Fermo restando il «cordiale disprezzo» (Martin Amis) dei puristi di fantascienza per l’abbreviazione “sci-fi”, sono pronto a giurare che molti lettori ameranno farsi stuzzicare la vescica debole della nostalgia da Il futuro era adesso di Chris Nashawaty (nottetempo, 2026, traduzione di Stefano Piri) – che nel titolo originale ci riporta alla Epic Sci-Fi Summer of 1982.
E sono pure convinto che la ragione per cui i puristi non sopportano “sci-fi” dovremmo situarla non molto lontano dai riti di passaggio che presiedono alla trasformazione del cinema di fantascienza in cinema di “blockbuster”, e che Nashawaty racconta così bene. Perché sono riti interni di Hollywood, e il libro è una decifrazione accurata del dietro-le-quinte. Non solo: in genere questi racconti “esemplari” che arrivano in libreria (non importa se l’argomento è il cinema, lo sport, la politica) sembrano piovuti giù da un’altana di mitografi, questo qui invece ha un curioso sapore di delazione: molte delle vicende che riporta sono ben note (se non arcinote) agli appassionati, altre ci gratificano come leak succulenti, colorandosi – specialmente quando il paragrafo si appunta sul traffico di soldi – di una strana tenerezza: per il denaro che si blocca, si sblocca, si estingue, patisce impensati trasferimenti e rovinose emorragie.

L’argomento, in breve: nell’estate del 1982 uscivano negli Stati Uniti otto film del genere fantascienza/fantasy destinati a cambiare per sempre l’immaginario collettivo – nonché le metodologie, le aspettative e le strategie dell’industria cinematografica. Questi film si ritrovarono compattati in una scaletta di otto settimane – cioè al grado minimo della lotta senza quartiere, e con la prospettiva, appena dietro l’angolo, del bagno di sangue. Li riporto in ordine di incassi: E.T. l’extra-terrestre (Universal): 359,2 milioni di dollari; Star Trek II: L’ira di Khan (Paramount): 78,9 milioni di dollari; Poltergeist. Demoniache presenze (mgm): 76,6 milioni di dollari; Conan il barbaro (Universal): 39,6 milioni di dollari; Tron (Disney): 33 milioni di dollari; Blade Runner (Warner Bros.): 27,6 milioni di dollari; Interceptor. Il guerriero della strada (Warner Bros.): 23,7 milioni di dollari; La cosa (Universal): 19,9 milioni di dollari.
Balza agli occhi il primato della Universal, che copre più slot di tutti con tre titoli pesanti, e il fatto che in vetta ben due – E.T. e Poltergeist – appartengono alla mano di Steven Spielberg. Google vi dirà che la regia di Poltergeist è di Tobe Hooper (quello di Space Vampires, 1985, con Mathilda May che terrorizzava Londra girando completamente nuda, una rivelazione al protoplasma e un incubo seminale per noi spettatori tredicenni), il libro vi spiegherà per filo e per segno che razza di impresa disperata sia girare in autonomia un film che Spielberg abbia scritto e prodotto (ci fu addirittura un’indagine della DGA, la Directors Guild of America, per stabilire chi avesse davvero diretto il film).

