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Don Lorenzo Milani. Tutto è grazia



Una sera di ottobre del 1965 mio fratello ci riunì prima di cena, mio padre mia madre e le mie sorelle, attorno al tavolo di cucina. Tirò fuori una pagina di giornale e lesse a voce alta la Lettera ai giudici di don Lorenzo Milani. È uno dei ricordi più vividi che ho di me ragazzino. Mio fratello era stato ordinato da poco sacerdote, aveva venticinque anni, e aveva cominciato a frequentare Barbiana. Io andavo alle medie a Borgo San Lorenzo e la mia professoressa di storia e geografia era Adele Corradi. Barbiana era a pochi chilometri. Mio fratello mi ci portò due volte in estate, io dietro di lui sulla Vespa che si arrampicava per quelle strade sterrate. La sua voce era forte e chiara, quella sera, mentre leggeva le parole di don Milani, che si difendeva perché alcuni ex combattenti della Seconda guerra mondiale lo avevano denunciato per quanto aveva scritto in una Lettera ai cappellani militari. Quel testo diventerà poi L’obbedienza non è più una virtù (Libreria Editrice Fiorentina, 1965).Leggendo oggi Tutto al suo conto – Don Lorenzo Milani, con Dio con l’uomo (San Paolo, 2023), il libro che mio fratello ha scritto sul Priore di Barbiana, mi tornano in mente altri episodi.

don milani

Un’altra sera mio fratello arrivò portando un giornale, Lo Specchio che, nella prima pagina, riportava un titolo a caratteri cubitali: “Il prete rosso”, con la foto di don Milani. A quei tempi il giornalismo si divideva grosso modo tra chi aderiva al cosiddetto blocco occidentale, filoamericano, e tra chi sceglieva quello comunista, filosovietico. Lo Specchio era diretto da un cittadino statunitense che era stato fascista, Giorgio Nelson Page: cominciò da lì la mia curiosità per i giornali. Quel settimanale, ricordo, aveva un formato simile all’Espresso, con una grafica rossa e nera, che ancora oggi si ritrova in certa comunicazione della destra, nei volantini dei gruppi estremisti, e parlava di politica, di cronaca e di cultura. All’interno, o in copertina, quando non c’erano Pasolini – oggetto allora di una violenta campagna denigratoria – o don Milani, c’erano foto di attrici svestite, secondo l’oscena mescolanza di un certo malinteso laicismo di quegli anni, che scambiava la modernità con la pornografia. Mio fratello fu il primo a mettermi in guardia verso quel tipo di giornali. Anche il quotidiano di Firenze La Nazione scriveva articoli critici, quando non proprio diffamatori, su don Milani. Come un altro settimanale, Il borghese, dichiaratamente nostalgico del fascismo, diretto da Leo Longanesi. Fu sempre mio fratello a farmi conoscere, qualche anno dopo, Sette Giorni, diretto da Ruggero Orfei e Piero Pratesi, dove scrivevano Emanuele Severino e Adriana Zarri e dove ho scoperto gli scrittori latino-americani, la musica classica contemporanea, il teatro d’avanguardia. A scuola Adele Corradi saltava il programma e ci faceva studiare il Vietnam: John Kennedy era stato assassinato e l’offensiva di Ho Chi-Minh che appoggiava la guerriglia e lottava per l’indipendenza e l’unificazione del Nord e del Sud metteva in crisi la credibilità e il prestigio dell’America.

«A Barbiana non c’era ancora l’elettricità – scrive mio fratello, ricordando la prima volta che ci andò, da seminarista, a diciotto anni. L’illuminazione era a gas. Al posto della lampadina c’era una calzetta di rete che si accendeva con un fiammifero. Finita la cena, sotto quella luce fioca, don Lorenzo rimase a dire il breviario. Fu preparato per me un lettino nell’archivio parrocchiale. Le lenzuola erano fresche di bucato “perché il Priore, disse l’Eda, ci tiene alla pulizia più che a ogni altra cosa”. Mi coricai al lume di candela con la sensazione che a Barbiana ci fosse qualcosa di autentico che non avevo mai sperimentato prima. Mi sentii contento senza sapere il motivo preciso».

Al liceo, anch’io provai qualcosa di simile quando, con una mia compagna di cui mi stavo innamorando, preparammo un’assemblea, dissezionando Lettera a una professoressa, che nel frattempo era uscito (1967, l’anno in cui don Milani morì), facendone strumento di condivisione di quello che ci sembrava, con una folgorazione, di avere capito: come riconoscere l’ingiustizia. «I motivi erano diversi – spiega mio fratello, nell’analizzare quella contentezza che sembrava non averne e che aveva contagiato anche me – ma tutti si riassumevano nel fatto di aver scoperto un mondo nuovo, dove puoi ritrovare l’essenziale e quindi l’unità e la verità di te stesso».

