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Disinfezione del lutto. Su Senza respiro di Raffaella Mottana



Nella letteratura italiana stanno diventando sempre più frequenti i testi che inscenano il trauma, che sia la scoperta di una malattia o la perdita di un proprio caro. Per molti scrittori sembra non sia possibile fare letteratura senza raffigurare un’esperienza di sofferenza. Daniele Giglioli in Senza trauma (Quodlibet, ultima edizione 2022) parlava addirittura di un’ossessione da parte degli scrittori del trauma, al punto che «non vivendo traumi, li immaginiamo ovunque. È come se fossimo così traumatizzati dall’assenza di traumi reali da doverci costringere a inseguirli ansiosamente in ogni situazione immaginaria possibile». Sempre secondo Giglioli, il rischio nell’inscenare un trauma – reale o immaginario che sia – è quello di intrappolare il proprio io in una paralisi fra realtà e finzione, in cui alla fine lo scrittore diventa il trauma che ha veramente vissuto oppure che ha immaginato, e senza di esso non ha più senso di esistere.

Questo breve excursus sul legame fra trauma e letteratura ci permette di parlare di una scrittrice esordiente che ha provato a inscenare un qualcosa di inedito rispetto ai tanti autori che hanno rappresentato la sofferenza nei propri libri: la morte del trauma, quasi a voler mostrare come si possa fare letteratura senza per forza parlare di sofferenza e senza restare intrappolati nel trauma e nel lutto di cui si parla. L’autrice in questione è Raffaella Mottana, milanese, classe 1995 e studentessa della Bottega di narrazione di Giulio Mozzi, che ha debuttato lo scorso ottobre con il suo romanzo Senza respiro, opera segnalata alla XXXIV Edizione del Premio Italo Calvino e pubblicata per la neonata Accento Edizioni nella collana Accento Acuto, dedicata principalmente agli esordienti italiani.

Senza respiro è la storia di Cecilia, ragazza ventiduenne originaria di Milano, che nella prima parte del romanzo subisce la perdita di sua madre, malata di cancro. La protagonista non resta traumatizzata dalla morte in sé, quanto dal lento declino che subisce il corpo della madre, che ai suoi occhi passa allo stadio di «cosa che respira», di «statua di gesso», come il cadavere della stella marina che conserva da quando era bambina, ormai ingrigita e che lentamente si sgretola. Nella seconda parte del romanzo, Cecilia viene a conoscenza delle pratiche di BDSM, in particolare quella del breath play, pratiche che la porteranno a rivivere il dolore e la sofferenza della madre e che gradualmente la porteranno a seppellirne per sempre il lutto.

Per comprendere Senza respiro, sarebbe utile focalizzarsi sul titolo, anzi, sui titoli. Quando era stato segnalato al Premio Calvino, infatti, il romanzo aveva il nome di I giorni della merlaEntrambe le scelte ben esprimono l’atmosfera del romanzo: fredda e asettica da un lato – la seconda parte della narrazione, infatti, si svolge pressappoco verso gennaio, e i giorni della merla del titolo originale alludono alla fine di gennaio, il periodo più freddo dell’anno – e asfissiante dall’altro, come recita il titolo definitivo. Questa atmosfera viene ben rappresentata da elementi di freddo come i ghiaccioli, il disinfettante e «la stanza piccola e spoglia, fredda» dell’ospedale, ben presenti nella prima parte del romanzo, e dalla mancanza di respiro della madre di Cecilia e dalle pratiche di BDSM. Inoltre, Mottana ben riesce a ritrarre l’asetticità e l’asfissia della vita della ragazza attraverso un linguaggio spoglio, contraddistinto in prevalenza da un periodare paratattico, che non lascia spazio a nessun tipo di emozione, anzi, serve proprio a privare queste emozioni della possibilità di prevalere su Cecilia e di conseguenza di paralizzarla nel proprio trauma. Da non sottovalutare anche la scelta di una narrazione in terza persona, che enfatizza la freddezza e l’asetticità della protagonista, la quale decide di rinunciare al proprio lutto per sopravvivere.