Nel racconto di Nashawaty i destini caratteriali viaggiano su divari iperbolici: quando Spielberg fa il suo film più intimista è un successo planetario, quando lo fa John Milius (Un mercoledì da leoni, 1979) è un flop clamoroso. Ciononostante, Milius versione Ottantadue sta lì al quarto posto con Conan il barbaro, «perfetta fantasia per il preadolescente alienato» (Roger Ebert, sul Chicago Sun-Times), e la sua star Schwarzenegger: la quercia austriaca e il milius gloriosus. La spacconaggine di Milius, le fisime da controllo totale di Ridley Scott, le trame di revisioni occulte dietro sceneggiature martoriate, i sindacati-e-come-fotterli, ce n’è per tutti i gusti: Nashawaty si è imbarcato in un lavoro filologico da schiantare un toro e ne ha tirato fuori trecento pagine a prova di scucitura.
Come da pronostico, l’estate dell’Ottantadue diventò «l’estate di Spielberg», ma pure un momento irripetibile che alloggiava in contemporanea il rilancio del languente franchise di Star Trek (una delle storie su cui Nashawaty indaga con più pignoleria) e l’ingresso della Disney – all’epoca quasi ridotta a un baraccone di zombie – nel regno dell’animazione digitale. Dall’altra parte: il destino amaro di due pellicole cult come Blade Runner e La cosa e la loro successiva consacrazione grazie al circuito home-video e alla vivacità dei fandom: il libro tesse tutte queste vicende a capitoli alterni, con dei vistosi cliffhanger, segno che Nashawaty ha dismesso calorosamente l’abito del critico cinematografico di Entertainment Weekly per mettersi a raccontare nel modo più suggestivo possibile una bella storia di cinema a maglie strettissime.
La premessa generale è che tutto nasca tra il 1975 e il 1977, con i risultati straordinari prima dello Squalo (che è uno scossone autoriale) e poi di Guerre Stellari (che è il definitivo scossone di genere). Cinque anni. Cinque anni pare sia il tempo medio che serve ai piani alti di Hollywood per metabolizzare un boom planetario, farlo decrittare dagli addetti, stabilire le linee-guida per approntare qualcosa di simile da buttare sul mercato sperando di ripetere l’exploit. E dal Settantasette siamo al fatidico Ottantadue. Ciò che cambia nel frattempo, e Nashawaty va sul punto con l’ostinazione del simpatico paladino delle cause perse, è la radicalizzazione dei piani alti verso uno stile di management sanguinosamente attento al lato finanziario più che a quello creativo (panorama in cui brilla, come un residuo fracassone dell’epoca al tramonto, la figura di Dino De Laurentiis). A dire che l’epica estate del 1982 vale come ultima fotografia di un cinema in cui si poteva immaginare (e realizzare) di tutto e però, sfacciatamente, come “innesco” di una mentalità tutta monetaria blockbuster-a-ogni-costo.
Nasceva il cinema dei sequel e dei ricalchi pompati a suon di campagne di marketing stratosferiche (Rocky vi dice qualcosa?), la tagliola della distribuzione contemporanea in centinaia di sale: un solo weekend per sentenziare dentro-o-fuori, vivo-o-morto. Ed è uno strazio accorgersi che il commento più frequente nel libro di Nashawaty riguarda i film che al debutto «la fila per entrare faceva il giro dell’isolato», roba che oggi nemmeno per il lancio dell’ultimo iPhone. Come immagino sarà ancora straziante, per chi non c’era nell’Ottantadue, provare a raffigurarsi un tempo paradossale e podagroso in cui settimana dopo settimana dovevi scegliere tra Blade Runner e La cosa o al limite ripiegare (!) su Interceptor.

Quando accordiamo al cinema la nostra curiosità, perfino la più truce e momentanea, non facciamo che ripetere/ripercorrere le circostanze di un’estetica precisa, codificata nell’arco di un secolo e spiccioli, ma in fondo stiamo anche compiendo un gesto di insurrezione: persiste, dietro lo sguardo stonato che spalanchiamo in sala, quando cadono le luci, un animo in subbuglio che spera di affrancarsi tra le congetture dell’inatteso, cioè un desiderio in atto, per quel che vale oggi la parola. Sì, difficilmente si può immaginare un’ipostasi del desiderio più pura del cinema. Un sabato di novembre del 1981 i miei genitori mi lasciarono a cena con nonna per andare a vedere I predatori dell’arca perduta. Il film dura poco meno di due ore: mia madre, il giorno dopo, me lo raccontò sequenza per sequenza in almeno quattro. La forza dell’entusiasmo? Quando la settimana seguente, dopo svariate suppliche, condussero anche me al cospetto di Spielberg rimasi stupito dall’accuratezza della versione di mamma (la mano marchiata del nazista, lo sparo allo sciabolatore al mercato, i datteri fanno male ecc. ecc.), era come leggere da un palinsesto.
Nell’ottobre del 1982 andai con mio padre a vedere Blade Runner. Avevo dieci anni ed ero talmente eccitato da ingollarmi, nei primi cinque minuti di proiezione, un Toblerone grande come il mio avambraccio. Presto mi eclissai nella toilette in ordine alla più ovvia delle crisi enteriche, per riemergerne solo nel momento in cui William Sanderson confessava a Daryl Hannah di avere la sindrome di Matusalemme. Ancora oggi se riguardo quella scena non riesco a sopprimere il caldo, riposante bagliore di luce ayurvedica che viene a irradiarmi col ricordo del mio intestino ripulito a torrente come le stalle di Augia. Per questo comprendo perfettamente Nashawaty quando spiega il senso di ciò che è memorabile, e che dà il titolo al suo libro:
«Un momento che oggi appare quasi incredibilmente naïf, dal punto di vista di un’epoca di proprietà intellettuali preesistenti e infiniti spin-off rifilati al pubblico con una ricerca di originalità scarsa o inesistente. Nel bene e nel male, viviamo nell’era cinematografica che l’estate del 1982 ha creato. Si potrebbe sostenere che Hollywood abbia tratto da quelle otto settimane tutte le lezioni sbagliate, portandole all’estremo. Ma almeno per quell’estate gloriosa, futuro e presente si incontrarono.»
Che è un po’ come dire che la ripulitura entusiasmante di un immaginario generazionale sgombrava innocentemente il campo per una bella sindrome da colon irritabile – e più o meno è andata così.
In copertina: Blade Runner, Ridley Scott, 1982