Ho sempre immaginato che la provincia veneta avesse la densità cromatica di un’inquadratura di David Lynch: una foschia lattiginosa, il cielo basso, le insegne dei bar che sembrano lampeggiare per abitudine più che per richiamare qualcuno. È in questo paesaggio che Giulia Scomazzon colloca il suo romanzo 8.6 gradi di separazione (nottetempo), e dentro quel chiaroscuro fa muovere Alice, trentenne che «fa l’alcolizzata», come se fosse un mestiere, una performance di autodistruzione gestita con disincanto. Alice è un’insegnante, una parte che recita con efficienza mentre il resto della vita si opacizza ai bordi. Vive con Giacomo, un uomo metodico, persuaso che la razionalità possa mettere ordine anche nei sentimenti. È uno di quelli che parlano a bassa voce ma con frasi che restano sospese come ammonimenti, che chiama equilibrio ciò che in realtà è controllo. Non la picchia, non la insulta: la corregge. Le corregge le parole, i toni, i bicchieri di troppo, e in questo zelo da salvatore c’è una violenza più sottile, domestica, una forma di pietà che umilia. La loro è una relazione tossica per sottrazione: non tanto esplosione quanto erosione quotidiana. Lei usa l’alcol per anestetizzarsi, lui il rigore per difendersi dal caos. Due strategie opposte e perfettamente complementari, due modi diversi di esercitare lo stesso bisogno di controllo.
La voce di Alice non chiede indulgenza: fin dalla prima pagina descrive il proprio corpo – il naso storto, i denti irregolari, la pelle che non perdona – con una precisione che sfiora la crudeltà. Alice beve per restare in piedi dentro un mondo che la giudica e che lei non ha più voglia di giudicare. L’alcol, quella birra da 8.6 che predilige, non è una via di fuga ma un modo per fermarsi, isolarsi: «Ho un senso della realtà tale da riuscire a provare vergogna per le mie azioni, la fregatura è che la vergogna è una sensazione spiacevole con cui io riesco a convivere per un sacco di tempo». È possibile spiegare più compiutamente di così l’umiliazione che si trasforma in postura quotidiana?

L’ironia, qui, non è mai maschera ma una forma di disperazione disciplinata, e Scomazzon la maneggia con la stessa intelligenza tagliente con cui la sua Alice maneggia il sarcasmo: per spostare l’attenzione, per stare un passo più in là rispetto al dolore. In questo senso, 8.6 gradi di separazione dialoga sotterraneamente con Il nuotatore di John Cheever. Lì, l’arrogante impresa atletica di attraversare le piscine dei vicini per tornare a casa si sfilaccia fino a svelare un sé devastato. Qui, l’alcolismo di Alice segue lo stesso movimento: dall’autoironia alla vertigine si fa progressivamente più cupo, e in questo lento scivolamento il romanzo trova la propria misura morale: non nella redenzione, ma nella temperatura esatta della disillusione. Se la tristezza deve arrivare, che arrivi lucida, quasi elegante.
Scomazzon appartiene a quella genealogia di autrici che sanno guardare il corpo e la miseria senza chiedere scusa. «Non riesco proprio ad appassionarmi al futuro dei miei organi interni», dice Alice, e in quella frase c’è un’estetica intera: la rinuncia al futuro come forma di stile. Quando racconta di aver bagnato il letto, lo fa con un tono quasi clinico, come chi pronuncia una diagnosi più che un’umiliazione. Ecco il punto: l’immobilità della vergogna è un conforto, una tana. Lì dentro puoi respirare – o forse sai come respirare – anche se l’aria è cattiva. Come nelle scrittrici che trasformano la disfunzione in materia conoscitiva – da Moshfegh a Ferrante – anche qui il corpo femminile non è campo di battaglia ma di constatazione: luogo dove la vergogna diventa materia, e palpabile è quella tensione tra esposizione e ritrosia, tra desiderio di dirsi e paura di essere vista.
Rispetto al suo memoir d’esordio – La paura ferisce come un coltello arrugginito – in cui Scomazzon ricostruiva l’assenza materna come un esercizio di invenzione e memoria, qui la scrittrice lavora sulla rimozione: Alice cancella sé stessa un sorso alla volta, ma sa benissimo ciò che sta facendo. La sua voce non è quella di una vittima, ma di una testimone che non chiede perdono e non promette redenzione. In questo scarto tra consapevolezza e negazione si colloca anche il lavoro profondo sulla lingua, che a me pare il vero laboratorio del romanzo. È diretta, priva di orpelli, ma sa aprirsi a improvvise fenditure liriche. Ogni dettaglio – il turbamento immaginato nella cassiera del supermercato, la bottiglia nascosta sotto un muro di vestiti, i pixel esplosi come capillari sullo schermo – inquadra un frammento di vita interiore estremamente preciso, e la precisione serve a trattenere l’emozione, non a esibirla. È una lingua che contiene il dolore con la stessa freddezza con cui lo osserva, che trattiene per non soccombere, che rimane lucida anche quando tutto, intorno, vacilla.