L’obiettivo di Cecilia – e con lei di Mottana – è quello di cercare di uscire dal trauma della perdita e dimostrare come sia possibile da un lato vivere oltre il proprio dolore e dall’altro poter scrivere senza farsi sopraffare dal trauma. In questo Senza respiro differisce moltissimo da romanzi sul lutto come Il grande animale di Gabriele Di Fronzo (nottetempo, 2016), L’invenzione della madre di Marco Peano (minimum fax, 2015) oppure il più recente Prima che mi sfugga della francese Anne Pauly (L’orma editore, 2022). Il suo intento non è “inventare” la madre oppure colmarne l’assenza attraverso i suoi oggetti e i suoi ricordi, bensì quello di cercare di cancellare ogni traccia della sua perdita per liberarsi dal giogo del lutto e per tornare a vita propria. In questo senso sono da interpretarsi le due parti del libro: la prima, che racconta la morte vera e propria della madre – di cui non viene mai detto il nome e di cui non vi sono ricordi di prima che si ammalasse –, è speculare alla seconda, dove Cecilia rivive il deterioramento della madre e del suo respiro attraverso le pratiche di soffocamento del BDSM in un climax ascendente che porterà alla morte simbolica del lutto della propria madre.

Il processo di elaborazione – o meglio, di disinfezione – del lutto di Cecilia inizia già nella prima parte del romanzo, nel momento in cui la ragazza riduce la propria madre allo stadio di cosa, come a voler esorcizzare il dolore che prova nella sua imminente perdita:

«Ricorda una cosa con la testa rotonda, bianca e pelata, senza sopracciglia, con le borse sotto gli occhi perché il sonno dei malati non riposa. Una cosa con il camice azzurrino dell’ospedale. Una cosa che sta sdraiata a letto, con i tubi trasparenti che escono dal braccio e si attaccano alle flebo. Una cosa che non mangia, non beve, non cammina. Una cosa che muore con fatica, senza dire una parola, senza guardarla, senza salutarla, senza dirle “Andrà bene, forza. Sei il mio soldatino”. Una cosa che non ha più la faccia della mamma, ma ha addosso i suoi vestiti».

Cecilia ben si rende conto che non ha più senso vivere nel dolore della perdita per la madre, in quanto quella di cui piange la scomparsa è una persona che ha perso la sua identità di madre, e che nessun ricordo può in un certo senso riportarla in vita:

«I morti perdono per la prima volta la loro identità quando muoiono, le loro facce non sono più le loro, che rinuncino a capelli e sopracciglia o lascino la scatola cranica sull’asfalto. Perdono di nuovo la loro identità ai funerali, quando il loro nome non viene ricordato. Perché mettere una targa sulla lapide? Avrebbe più senso spingere i cadaveri in una fossa comune e dimenticarli del tutto».

La chiave di volta per la protagonista è, dunque, dimenticare tutto: il volto della madre, il proprio dolore, e allo stesso tempo ogni legame con la propria famiglia e con i propri sentimenti. A poco a poco Cecilia diventa sempre più fredda e distaccata nei confronti di suo padre e sua sorella Greta, ad esempio, e quanto alla madre recide ogni legame con la sua perdita nel momento in cui afferma definitivamente la sua morte e dichiara di non aver mai amato le perifrasi, secondo lei «tutte stronzate che la gente dice perché si sente a disagio». La ragazza approda a una solitudine estrema, dove ogni stanza che abita «ha la stessa assenza di rumore che c’era in ospedale». Si spoglia, dunque, di tutto ciò che ha, e come sua madre diventa anche lei una cosa dalla pelle fredda e senza respiro, che non lascia spazio a nessuna emozione, anzi, che disinfetta il proprio dolore affliggendosi altrettanto dolore attraverso i tagli e i giochi erotici di soffocamento previsti dalle pratiche sadomaso. Elaborare il lutto per Cecilia significa distruggerlo con altra sofferenza e, una volta che se n’è privata, tornare libera, anche a costo di diventare una cosa fredda, asettica ed estremamente sola.

Senza respiro, dunque, approda a una doppia consapevolezza: quella di Cecilia, per la quale è possibile liberarsi del proprio dolore se si è disposti a perdere tutto fino alla solitudine più estrema; quella della sua autrice, per cui è possibile fare letteratura senza inscenare traumi e lutti, a patto di essere disposti a rinunciare a sé stessi, alle proprie emozioni, ai propri affetti. Solo così si può scrivere e di conseguenza vivere: riducendo il proprio io allo stadio di cosa per liberarsi della sofferenza e cercare, così, di andare avanti.





Photo credits:
Copertina: Christina Victoria Craft tramite
Unsplash

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