08.04.2026

Storia di un’amicizia: Cavazzoni su Celati, e viceversa

Attraverso discussioni a base di vodka e lotta al perbenismo, un’autobiografia indiretta condotta sulla vita dell’amico Gianni Celati

Se per il Marcel della Recherche a innescare ricordi e fantasticazioni erano i dolcetti francesi inzuppati nel tè, le famigerate madeleine, per Cavazzoni e Celati il miglior carburante letterario è invece la vodka russa, vodka che i due amici ordinano prima ancora dell’antipasto quando escono a cena in centro a Bologna, di solito da Angeli o alla Spiga, perché i loro discorsi si sollevino dal pantano del già detto, del già scritto, e diventino subito filosofia anomala, aneddotica strampalata, insomma un distillato di pensieri luminosi e volanti, come il senno di Orlando, di cui è composto anche Storia di un’amicizia, atipico memoir di Cavazzoni sull’amico Celati pubblicato da Quodlibet nella collana Compagnia Extra.

Cavazzoni e Celati si conoscono nel 1985 a un convegno nella casa di Ludovico Ariosto. Mentre Cavazzoni sta ironizzando su un certo scrittore, Celati si convince che stia parlando proprio di lui e, come nelle comiche mute, gli va incontro per picchiarlo, ma arrivato a metà si rende conto che Cavazzoni sta ridicolizzando un altro scrittore che anche Celati non sopporta. Vanno subito d’accordo e cominciano a chiacchierare dei personaggi dell’Orlando furioso con un entusiasmo quasi calcistico, tifandone alcuni, fischiandone altri. In seguito Cavazzoni e Celati fanno un po’ di viaggi insieme e molti, ancora più belli, li immaginano e basta, vanno a caccia di mattoidi sul lungo Po. Celati si licenzia dall’università perché vuole guadagnarsi il pane onestamente, si trasferisce in Normandia, passa il tempo, i due fondano riviste e di una, abbastanza losca, diventano persino direttori senza saperlo. Una volta decidono di andare fino a Piacenza in treno a darle a quel critico di nome Foti o Sofi, ma poi seguono il consiglio postumo degli stoici e restano a casa. Un’altra volta litigano coi tedeschi sul narratore implicito, un’altra ancora si ubriacano coi danesi che, pur non capendo cosa dicono, li applaudono lo stesso, e soprattutto, per quasi quarant’anni, parlano e straparlano, si raccontano a vicenda, si romanzano a vicenda, si scambiano piccoli aneddoti e grandi pensate, che poi finiscono nei libri di Cavazzoni o in quelli di Celati o magari da nessuna parte.

In un libro di non-fiction su un grande scrittore, un libro che chiunque avrebbe probabilmente affrontato insistendo su una visione dell’autorialità forte, degna appunto di essere raccontata, un’autorialità quasi divina, che crea tutto dal nulla eccetera, Cavazzoni, altro grande scrittore, sembra invece dire che l’autorialità forte così come siamo soliti pensarla e celebrarla non esiste proprio, perché le storie non sono di nessuno, non si sa nemmeno bene da dove vengano, se dalla memoria o dal sogno, se dai libri o dalla vita, se da Cavazzoni o da Celati, e inoltre, appena ci si sforza di farle venire fuori, le storie vengono fuori male, malformate. Visto che il tempo è infinito e le storie finite, l’originalità del soggetto è solo un mito moderno, o peggio capitalistico, da narrativa industriale, e l’autorialità non sta mai nel cosa ma nel come, nello stile, nel tono della voce così riconoscibile che lo si sente nella testa quando si legge. I racconti dunque passano di scrittore in scrittore, di riscrittore in riscrittore, come la splendida novella delle papere chiamate donne o delle donne chiamate papere che passa dal Novellino al Decameron. In sostanza è tutto un gran bazar dei racconti, assicura Cavazzoni, citando un saggio di Celati contenuto in Finzioni occidentali, e allora lo scrittore, come fa Celati, non può che vagare, anzi pascolare, per il mondo a chiedere sempre, preferibilmente ai matti: «Dai! Raccontaci!», mentre intanto prende appunti, come fa Cavazzoni, con la sua grafia minuscola da zanzara alfabetizzata.

