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Gli ecosistemi di Bernardine Evaristo: l’attività radicale dell’essere ragazza, donna, altro



Rizosfera. È una parola che ho incontrato per la prima volta tra i banchi dell’università, in un campus dove veterinari e agronomi si incrociavano sotto un cielo di vite americana. Con questo termine, scandiva la docente a un’incerta ma ancora folta platea di matricole, si denota il volume di suolo che circonda le radici di una pianta e che da essa è direttamente influenzato. È una porzione di pochi millimetri in cui la pianta produce essudati radicali che influenzano l’ambiente circostante rendendolo ospitale per determinati microrganismi, sfavorendone altri e producendo un sistema del tutto particolare di do ut des che porta la concentrazione di biomassa microbica a superare di cento volte quella presente nel suolo non interessato da attività radicale. Ecco un’altra faccenda che ho imparato in quel campus, la meraviglia dell’invisibile e delle relazioni insospettabili che concorrono a creare il mondo così lo percepiamo attraverso i nostri antropici sensi.
In questo contesto piante e microrganismi sono andati incontro a processi di coevoluzione che li hanno portati a ottenere vantaggi reciproci dalle rispettive attività metaboliche. Da più di un decennio si è scoperto che alcuni microrganismi non patogeni si sono spinti oltre la colonizzazione della rizosfera, stabilendo relazioni simbiotiche all’interno dell’ospite, dove contribuiscono alla sua crescita e a una difesa attiva.
Giunti a questo punto diversi scienziati si sono chiesti di cosa parlassero, dunque, quando parlavano di una pianta. Potevano definirne le proprietà prescindendo dalle interazioni con i microrganismi e gli altri vegetali a cui era connessa e con cui scambiava segnali e sostanze attraverso il wood wide web? Dove iniziava e dove finiva ciò che dobbiamo prendere in considerazione per delimitarne il confine? Oggi la maggior parte degli studiosi sostiene che le piante e le comunità microbiche a esse associate siano interessate da un tale numero di relazioni da non essere descrivibili, né conoscibili, a prescindere una dall’altra. Questo complesso sistema di interazioni ha portato a una ridefinizione della pianta secondo il concetto di olobionte, con un relativo ologenoma costituito dalla somma dei genomi dell’organismo ospite e dei microrganismi che lo abitano.
Qualcosa di simile accade anche per gli ecosistemi, la cui comprensione è legata in prima battuta alla conoscenza analitica degli elementi che li compongono, alla quale tuttavia sfuggono le proprietà emergenti dall’interazione tra esse, secondo il principio per cui il tutto è più della somma delle parti. Sono concetti sempre più spesso applicati anche all’essere umano, ma mai mi era capitato di associare queste definizioni al mondo letterario.
Poi ho letto Ragazza, donna, altro di Bernardine Evaristo

Bernardine Evaristo, Ragazza, donna, altro

Vincitore del Man Booker Prize, tradotto in italiano da Martina Testa per i tipi di Sur Edizioni, questo romanzo racchiude dodici storie di vite molto diverse tra loro. L’espediente che le lega è, apparentemente, il teatro londinese dove sta per andare in scena l’ultima opera di Amma, sceneggiatrice e madre di Yazz. Proseguendo, però, diventa evidente che sia qualcosa di molto più forte, e allo stesso tempo impalpabile, a tenerle insieme. Nere, bianche, eterosessuali, lesbiche, atee, credenti, cis, trans, giovani, adulte, anziane, di diversa classe sociale, professione, modo di stare in relazione e rapportarsi con le proprie origini; ognuna delle dodici esistenze tiene insieme combinazioni e sfumature variabili dei plurimi attributi di cui si compongono le identità. Ci sono Amma, donna cisgender, nera, lesbica, non monogama, Morgan, uomo trans figlio di un’infermiera «quasi bianca, in una famiglia che di generazione in generazione è diventata orgogliosamente sempre più chiara finché lei non ha rovinato tutto sposando papà, africano», Penelope, donna cis, bianca, di classe media, insegnante e femminista a cui però le donne nere proprio non vanno giù. Alterità che Evaristo accosta con lo scopo programmatico di «espandere la rappresentazione di chi siamo noi donne nere britanniche». Così facendo non solo riesce nell’intento, ma a essere ampliata risulta anche un’altra narrazione, quella del femminile – e dell’essere corpo – intesi in una complessità mai univoca, che si compone di sfaccettature prismatiche, in cui ogni superficie, seppur contigua alle altre, rifrange la luce in maniera del tutto particolare. Così come è accaduto ai biologi alle prese con la definizione delle proprietà emergenti delle interazioni e dell’invisibile, Bernardine Evaristo sembra essersi chiesta dove inizi e dove finisca la condizione dell’essere donna per rendersi conto che, lungi dall’essere racchiusa in Amma, Yazz, Penelope, Morgan o dalla somma delle loro esperienze, la risposta stia nel respiro collettivo, mutevole e non segregabile che il loro intreccio genera.

