07.07.2026

Flashlight. Una luce nella notte, di Susan Choi

Tra memoria, identità e trauma, un romanzo corale che racconta il modo in cui i grandi movimenti della Storia attraversano le vite

Nel 2015 uno scrittore che stimo molto mi consigliò di leggere Dio di illusioni di Donna Tartt. Io, naturalmente, lo feci, ne rimasi folgorato e subito mi lanciai sull’ultimo romanzo della sua autrice, Il cardellino; che all’epoca era stato pubblicato da nemmeno due anni e che nel precedente aveva vinto il Pulitzer. Bene, sono passati più di dieci anni e ricordo ancora la sensazione di piacevole smarrimento che provai leggendolo. Qualcosa che non avevo mai sperimentato, o comunque non con tanto impeto, e che negli anni successivi ho cercato ancora e ancora. Nel tempo, poi, Il cardellino l’ho riletto diverse volte; tre o quattro. E ho trovato molti altri libri che quello smarrimento me l’hanno fatto avvertire di nuovo. Demon Copperhead di Barbara Kingsolver, 4321 di Paul Auster, Una vita come tante di Hanya Yanagihara, It di Stephen King (l’avevo già letto quand’ero ragazzino, ma approcciarsi a King da adulti è una faccenda piuttosto diversa), Vita di Melania Mazzucco, Anna Karenina di Lev Tolstoj. Ma ce ne sono stati degli altri. Romanzi mondo che hanno la capacità, come scrive Čechov, di mostrarci quanto la vita sia orribile e meravigliosa. E che me ne restituiscono il senso di vastità.

Sono sempre alla ricerca di libri del genere. Ma trovarne, quantomeno per me, non è semplicissimo e così quando succede, quando, leggendo, penso “eccone un altro, finalmente”, mi ci perdo dentro.

Di recente è capitato. E il libro è Flashlight, di Susan Choi; in Italia è uscito a maggio per Mondadori, nella traduzione di Stefano Bortolussi.

Finalista al Booker Prize 2025, all’Orwell Prize, al Women’s Prize for Fiction e semifinalista al National Book Award, è un caso editoriale in diversi Paesi e sta trovando il favore sia del pubblico e sia della critica. La sua autrice è Susan Choi e che fosse tra le più grandi del panorama letterario statunitense lo si sapeva già. 

flashlight

Choi, nata nel ‘69 da padre coreano e madre americana, porta sottopelle un intreccio d’identità che si riflette sempre e in modo molto lucido nella sua scrittura. Studi a Yale e alla Columbia University, ha dato il via a una carriera letteraria in cui la precisione della lingua, a tratti fredda però mai senz’anima, incontra nodi umani potentissimi. La sua è una letteratura in grado soprattutto di decostruire le dinamiche relazionali asimmetriche e che si concentra molto, tra le tante cose, sull’importanza del dubitare. Nei suoi libri dubitare, l’azione in sé, è spesso la miccia che fa esplodere la storia. Tra tutti, i sospetti maggiori dei protagonisti di Susan Choi cadono sui ricordi e la loro veridicità. Dei suoi romanzi, sei in tutto, in Italia ne sono stati pubblicati due. Esercizi di fiducia, uscito nel 2021 per SUR, che le è valso il National Book Award, e Flashlight.

Flashlight, dunque.

È una notte d’estate, l’aria pare carica di promesse, di mistero. Su una spiaggia, immersa in un buio fitto e senza scampo, camminano un padre e sua figlia Louisa, di soli dieci anni. Lui stringe una torcia elettrica, un piccolo faro nel vuoto. Poche ore più tardi, il mare restituisce Louisa: è viva, ma è un corpo esanime, riportato a riva dalla marea come un dono amaro. Di suo padre, Serk, non resta alcuna traccia. Il romanzo comincia da qui, da quella notte, però, fin da subito, rivela la sua natura liquida e, fin da subito, torniamo molto indietro nel tempo. A quando Serk era un ragazzino, per poi seguirlo nel suo percorso di vita, nel tragitto che lo porta a quella notte: la separazione dai genitori, che, finita la Seconda Grande Guerra, si trasferiscono dalla Corea del Sud a quella del Nord, la vita negli Stati Uniti, il matrimonio con Anne, la nascita di Louisa e ancora molto altro. Un viaggio, quello nell’esistenza di Serk, che noi lettori affrontiamo da diverse angolazioni, guardando il mondo attorno a tutti questi personaggi prima con gli occhi di uno poi con quelli dell’altro. Attraverso una struttura corale, in cui ogni protagonista prende voce a turno per raccontare il proprio pezzo di verità, il romanzo ripercorre le onde lunghe di un trauma che travolge tutto ciò che tocca. Fino a quella notte, su quella spiaggia.