Con questa struttura a appunti, a epoche, a antiplatonici dialoghi della vodka, Cavazzoni compone non solo una biografia irregolare dell’amico Celati, ma anche una lunga prefazione a posteriori, un po’ come Delfini al Ricordo della Basca, sia alla collana Compagnia Extra che alla sua stessa opera, perché da un lato nel libro compaiono moltissimi titoli della collana da lui fondata nel 2008 e anche parecchi suoi autori, Benati, Cornia, Albani, Morelli (addirittura il desaparecido volontario Pignagnoli), e dall’altro Storia di un’amicizia è anche un compendio di tutti gli stili e i temi cavazzoniani, dal saggismo semiserio alle vite brevi ma istruttive degli idioti. Al suo repertorio però si aggiunge qualcosa che, pur essendoci fin troppo nella narrativa italiana contemporanea, in effetti in Cavazzoni non c’era mai stato, ovvero l’autobiografismo, il memoir, ma se altrove l’autobiografismo scade spesso nell’ombelicale, Cavazzoni, al primo tentativo, trova subito il modo per evitarlo ricorrendo a una sorta di autobiografismo indiretto perché mediato dal racconto di un’amicizia intellettuale, alla Thomas Bernhard. Mentre racconta di un altro, di un amico appunto, Cavazzoni racconta anche di sé, anzi racconta di sé al quadrato, perché racconta di sé da sé e racconta anche quello che Celati racconta di lui. Nel raccontare di sé, dello zio, della nonna, della sua infanzia, in un velato Amarcord, la prosa di Cavazzoni conserva intatti tutti i suoi inconfondibili registri, dal grottesco al cinico bonario allo stralunato, ma ne guadagna un altro ancora, fin qui indagato meno, cioè il lirico, un lirico più personale, più coinvolto, anche se mai patetico, commovente il giusto, come direbbe lui.

Sul piano intellettuale Cavazzoni si dimostra, quasi a ogni pagina, provocatorio, politicamente scorretto, lontanissimo dalla stampa trombona, dal benpensantismo di certa sinistra facile, ma nonostante sia un tratto distintivo di tutta la sua opera il sabotaggio filosofico di Cavazzoni a questo giro è ancora più doveroso e in un certo senso moltiplicato per due, perché anche Celati, a volte canonizzato frettolosamente come narratore di narratori delle pianure, è in fondo un intellettuale contro, contro il sistema universitario, i riconoscimenti pubblici, l’editoria, contro la cattiva retorica e la stupidità prepotente, che in fondo sono la stessa cosa. Celati non vuole comandare, guidare o peggio ancora insegnare, preferisce farsi portare in giro come un bambino in carrozzina a scoprire il mondo senza assumersene la responsabilità, il suo unico vero titolo, dice Cavazzoni, l’unico che gli si addica, non è né maestro né professore né tantomeno scrittore, ma Gianni, solo Gianni.

Gianni Celati e Ermanno Cavazzoni

Durante tutto il volume dunque Cavazzoni e Celati, come il Berselli di Venerati maestri, sabotano il conformismo intellettuale, si danno il cambio nel dire ciò che non si potrebbe dire, le sparano grosse e, giuste o sbagliate che siano, le sparano comunque liberatorie rispetto all’ipercorrettismo morale e all’omologazione ideologica della quasi totalità della narrativa odierna. Cavazzoni sfotte Greta Thumberg, bambina telecomandata, e in generale gli ecologisti sempre in giro con la macchina a cercare l’inquinamento, torna spesso sul buco nell’ozono, che doveva farci fuori tutti e di cui invece non si parla più, è passato di moda. Celati racconta la storia di un “finocchione”, commettendo in una sola parola i reati linguistici di omofobia e grassofobia. Entrambi poi parlano male degli accademici che alle conferenze o ripetono sempre la loro vecchia tesi di laurea oppure, come alla presentazione dell’Ulisse tradotto da Celati, fanno no con la testa a ogni parola, anche prima che venga pronunciata. Dato che si dimostrano insofferenti verso il politicamente corretto, Cavazzoni e Celati condannano o quantomeno biasimano la narrativa che lo pratica, la narrativa industriale, le poesie brutte sui buoni sentimenti, e Celati conclude che ci vorrebbe un bel processo al tribunale dell’Aia contro gli editori responsabili di aver assassinato la letteratura e che lui ci andrebbe sicuramente nel doppio ruolo di testimone e di martire.