Don Milani contribuì a spalancare un mondo nuovo anche davanti ai miei occhi, pochi anni dopo. Lo leggevo con la mia prima fidanzata, indossavamo eskimo verde e sciarpa rossa, tenevamo in tasca Il Manifesto, appena diventatoquotidiano. Mentre per mio fratello conoscerlo fu soprattutto la scoperta dell’insegnamento per affrontare la fatica di essere uomo e prete e la gioia di esserlo insieme agli altri, per me coincise con un allontanamento dalla religione cattolica, alla quale ero stato educato. Leggere questo libro di mio fratello mi ha dato la prova di quanto Barbiana abbia contato per me in quegli anni della mia formazione e quanto abbia contribuito a fare di me quello che sono diventato. Due mondi nuovi si schiudevano a me e a mio fratello. Lui iniziò un percorso di una tale coerenza che ancora oggi mi stupisco della sua costanza e della sua perseveranza. Molti suoi compagni di Seminario diventati sacerdoti, si spretarono. Studiò all’Accademia Alfonsiana di Roma, l’Istituto Superiore di Teologia Morale ma, a una probabile carriera ecclesiastica, preferì la condizione di prete povero, al servizio degli altri. «Don Milani ha fatto quel che ha fatto perché era prete, così ha detto sua madre, indicando con sicurezza chi è stato don Milani: un prete», scrive mio fratello, che dice: «In base alla mia conoscenza diretta, alle testimonianze e ai suoi scritti, ho ravvisato (…) cosa ha fatto grande la sua vita, che può fare grande la vita di tutti: smettere di pensare a se stessi e accogliere il progetto di Dio sulla propria esistenza; unificare e pacificare la propria vita sotto l’unica signoria di Cristo; la vocazione è uguale per tutti; fare del bene là dove uno si trova; incarnarsi nel proprio posto, concentrandosi su poche cose; si ama Dio amando in modo concreto le persone che ci stanno attorno, soprattutto i poveri, e formando con loro una vera famiglia; agire sempre in modo esemplare, sapendo che la nostra azione ha un riflesso su tutta l’umanità; non perdere tempo in cose futili e vivere il momento presente con responsabilità; il primato della coscienza in ogni decisione da prendere».

Don Milani (credits La Repubblica)

Questo libro non appartiene all’ondata di libri agiografici su don Milani: serviranno anche quelli, necessari per farlo conoscere, nel centenario della nascita. Quando gli chiesi perché si era deciso a scriverlo mio fratello mi rispose: «Vorrei scriverlo per i giovani seminaristi, per chi oggi decide di farsi prete». A me don Milani servì per trovare il mio posto nel mondo, e fu utile a cementare certi principi mentre da ragazzo facevo politica abbracciando l’ideologia dell’estrema sinistra: ma mi sembrava tutto coerente, don Milani, Pasolini, Dario Fo, Davide Maria Turoldo e Cesare Pavese, L’obbedienza non è più una virtù, Lettera a una professoressa e Rulli di tamburo per Rancas di Manuel Scorza, i preti operai latino-americani e i partigiani del Mugello che intervistavo per il mio primo libro, L’uomo a una dimensione di Marcuse e i Minima Moralia di Adorno, i film di Ingmar Bergman che mi affascinavano e il “Cinema Novo” di Glauber Rocha, poi, con gli anni, il teatro dei Magazzini Criminali combinato ai Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, a Contro l’interpretazione di Susan Sontag e agli Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli: un desiderio di conoscere che nasceva, anche quello, da un germe che mio fratello aveva seminato. Un pomeriggio di quegli anni in cui mi portava a Barbiana – avrò avuto undici o dodici anni – aprii uno scatolone che conteneva i libri che Mario si era portato via dal seminario: non c’erano libri in casa nostra, a parte pochi casuali romanzi che leggevano le mie sorelle, Cime tempestose, Una vita di Guy de Maupassant, La valle dell’Eden, di cui ricordo come fosse ora le copertine. Fu quel pomeriggio che mi rigirai per la prima volta tra le mani Kafka e Max Brod, Chesterton, Bruce Marshall e Bernanos, Pascal e Maritain (ho ancora io la sua copia di Umanesimo integrale, 1962, ogni tanto lo rileggo qua e là). Certo, ripensando alla mia vita e confrontandola con quella ascetica di mio fratello – ma anche con quella di Adele Corradi, unica professoressa ammessa a Barbiana, autrice di Non so se don Lorenzo (Feltrinelli, 2012), che non si è mai sposata per dedicarsi all’insegnamento, e che è rimasta così viva nella mia memoria – realizzo quanto profonde fossero le radici della mia educazione: ho passato tutto sommato indenne le tempeste degli anni 70/80 quando molti miei compagni di università diventavano terroristi o morivano di droga. Forse lo devo a quell’I care che campeggiava sulla povera porta della canonica di Barbiana e che vidi “dal vivo” due volte; alla fine sapevo sempre, dentro di me, che ogni mia azione aveva un riflesso su tutta l’umanità, almeno su quella che mi circondava, come aveva capito mio fratello. Io e lui non ci conosciamo veramente, perché non ci siamo quasi mai frequentati, era sempre via, in seminario, a Roma, nelle varie parrocchie in cui è stato sacerdote, ma posso dire di riconoscere in lui quello che lui ha intuito di don Milani: «(…) sappiamo dai suoi scritti e dalle testimonianze, fra cui la mia, che le radici dell’azione di don Milani sono unicamente nella sua fede e nel suo sacerdozio, cioè in Dio», scrive mio fratello. Che ha speso, anche lui, la sua vita alla ricerca dell’autenticità cristiana. Io, equivocando, ho scambiato don Milani per un sociologo, e l’ho adattato alle mie necessità. Mio fratello è ora al lavoro sui libri che don Milani leggeva: gli pare – e lo dice già qui, in Tutto al suo conto – che la morte del curato di campagna di Bernanos e quella di don Milani si assomiglino fin quasi a sovrapporsi, tutte e due riassunte nella frase finale «Tutto è grazia», cioè tutto è stato dono di Dio, perché tutto il nostro vissuto non fa che desiderare di giungere al porto della salvezza.





In copertina: Don Milani (credits Rai News)

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