribunais) che ricevette, sulla stampa brasiliana, il plauso di Jorge de Lima e Cecília Mirales.

Ventenne di folgorante bellezza – le foto dell’epoca la ritraggono come una ragazza bionda dagli occhi scuri e malinconici – Hilda Hilst intraprese un avventuroso viaggio europeo, tra Francia, Italia e Grecia e, una volta ritornata in Brasile, si trasferì a Sumaré dove incontrò lo scultore Dante Casarini, suo futuro marito. Hilst era una donna spiritosa, libera, amante dei bei vestiti e dei locali alla moda ma, alla soglia dei trent’anni, annoiata da quella vita mondana e profondamente influenzata dalla lettura di Rapporto a Greco di Nikos Kazantzakis, decise di lasciare la prepotente eccitazione di San Paolo. Nel 1966 si trasferì, infatti, in una proprietà materna dell’entroterra dove progettò e fece costruire la Casa do Sol.
Presso la grande residenza di campagna, piena di luce e circondata da un immenso giardino, la scrittrice diede vita a gran parte della sua produzione letteraria – qui, si cimentò per la prima volta nella stesura di testi teatrali e nella sperimentazione dei fenomeni parapsicologici di voce elettrica – ma, lungi dall’essere un eremo, le porte della Casa do Sol accoglievano un grande numero di amiche e amici, il più delle volte scrittori e artisti, come Bruno Tolentino e Caio Fernando Abreu, desiderosi di allontanarsi dallo sfiancante caos metropolitano.
Attorniata da uno stuolo di più di una settantina di cani, Hilst conobbe la pace e la libertà della scrittura, ma sperimentò anche una profonda disperazione per l’oblio che avvolgeva il suo nome e le sue opere. «Volevo sempre essere letta» dichiarò lei stessa «non volevo restare nei cassetti» –, disperazione che la spinse a concepire la sua «tetralogia oscena». Il primo di quei quattro romanzi – A obscena senhora D (Massao Ohno, 1982) – esce oggi in Italia, per l’editore Castelvecchi, con una bella traduzione di Roberto Francavilla, traduttore, critico letterario e scrittore, professore ordinario di Letteratura portoghese e brasiliana presso la Scuola di Scienze umanistiche dell’Università di Genova.

Costruito come un flusso di coscienza con l’interferenza di voci esterne, L’oscena Signora D mette in scena, dall’oscurità di un palcoscenico irradiato per brevi istanti, la disperazione di un corpo che invecchia, l’angoscia nera del vivere, l’ineffabilità dell’esistenza. Al centro del romanzo si innalza la voce di una donna ingrigita, da sessant’anni «in cerca del senso delle cose». Il suo nome, o meglio quello che le ha assegnato il defunto marito, è «la Signora D». D come Derelizione perché, quello che lei cerca dimenticando e dimentica cercando, è lo sconforto, l’abbandono, quell’avvilimento che la porterà a oscurare le finestre della sua abitazione e rinchiudersi nel sottoscala. Forse, isolatasi dall’umanità, e dal suo terrificante chiacchiericcio, un giorno capirà, un giorno troverà una risposta a tutti quei perché che, fin dall’infanzia, la scuotono, la divorano, la annientano.
«Non voglio scocciarti, ma la risposta non è lì, capito? Né nel sottoscala, né sul primo gradino quassù, lo capisci o no che non c’è risposta?» recita, al di là della porta, la voce di quell’uomo che lei non conosce, quell’uomo che la esorta a mettere a tacere «gli orpelli del pensiero» e a salire su in cucina per preparargli finalmente un buon caffè. Dal mondo nessuna risposta sul mondo, dal mondo nessuna risposta sul proprio sé di bambina, donna, anziana, sul proprio sé animale di giraffa, bufalo e zebù. Com’è possibile essere «molto, e allo stesso tempo niente», si domanda la Signora D, com’è possibile essere stata così «vasta», aver affondato «le dita nella materia del mondo» per poi dimenticare e perdere tutto?
Se, dopo una novantina di pagine di monologo, la Signora D tace per un eccesso di domande e un vuoto desolante di risposte, la sua autrice Hilda Hilst continuò – fino alla morte, avvenuta a Campinas nel 2004 – a interrogarsi sul senso dell’esistenza e a smarginare nell’aldilà, in un dialogo perpetuo con quel padre spaventosamente folle, il destinatario della sua scrittura e il solo in grado di comprenderla a fondo.