Comma 22

Il segreto di Pietro Stefano Mele. Grande terra sommersa



Per interpretare l’universo di Pietro Stefano Mele, protagonista di Grande terra sommersa – ultimo romanzo di Alessandro De Roma (Fandangolibri) – è necessario imboccare le vie d’un bosco fitto di segreti, continuazione di una letteratura che ha tracciato i sentieri del novecento italiano nelle forme del bildungsroman, e che ora si presenta con nuove ibridazioni. L’infanzia del protagonista è segnata tragicamente dalla morte della madre, una pesante sciagura che entra in conflitto con la natura magnifica dei luoghi in cui avviene, «Il cielo era perfetto, la luce era perfetta, e mia madre mi aveva detto, la sera prima, che avrei visto l’acqua più limpida che potessi immaginare. Più limpida ancora di quella dei sogni».

Lontano dal mare prosegue il romanzo, sul versante orientale del Montiferru (San Leonardo de Siete Fuentes): paesaggio altrettanto sorprendente ma non meno aspro e accidentato, dove la fredda roccia domina. Tuttavia la natura dei luoghi sembra essere l’unica alleata, compare infatti una necessaria congiunzione con le letterature contemporanee che si interrogano sul rapporto uomo-natura:

«Non avevo mai visto niente di simile. Era bello e, al tempo stesso, malinconico e assurdo. Non era un paese, o quanto meno non era un paese come gli altri. Ma non era neanche solo bosco. Faceva pensare a un albergo abbandonato, o a un parco divertimenti nel quale avessero cominciato a smontare tutto.»

Il bambino si inserisce nel paesaggio diventando una sua appendice silenziosa:

«Sarei diventato un bambino selvaggio e muto che, a forza di insistere, finisce per considerarsi anche lui un pennuto: mi sarei fatto ali con le foglie e i ramoscelli e, quando nessuno avrebbe più fatto caso a me, mi sarei costruito un nido tra le fronde e non mi avrebbero più distinto dagli altri uccelli. […] Anzi, era proprio così che avrei finito per dominare quel mio nuovo mondo, diventando una sua parte e poi insinuandomi nella forza dei rami che germogliano e nei loro profumi […]. »

grande terra sommersa

La riflessione è fondamentale, con il tentativo indispensabile di svincolarsi dall’antropocentrismo, e il Montiferru sembra essere emblematico da questo punto di vista, già ché nelle stesse aree in cui è ambientata questa parte del romanzo, un inferno di fuoco ha incenerito decine di migliaia di ettari di bosco nell’estate del 2021, uno degli incendi più devastanti di sempre in Sardegna, causato dalla negligenza dell’uomo. Gli occhi liberi del bambino trasformano l’albero in Dio: «Corsi al tasso, lo andai a salutare e ad abbracciare. Lo chiamai Dio. Gli dissi così: tu sei il mio Dio e io mi rifugio in te. Credo solo in te. Lui sì, lui poteva anche non parlarmi, se non ne aveva voglia. Tanto ci capivamo lo stesso. Dio non parla. Dio ascolta». Il climax prosegue fino a una totale simbiosi con la foresta o a un’ipotesi salvifica per il pianeta, l’incorporazione dell’uomo nella natura:

«Perché era da lì, dalle piante, che venivano per forza tutti gli uomini e anche ogni altra creatura animale del pianeta; e lì sarei tornato, io, alle piante: io soltanto, in tutto il genere umano. […] la vita correrà sottoterra, attraverso le radici, e poi sulle cortecce; correrà sui muri e sulle case lasciate dagli uomini, per le tane vuote degli animali, sui pali della luce abbandonati e sulle antenne dei telefoni.»