Siamo soliti pensare alla pluralità e alla frammentazione in termini di divisione. Non è così per gli ecosistemi, né tanto meno per l’olobionte che nell’etimologia greca ὅλος – intero, totale – tiene insieme tutto ciò che, pur distinto e vitale, lo compone. Allo stesso modo è solo attraverso la lettura delle dodici protagonistə, mai monolitichə e sempre stratificatə, che si intuisce la condizione complessa dell’essere ragazza, donna, altro – «altro nel Regno Unito definisce qualcuno che è marginale, al di fuori delle narrazioni di massa», spiega Evaristo, «in questo senso altro ha anche un valore di inclusività». L’identità nella differenza e la differenza nell’identità è un leitmotiv del testo; e se la teorizzazione dell’olobionte porta a considerare l’esistenza di un ologenoma il ricorrere di Evaristo all’argomento genetico appare, sotto questa luce, quanto mai interessante. Penelope, nello scoprire che il suo test del dna le restituisce 17 paesi diversi, di cui solo 7 europei, sperimenta una «collisione fra la persona che pensava di essere e quella che evidentemente era». Mentre Carole fa «la sua parte di orchestrale nella cacofonia della stazione più affollata di Londra, i cui pavimenti vengono calpestati ogni anno da quasi 150 milioni di paia di piedi viventi, anonima convergenza di pendolari che sono identici per il 99,9% del loro patrimonio genetico».

Bernardine Evaristo
Bernardine Evaristo

In un mondo binario, impregnato di definizioni analitiche, la restituzione della complessità che Evaristo compie è possibile grazie a una composizione corale polifonica. Bachtin sosteneva che tanto più la voce del narratore sarà in grado di mettersi in rapporto dialogico con le voci che gli fanno da controcanto, tanto più il discorso sul mondo risulterà aperto e proficuamente conoscitivo. Ed è qui che anche a livello stilistico intervengono delle scelte importanti. Innanzitutto l’utilizzo della terza persona rende superfluo lo schiacciamento identitario totale, l’immedesimazione emotiva quasi pornografica per esperire la condizione dell’altro. A chi legge, soprattutto se biancə, è probabile che apparterranno solo frammenti di queste esperienze, ma è proprio nella loro intersezione continua che si ritroverà, ed è grazie a ciò che non gli appartiene che sarà in grado di cogliere qualcosa di sé e del mondo, ciò che allo stesso tempo lo riguarda, lo interroga e lo trascende.

L’attivista, scrittrice e femminista bell hooks, alla cui opera Evaristo dichiara di essersi ispirata, in Elogio del margine, a proposito della questione razziale, si chiede:

«avrei il coraggio di parlare all’oppresso e all’oppressore con la stessa voce? Avrei il coraggio di parlare a voi con un linguaggio che non scavalchi i confini del dominio – un linguaggio che non vi costringa, che non vincoli, che non vi tenga in pugno? Il linguaggio è anche un luogo di lotta. Gli oppressi lottano con la lingua per riprendere possesso di se stessi, per riconoscersi, per riunirsi, per ricominciare»

e ancora,

«ho lavorato per cambiare il mio modo di parlare e di scrivere, per incorporare nei miei racconti il senso geografico: non solo dove io sono ora, ma anche da dove vengo, e le molteplici voci presenti in me».

Non è forse un caso, dunque, che quelle di Ragazza, donna, altro siano pagine di avanguardia, animate da una prosa che si avvale della scansione poetica e rifiuta la punteggiatura in un rincorrersi di causalità che suggerisce la necessità di scardinare il linguaggio nella sua forma più consueta, consolidata e conosciuta, proprio perché poco consuete, consolidate e conosciute sono le soggettività e le tematiche che si propone di raccontare.

Quella di cui si serve, e che allo stesso tempo forgia Bernardine Evaristo, è una lingua che rifiuta il punto per conquistare il diritto alla complessità, all’autodeterminazione e al divenire. Una lingua che fruga alla ricerca delle parole, dei suoni, dei vuoti giusti per restituire soggettività ampiamente sotto-rappresentante, quando non escluse, dalla narrazione mainstream occidentale, spaziando dalla condizione di donna in senso ampio – «fin da piccola, qualcosa dentro di lei si rendeva conto che in teoria la sua bellezza avrebbe dovuto renderla obbediente, e che quando non lo era, quando si ribellava, stava deludendo tutti quelli che ci tenevano al suo essere adorabile» – a quelle di persone nere, lgbt, segnate da diverse forme di violenza, eredità e migrazioni.

Ed ecco emergere un altro fil rouge del libro: la mancanza di rappresentazione che, soprattutto in una società dove molto è pubblico, è tutto fuorché banale. La dittatura di una “storia unica”, come insegna la scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie, genera difficoltà e sofferenza; la separazione di ogni soggettività non canonica dal resto del mondo. Nonostante «trovare il modo di includere le nostre molteplici voci nei vari testi che creiamo» non sia “un obiettivo facile”, come sostiene bell hooks, si può affermare che Evaristo riesca nell’impresa.

La declinazione dell’essere ragazza, donna, altro che il suo romanzo restituisce svela l’imprescindibilità di un’ottica sistemica e intersezionale per interrogare il presente, facendo luce sul recupero della dimensione collettiva della soggettività in tutte le sue sfaccettature e interconnessioni. Interroga la bianchezza e la narrativa ricordando che, così come per comprendere appieno l’organismo vegetale si deve tener conto dell’invisibile e che le proprietà di un ecosistema sono più della somma della sue singole parti, nel lavorare all’espansione della «rappresentazione di chi siamo noi donne nere britanniche» è necessario ampliare le variabili e le alterità, tenere insieme le contraddizioni e le molteplicità di ciò che concorre a creare una condizione dinamica che sfugge alle definizioni nette per conferire dignità all’esperienza di ognuna, travalicando i confini e le programmaticità, per arrivare a concludere che forse:

«si tratta solo di essere
insieme».





In copertina: (c) illustrazione di copertina di Marta Perroni, @matra_pii

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