C’è poi una dimensione ulteriore relativa alla lingua che tiene insieme il libro: Alice usa le parole come armi sadiche perché è l’unico terreno su cui può permettersi di vincere. Le sue frasi hanno la crudeltà di chi ha imparato che ferire chirurgicamente è un passo in più verso l’illusione del controllo. Anche qui, Scomazzon mostra una maestria quasi invisibile: ti costringe a stare in quel flusso limpido e sporco insieme, che ha la precisione visiva di un film e la naturalezza di un dialogo con sé stessi. È prosa controllata, nervosa, in bilico prima del cedimento.
E per quanto si avverta l’eco di autori che hanno fatto della confessione un dispositivo narrativo, Giulia Scomazzon mantiene una voce propria: più tagliente, trattenuta, meno incline alla giustificazione. L’io di Alice non chiede empatia: chiede attenzione, come una persona che racconta un crimine in diretta e non è sicura di esserne solo la vittima. La scena in cui Alice partecipa a una riunione degli Alcolisti Anonimi è in questo senso emblematica: parla di sé in pubblico, ma il suo è un atto di teatro involontario, una confessione che scimmiotta la redenzione. Scomazzon capovolge così il paradigma cattolico: la confessione non ti libera, ti inchioda; la colpa diventa una forma di sopravvivenza.

E persino i luoghi che attraversano il romanzo sono un’estensione più mentale che geografica. Le strade, i supermercati, i bar con le sedie di un blu sbiadito diventano scenografie morali. C’è un passaggio, apparentemente di passaggio, in cui Alice descrive il locale dove si rifornisce di birra: pochi dettagli, una luce fredda, l’odore persistente, i videopoker in una stanza separata da una tenda pesante. Scomazzon non si limita a farci vedere il luogo: scrive come se stesse osservando in diretta i propri pensieri, con la stessa rapidità con cui l’occhio registra i dettagli di un luogo familiare. Quel tendaggio bordeaux è la soglia che divide la vita reale da quella che si gioca a perdere, la provincia è lo spazio liminale dove il realismo si piega verso il grottesco. Dentro e fuori, come nella Loggia Nera di Lynch, c’è sempre un confine che non si attraversa impunemente: questa è la Twin Peaks di chi combatte con i propri demoni a colpi di spritz.
Quando Scomazzon racconta la provincia – quella provincia gonfia di sensi di colpa, alcol a buon mercato e gratta e vinci – sembra fare ciò che Flannery O’Connor faceva con il Sud americano: trasformare la banalità in rivelazione, il quotidiano in un rasoio. Come O’Connor, non concede sconti ai suoi personaggi: li osserva senza pietà, con uno sguardo che non arretra. La quotidianità più degradata non è mai pura cronaca: il disordine diventa ritmo, la miseria si apre a momenti di tenerezza irriducibile. L’effetto è straniante: non c’è mai un momento in cui si possa dire «ora la protagonista si redime». Ma, paradossalmente, è proprio questa assenza di redenzione a restituire dignità al personaggio.
Ciò che colpisce di questo romanzo è che, pur raccontando la dipendenza, non ne fa mai un soggetto «morale». L’alcol è il mezzo, non il tema. Il vero centro è la vergogna come territorio abitabile, il modo in cui una persona impara a sedersi dentro la propria rovina e a chiamarla casa. C’è qualcosa di profondamente letterario in questa accettazione: la consapevolezza che il dolore, quando lo si conosce bene, può perfino diventare un ordine; che, per dirla con Natalia Ginzburg, anche con le scarpe rotte si può vivere.
8.6 gradi di separazione non è un libro sull’alcolismo o sulle seconde occasioni ma su quella sottile forma di lucidità che arriva quando si smette di fingere di star bene. È un romanzo sulla vergogna come forma di sopravvivenza, sulla capacità di procrastinare la propria resa con intelligenza e sarcasmo. È un libro sull’ironia feroce come ultimo rifugio: quella che salva mentre distrugge, che riduce la colpa a battuta ma la conserva intatta, pronta a tornare più tardi, quando tutto tace.
Giulia Scomazzon non offre redenzione, e meno male: non la promette nemmeno. Forse il sollievo potrebbe essere un’opzione praticabile, ma soprattutto riesce a fare, prima con il memoir e poi con il romanzo, quel che fanno le grandi scrittrici: trasforma l’esperienza privata in materiale collettivo, ti costringe a restare dentro una voce e a riconoscere che quella voce, anche solo per un momento, potresti essere tu.