Ma se da una parte la natura, e colei che tra gli esseri umani più le si avvicina, ovvero nonna Sircana, sono alleati, una pletora di personaggi e comportamenti ambigui sembrano ostacolare la tranquillità del protagonista, escogitando una serie di inganni e segretando una realtà a cui lui non può avere accesso. Grande terra sommersa si inserisce in questo modo nella tradizione del romanzo di formazione avvicinando Pietro Mele al Pietro di Con gli occhi chiusi (Federigo Tozzi), anche lui costretto a subire la violenza psicologica e fisica del padre, e gli inganni di Ghìsola; al Sergio di Conservatorio di Santa Teresa (Romano Bilenchi); alla Natalia di Lessico Familiare (Natalia Ginzburg). Ma i segreti sono un ottimo artificio letterario, lo sa bene Alessandro De Roma, che eredita da Salvatore Mannuzzu l’abilità di nascondere e svelare, togliere e dare al lettore, mano a mano che le trame si aprono. Così Cesare Segre scriveva di Alice (Einaudi, 2001): «Mannuzzu ci dà una storia avvincente, splendidamente narrata, la cui trama segreta, enigma solo in parte decifrato, condiziona con influssi misteriosi quella esplicita, e continua a sollecitare la coscienza morale del lettore». Il segreto nella narrazione può riguardare uno dei personaggi, e nel momento in cui viene svelato avviene un cambiamento, così nella relazione tra Pietro e Luca Campus, che si presenta dapprima ricca di valigie non aperte, bauli chiusi, bugie: dice Pietro: «[…] attribuivo un valore a tutto, perché ero ansioso di segreti, tanto che mi ero bevuto senza nemmeno prender fiato tutta la storia inventata da Luca, senza mai nemmeno immaginare che mi stesse prendendo in giro […]»; allo stesso modo avviene per il maglione verde, ritrovato nell’armadio e indossato dal protagonista, che si trasforma in oggetto misterioso nel momento in cui scompare: «A casa mia avevo cercato ovunque, cominciando dall’armadio del corridoio. Ma non c’era traccia del maglione verde».
È la mente del protagonista a essere così «ansiosa di segreti», e il motivo è da ricercare nel più grande fatto non rivelato, l’unico custodito dal bambino e dai lettori che assieme sanno e cospirano: la scrittura. Pietro tiene un diario e attraverso la scrittura comunica con l’anima della defunta madre.

In Grande terra sommersa è presente altresì la tensione erotica che oscilla tra tenerezza e violenza, dove tutto è ingigantito o rimpicciolito, distorto dalla lente illusoria dell’adolescenza, le tracce di questa tensione si trovano ancora nella tradizione, da Ernesto di Umberto Saba, a Dietro la porta di Giorgio Bassani, ad Agostino di Moravia. Nelle narrazioni citate gli esiti del percorso di crescita sono diversi ma canalizzati in tre categorie principali: esito positivo (seconda metà dell’Ottocento), fallimentare, fallimentare con presa di coscienza. Il romanzo di De Roma potrebbe inserirsi nell’ultima categoria, anche se ora la presa di coscienza assume ineluttabilmente le forme della sconfitta, perché a parlare, attraverso la voce di Pietro Stefano Mele, è l’incedere stesso della storia, è il canto disperato di una generazione. Il senso di colpa, individuale e generazionale, diventa uno dei protagonisti principali del romanzo, così il bambino, adolescente, adulto, si assume le colpe di tutto ciò che accade: «Un senso di meraviglia mi sommerge: sono in un angolo di mondo bruciato dal sole. Tutto va in rovina, ed è colpa mia. Il mondo rinasce, ed è colpa mia. Ecco cosa sento». Ancora, in una delle scene più perturbanti del romanzo, Pietro chiede all’amico Giacomo se si sentisse in colpa per «quel che era successo ai suoi genitori». Giacomo finge indifferenza e prende a saltellare tra le rocce, ma poi:

«Lo seguii sulla strada di casa e, siccome avevo lasciato la porta aperta, lui entrò senza aspettarmi e sparì nella mia camera. Quella notte, origliando accanto alla sua porta, ebbi l’impressione di sentirlo piangere, […].»

A incarnare questo senso di colpa è la figura della celebre danzatrice statunitense Isadora Duncan, a cui il protagonista si paragona spesso, per le numerose disgrazie che la colpirono, dalla morte prematura dei due figli, al suicidio dell’ex marito, il poeta russo Sergéj Aleksándrovič Esénin; infine anche la sua morte ha qualcosa di memorabile: era il 14 settembre 1927, un amico venne a prenderla al ristorante sulla Promenade des Anglais a Nizza, nella sua auto sportiva scoperta. Le lunghe frange della sciarpa che portava al collo si impigliarono nei raggi di una ruota, uccidendola per strangolamento.
L’affrancamento nel romanzo arriva con la scrittura prima, il grande segreto del protagonista, e con il perdono dopo, perdonare se stessi, perdonare il bambino che si è stati, per una colpa reale o presunta, «Ti perdono, vai, vivi». Il perdono è un tuffo simbolico verso le terre sommerse, e richiede parecchio coraggio, un coraggio che mai abbiamo immaginato di avere, perché come Pietro

«Io non ne sarei stato mai capace. Io me ne stavo nascosto in un angolo, e non c’era nulla di più efficace per diventare lo zimbello del mondo.»