Storia di un’amicizia infine è un lungo pensamento sulla morte, anzi un ripensamento, perché riprende e prosegue il penultimo libro di Cavazzoni, cioè il Manualetto per la prossima vita, ma se il manualetto era una raccolta di monologhi esteriori sulla morte, Storia di un’amicizia è un dialogo a due, un dialogo sulla morte con un amico morto tanto amato e forse, per un po’, ritrovato. Nel corso del libro di tanto in tanto Cavazzoni e Celati riflettono su questioni per così dire oltremondane, si domandano cosa sia il paradiso, dove sia finito l’inferno e si convincono che, applicando Sartre, l’inferno è l’altro e il paradiso pure. Quando poi Celati sta male Cavazzoni va avanti da solo a pensarci e ripensarci, rilegge Platone, il mito della reminiscenza, della caduta delle anime sulla terra, e approda a una specie di scienza della morte, una scienza del dopo che permette di capire, a posteriori, come uno sarebbe poi morto alla luce di come ha vissuto. Lo zio di Cavazzoni muore legato sul letto di ospedale perché, come ha sempre fatto nella vita, vuole essere libero e la morte è il solo modo di svignarsela. Fellini è morto dopo aver messo tutti i pezzi del suo film mai fatto, Il viaggio di G. Mastorna, negli altri suoi film, ma in quel film mai fatto, la cui sceneggiatura guarda caso è proprio il primo titolo di Compagnia Extra, Fellini si chiede cosa ci sia dopo, si chiede, già dal titolo, se si torna, Mastorna appunto, e immagina cioè sogna che la morte è una nascita, è come un mattino qualsiasi, con la città al risveglio, le botteghe che aprono, i bambini a scuola, l’aria frizzante, non è cambiato nulla, nemmeno lui.

Allo stesso modo Celati, che è sempre stato affascinato dai folli al punto da scriverci l’esordio sopra, Comiche, perde il senno come Orlando. Negli ultimi tempi, raccontati da Cavazzoni con pudore e premura, Celati ormai sembra parlare una lingua protoeuropea tenuta su dai gesti, dagli occhi sempre affettuosi e riconoscenti con tutti, è diventato muto come uno dei suoi miti da ragazzo, Harpo Marx, si è finalmente licenziato dal mondo, come il suo personaggio letterario preferito, lo scrivano Bartleby. Allora Cavazzoni, commosso, si chiede dove è finita la luminosa e volante intelligenza del suo amico e si risponde che non sta certo dentro un’ampolla sulla luna, ma sta nei libri che Celati ha scritto e in cui ha lasciato dei pezzetti della sua anima, dei semi. In fondo, come si dicevano spesso, i due amici non si aspettavano poi molto dalla vita, né la ricchezza né il successo, speravano solo di restare ancora un po’, dopo la morte, coi loro libri, o forse no, fa lo stesso, perché in fondo, immortalità o meno, scrivere è comunque uno dei modi meno indecenti di stare al mondo finché ci tocca:

«Chi me l’ha fatto fare di stare sui libri per quarant’anni? Non me l’ha fatto fare nessuno. Ho creduto fosse un modo meno indecente di tanti altri di stare al mondo. Ecco, ho detto bene? Altro da dire non ho. Andiamo a casa.»

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