04.08.2026

Come ti difendi

Dentro il romanzo di Francesco Zani, nel quale una semplice domanda passa di bocca in bocca, di generazione in generazione

Messico chiedeva a tutti la stessa cosa. Una domanda, identica, per anni, la stessa finché quel quesito non diventa l’essenza stessa del paese. A Sergio, sedici anni appena dichiarati, una mattina sulla banchina: «Come ti difendi? È ora che cominci». Ad Armando, che si allena così tante ore da rispondere bruscamente a chiunque lo interrompa e che si becca uno scappellotto insieme alla provocazione: «Ma te come ti difendi, Armandino? Per me non ti difendi mai, ti devi difendere nella vita». E nel punto più spericolato del libro la rivolge a un tonno appena pescato, gli occhi fissi e immobili sulla banchina, parlandogli a un palmo dallo sguardo: «Come ti difendi? Come ti difendi? Come ti difendi?». La condanna della ripetizione come sfida a una maledizione: Francesco Zani ha scritto le pagine di Come ti difendi (Mondadori) osservando cosa succede quando un quesito minimo, nato per una persona precisa, si moltiplica fino a farsi storia di un paese intero.

Il romanzo, però, non comincia con una domanda. Comincia con uno schiaffo. All’ombra dell’epigrafe di Pier Vittorio Tondelli sul dolore della solitudine quando si è in mezzo alla gente, Marcello picchia la nuora Adele e il nipote Sergio, ancora bambino, finge di non sentire dietro la porta della camera, ma «le botte non smettono mai di abitare una casa». È una dichiarazione d’intenti: prima di insegnare a un ragazzo come ci si difende, Zani vuole che il lettore veda bene da cosa, davvero, ci si debba proteggere. Solo dopo, in un arco lungo quarant’anni, arriva Messico a dare voce all’oracolo – factotum del circolo, spalla comica del paese – finché lui stesso, vecchio e solo nell’ultima pagina, non finirà per rivolgere il quesito a se stesso: «Ma da chi ti nascondi, scusami un po’?» – «Da me».

La lingua di questa storia è un romagnolo fisico che mi ricorda lo stesso patto che Gianni Celati stringeva con i suoi Narratori delle pianure (Feltrinelli), con un dialetto che non è un colore folkloristico da spiegare, ma una postura mentale necessaria come una bussola per attraversare e comprendere i personaggi. È una lingua che punteggia ogni pagina, passando di bocca in bocca come un tic di famiglia, lanciata a bruciapelo o come proverbi che sembrano inventati e diventati veri solo perché ripetuti ancora e ancora. Ma Come ti difendi possiede anche la vena di parole che agiscono come unico argine collettivo che la comunità sa opporre al lutto, alla fatica, alla vergogna e, ogni volta che il dolore rischia di farsi insostenibile, interviene una battuta a tagliargli le gambe. Quando Marcello muore d’infarto mentre tradisce la moglie, al bar qualcuno commenta: «È morto mentre chiavava, meglio di così l’è impusebbil»; oppure mentre un tonno gigante si spegne lentamente sulla banchina sotto gli occhi di tutti, i pescatori si scambiano battute sul sangue ancora caldo. È un meccanismo che si radica nel mondo fatto di estati in cui mi mancava il condizionatore, succhiavo ghiaccioli alla menta e leggevo il Don Camillo di Guareschi (Rizzoli).

francesco zani

La varietà di registri permette a Zani di conciliare questa postura fatta di paese, casa e sentimenti di persiane scarnificate dal sole con uno sguardo che passa dal coro al corpo singolo: la materia esatta di un corpo adolescente e maschile travolto da qualcosa di adulto – il sesso, la morte, la violenza – prima ancora di avere gli strumenti per poterlo definire e nominare. Quando Sergio, al bordello, resta «intrappolato dentro un panico assassino» mentre la mente non riesce ad evitare il ricordo del corpo del nonno appena morto, la pagina si limita a mostrare, come la cinepresa del cinema dei fratelli D’Innocenzo, muscoli, sudore freddo, il labbro inferiore che trema. Il lessico si fa arido, quasi clinico, non c’è nessuna psicologia, solo la carne che reagisce prima della ragione.
Non è un caso che proprio a Sergio venga affidato un mestiere di branco – dove le colpe si dividono dentro lo stesso scafo – e ad Armando uno sport che si gioca da soli, senza compagni con cui spartire l’errore: la solitudine del campo diventa lo specchio esatto della sua clandestinità. La stessa clandestinità che Tondelli, in Altri libertini (Feltrinelli), aveva già rintracciato in un’altra Emilia-Romagna fatta di desideri senza nome e vite ai margini della provincia bene.

Come ti difendi non ha la pretesa di insegnare qualcosa a qualcuno o consolarci, questo è il suo pregio più ostinato, perché quello in cui riesce è continuare a porre una domanda senza che nessun personaggio riesca mai a chiuderla davvero, di bocca in bocca, generazione dopo generazione, esattamente come fa la vita. E, se la difesa esiste, forse, assomiglia sempre a qualcosa che non sappiamo davvero comprendere, qualcosa che si fa, ma non si dice.




In copertina: Fugu e pesce Inada, Ando Hiroshige, 1840

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