Flashlight è un romanzo gigantesco e lo è per diverse ragioni. Lo è per la mole, la quantità di personaggi, per l’intreccio delle loro storie e quello che ciascuna di queste vite ha con la Storia. Di rado, credo, abbiamo contezza, nel corso degli anni, di quanto effettivamente la nostra vita sia immersa nel flusso della Storia. Di quanto i grandi smottamenti, i capricci e i deliri di onnipotenza dei leader mondiali modifichino il corso delle nostre esistenze. Intendo che è difficile farlo, che di rado ci riusciamo, mentre sta accadendo, mentre la Storia sta avvenendo. La Storia è un cantiere aperto, questo è ovvio. Ma concentrarci sulle nostre esperienze intime, personali, sul nostro cerchio magico, sul nostro percorso individuale è quel che facciamo nella gran parte dei casi; è più facile, più naturale. A volte, però, succede che qualcuno di noi, chi è capace di tenere lo sguardo su orizzonti più distanti e ampi, ecco a volte succede che qualcuno di noi sappia riconoscerla, la Storia nel suo svolgersi, e qualcosa cambia. Gran parte dei protagonisti di Flashlight sembrerebbe avere buona consapevolezza del fiume in cui siamo tutti immersi. E di sicuro Choi, attraverso una struttura meravigliosa, rende consapevoli noi lettori di questa immersione. E penso che uno dei motivi per cui mi sono sentito tirato dentro Flashlight sia questo.

Flashlight

In fondo, cosa c’è di più bello di tifare per dei personaggi piccoli come noi che devono misurarsi, quasi in modo epico, con eventi tanto grandi?

L’intreccio con la Storia, peraltro, è uno degli aspetti che mi hanno riportato ai romanzi di cui parlavo; uno degli aspetti che mi hanno restituito quel senso di vastità. Assieme alla folta schiera di personaggi, ai lunghi movimenti per il mondo, a un tempo narrativo dilatato nel corso di decenni. Sì, in Flashlight ho trovato tanto di quell’impianto.

Ma una cosa che manca c’è. Una cosa che in quei romanzi c’è sempre.

Ai protagonisti di Flashlight non mi sono legato.

Chissà, forse è perché la Storia, enorme com’è, si prende molto spazio; assolutamente non tutto, però: è importante sottolinearlo. O forse perché i tipi umani di Flashlight sono tutti parecchio freddi; a separarli, gli uni dagli altri, c’è come una sorta di patina, una pellicola trasparente ma molto resistente che non permette loro di comunicare. Sta di fatto che non ci si affeziona granché ai protagonisti. Si fa il tifo per loro, sì. Li si vuol seguire, si vuol sapere cosa ne sarà; la lettura procede spedita. Ma non si instaura quel genere di relazione d’affetto, che sembra quasi reale e di sincera amicizia, che, invece, ho sempre provato leggendo quegli altri lì. Ho voluto bene a Theo Decker, e ne ho voluto a Demon Copperhead e a Jude St. Francis, con Serk, Louisa e con Anne non sono riuscito a legare allo stesso modo.

La pellicola di cui parlavo. Ecco, quella pellicola lì, a volte, mi è parso si frapponesse pure tra loro e me.

Ho pensato fosse un fatto linguistico; e forse lo è davvero.

La scrittura di Choi è perfettamente controllata, bilanciata. A tratti, lo accennavo, fredda. Ma mai respingente o vuota. Una lingua che spesso sa dire dei luoghi più bassi e abietti che possiamo raggiungere; luoghi interiori, certo, ma non soltanto. Una lingua che, nonostante la storia passi da un personaggio all’altro, è sempre capace di tenere lo stesso passo lungo tutto il romanzo e di costruire un’ottima tensione. Una lingua che è soprattutto in grado di indagare in modo sorprendente quale grammatica si possa utilizzare quando le identità, su cui ci siamo costruiti per così tanto tempo, cominciano a vacillare.

Flashlight è un romanzo stupendo. Un romanzo ambizioso, che le sue ambizioni sa perfettamente soddisfarle e che trova posto tra quei libri, quelle storie, che riescono ad andare oltre. Oltre l’individuale, oltre i nostri brevi e vicini orizzonti personali. E nel farlo ci mostra quanto la vita, nella sua vastità, abbia in sé qualcosa di orribile e meraviglioso.


Immagine di copertina: Vivek Doshi – Unsplash

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