È possibile comprendere ciò che appare incomprensibile? Il racconto comune sull’anoressia è spesso lacunoso, in alcuni casi fuorviante; la narrazione fa spesso leva su cliché ormai socialmente condivisi, rendendo la malattia – e chi ne è affetto – ulteriormente irraggiungibile. «Da un’indagine del 2022 condotta su 15.000 studenti di scuola secondaria è emerso che entro i diciott’anni le femmine sono due volte più soggette a soffrire di disturbi mentali rispetto ai maschi, così come sono anche più inclini a nascondere quegli stessi disturbi1. Le ragazzine a partire dagli undici anni hanno il 30% di probabilità in più dei coetanei di incorrere in problemi di salute mentale. Un’indagine ha rivelato inoltre che l’80% delle studentesse ha un’ossessione per un “perfezionismo malsano e un autocontrollo estremo”; solo due anni prima della pandemia di Covid lo stesso dato era fermo al 20%.» Se queste percentuali appaiono spaventose (e lo sono), ogni discorso sull’anoressia deve essere scrupoloso, informato, onesto.
Hadley Freeman, giornalista e scrittrice di New York, vive a Londra e lavora per il Sunday Times. Si è occupata a lungo di moda, ha all’attivo un romanzo (in Italia, per Rizzoli, I fratelli Glass); ha una famiglia numerosa, tre figli. Ma, molti anni prima, quando è solo una ragazza, è stata una anoressica. L’aggettivazione, che negli ultimi anni ha lasciato il posto a espressioni più articolate e meno categorizzanti (persona affetta da anoressia, ad esempio), non è utilizzata casualmente: lo racconta la stessa Freeman nel libro Brave ragazze. Una storia di anoressia, pubblicato da 66thand2nd nella traduzione di Milena Sanfilippo. Non c’è, per Freeman, alcuno spazio per la persona nella sua identità davanti alla malattia, che è a tutti gli effetti totalizzante, un «serpente nero» subdolo, che isola e accerchia. Questo libro, che pure ha tardato ad arrivare («ero proprio convinta di volermene stare seduta qui a fissarmi l’ombelico? E poi avevo paura»), vuole rompere questo muro di silenzio, respingere il senso di isolamento e claustrofobia, non soltanto per chi, come lei, ha già attraversato l’inferno, ma anche per gli altri.

Per Hadley Freeman c’è esattamente un punto di partenza: è il 1992, e Lizzie, una compagna di scuola, lamenta la difficoltà di trovare vestiti della sua taglia (piccola) e, rivolgendosi alla quattordicenne Hadley che le osservava gli «arti ossuti», rivolge una semplice frase. È la miccia da cui si propagherà l’incendio:
«”Magari fossi normale come te”.
Un tunnel nerissimo mi si spalancò dentro, lasciandomi precipitare, come un’Alice senza il paese delle meraviglie. “Normale”. Non magra, non esile – normale. Normale era banale. Normale era noioso. Normale era… nulla.»
Per lei, da quel momento, è l’inizio del precipizio. L’inspiegabilità di questa malattia, come si diceva all’inizio, l’ha spinta, a distanza di moltissimi anni, a porsi alcune domande fondamentali. Se le statistiche mostrano un quadro a dir poco allarmante (in Italia, secondo il comunicato rilasciato nello scorso marzo dalla SINPIA – Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, anoressia e bulimia affliggono l’8-10% di ragazze e lo 0,5-1% dei ragazzi, con un aumento dei casi in età precoce anche a partire dagli 8-9 anni), se sempre più giovanissime sono anoressiche, com’è possibile che ci sia così poca chiarezza? Uno dei problemi, racconta Freeman, sta nell’approccio: l’anoressia è spesso identificata con un desiderio di magrezza da parte delle pazienti (l’utilizzo del femminile, anche in questo caso, non è casuale. La scrittrice ha documentato, infatti, casistiche legate alla propria esperienza in quanto donna bianca occidentale). Ma l’anoressia è come «una bomba dentro di noi in attesa dell’attimo giusto», è lo strumento di reazione a sentimenti d’ansia, alla necessità di gestirla, che si traduce nel controllo sul proprio corpo. È così che per l’adolescente Hadley inizia un vero e proprio percorso in cui bisogna essere «brave a scomparire», in cui la privazione di cibo è la sola efficace laddove tutto il resto non funziona. Non è, quindi, il desiderio di essere magre: è «il desiderio di sembrare malate». Per lo stesso motivo, non si può ridurre il discorso sulle cause scatenanti a una generalizzata critica all’industria sociale, che propone irraggiungibili standard di bellezza (dalla heroin chic alla taglia 0, è bello ciò che è magro): questo è il sostrato in cui le adolescenti crescono e in cui l’anoressia “attecchisce” meglio. Non solo le riviste di moda, o i social network, hanno un peso rilevante. È una sorta di codice universale, in cui si è immersi dalla prima infanzia, a partire dai libri per l’infanzia, in cui i bravi bambini e le brave bambine hanno un aspetto grazioso e sempre magro, e i cattivi e le cattive sono invece «mostruosi» e risibili per la loro grassezza. Le restrizioni che arrivano dall’esterno hanno un peso specifico; da sempre ragazze e donne hanno dovuto esternare la propria sofferenza o le proprie fragilità attraverso il corpo, come fosse un campo di battaglia. Quello del cibo è un pensiero fisso per tutte.
In questo libro a cavallo tra generi diversi, dal memoir al saggio, dove gli studi citati sono numerosi e approfonditi – Freeman si è infatti rivolta a medici ed esperti, a pazienti ed ex pazienti conosciute nei numerosi ricoveri cui è stata sottoposta – l’autrice non si prefigge tra gli obiettivi l’esaustività, d’altronde impossibile da raggiungere. È la sua storia, che si dipana come uno stradario ricolmo di esperienze personali, di lunghe degenze ospedaliere, di gravi ricadute e perdite dolorose, di competizioni infime a chi mangiasse di meno. Avendo trascorso anni nei reparti psichiatrici, ha assistito al proprio disfacimento, ma anche a quello di coloro che le erano intorno. Come il caso di un’altra paziente di 32 anni, che aveva avuto una crisi sostenendo che la sua fetta di pane avesse più burro spalmato rispetto alle altre ragazze. Si rivelerà questo un altro fondamentale punto di svolta per lei: se la negazione del corpo è stata finora totalizzante, subentra adesso un’altra consapevolezza, che si manifesta ancora per sottrazione e che ovviamente non cancella le altre ma che la aiuterà, in qualche modo, a tirarsi fuori. Il percorso, lungi dal tentativo di semplificarlo, non sarà affatto in discesa e la condurrà in luoghi pericolosi: disturbi ossessivo-compulsivi, comportamenti agorafobici, cambi di identità.
«Non essere più una bambina, né lasciarmi definire dal passato. Ero decisa a portare avanti quella messinscena di assoluta normalità.»
- Andrew Gregory, Thousands of Girls as Young as 11 in England Hiding Signs of «Deep Distress», in The Guardian, 28 febbraio 2022. ↩︎