Era sempre la mattina dopo che tutto prendeva forma. La luce filtrava dalle tende posandosi su ciò che restava della notte: i vestiti accartocciati sul pavimento, la biancheria abbandonata sulle sedie, i piatti dimenticati sul tavolo. Una scenografia nata dal desiderio, destinata a sparire con il primo gesto di ordine quotidiano. Da subito, quel bisogno. Tentare di fermare la traccia più fragile; eppure, la più vera di un incontro, nella sua effimera materialità: la traccia del godimento, il paesaggio della passione. Rimettere ordine nel caos esterno significava rimettere ordine anche sul proprio corpo: abbigliamento, scarpe, trucco. Ed era quella sensazione sconosciuta e sconvolgente, di abitare due tempi simultaneamente, presente e passato, a dare intensità proprio a ciò che appariva fragile: i vestiti sul pavimento, le scarpe sparse per la stanza. Dolore e bellezza, avrebbe scritto più tardi Annie Ernaux nel suo diario.
Lo stesso dolore e la stessa bellezza che aveva provato poche settimane prima, a Venezia, quando le dita si erano intrecciate a quelle di un ufficiale di Rimini in servizio militare incontrato sul vaporetto per San Marco. Aveva accettato il suo invito di prendere un caffè alle Zattere. È stato quando lui le aveva preso la mano e più tardi quando l’aveva baciata e ancora più tardi in una camera, nei pressi di Ca’ Rezzonico, che lei aveva provato quella sensazione sconvolgente di percepirsi al tempo stesso nel presente e nel passato. Come una rivelazione: lo stesso corpo, con le stesse sensazioni, sospeso in due tempi apparentemente vicini ma non confusi. Erano i primi mesi del 2003 e le sembrò che l’incontro sul vaporetto di alcune settimane prima l’avesse avvicinata al libro che voleva intraprendere1, così come, in quel momento, quella scenografia erotica, i resti di un paesaggio della notte, la stava spingendo verso il libro che di lì a poco avrebbe scritto, L’usage de la photo.
Esattamente venticinque anni dopo l’edizione francese per Gallimard, L’uso della foto di Annie Ernaux e del fotografo Marc Marie viene pubblicato da L’Orma editore. L’uscita è fissata per il 18 novembre del 2025.

L’uso della foto si presenta come un dispositivo liminare, un’opera in cui l’immagine interagisce con la parola restituendo la tensione di un tempo che si fa simultaneo. Le quattordici fotografie scelte da Annie Ernaux e Marc Marie (selezionate da un corpus più ampio) non sono decorative, non sono illustrative, ma protagoniste del racconto. Ciascuna immagine dialoga con la parola scritta aprendo l’accesso al desiderio, al frammento di memoria, all’assenza. Ernaux tenta di “salvare dall’oblio la bellezza fugace”, fissare l’istantanea come traccia di ciò che non potrà mai ripetersi esistenzialmente.
“Per la prima volta ho pensato che fosse necessario fotografare tutto questo, questa combinazione nata dal desiderio e dal caso, destinata a scomparire. Sono andata a prendere il mio cellulare. Quando ho raccontato a M. quello che avevo fatto, mi ha confidato che aveva già intenzione di farlo lui stesso. Tacitamente quindi, come se non bastasse fare l’amore, bisognava conservarne una rappresentazione materiale, abbiamo continuato a scattare foto”.
Fotografie e tracce materiali (che Nathalie Freidel definisce patto fotobiografico): la narrazione autobiografica viene riscritta, l’eros cede il posto all’intimità intrisa di dolore, il corpo nella sua vulnerabilità raccontato dalla parrucca gettata a terra, l’impronta della chemioterapia alla quale Annie Ernaux si stava sottoponendo in quei primi mesi del 2004. La notizia di un cancro al seno le era giunta più di un anno prima, nella luce abbacinante di Venezia. Si era affrettata a lasciare la città italiana sull’acqua che frequentava sin dagli anni Ottanta.
Una settimana dopo aver ricevuto l’esito della mammografia, all’Institut Curie, Annie aveva avuto la conferma che il cancro era in fase avanzata. Era il 5 ottobre del 2002, il giorno del trentaquattresimo compleanno di suo figlio David. “I segni della morte, come la gelosia, sono ovunque. Pompe funebri la scritta vicino a Leroy Merlin (…) è tutto ancora irreale, nonostante il dolore, ed è difficile per me sapere se è l’effetto della somatizzazione o la rapida diffusione del cancro. Qualunque cosa accada, non mi piacerebbe morire all’improvviso, essere derubata di questa esperienza”2.
Ma cosa resta davvero di un amore, di una notte, di un dolore, quando la memoria da sola non basta più? È da qui che nasce la necessità di un altro linguaggio, di un dispositivo capace di dire ciò che sfugge, di trattenere l’istante oltre la sua sparizione. Da questa urgenza nasce L’uso della foto. Quattordici fotografie che segnano il ritmo del racconto. Impronte che trattengono la vibrazione di un istante e la restituiscono come traccia di ciò che non potrà più accadere. Ogni immagine custodisce il residuo di un gesto, di una presenza, di un corpo. Così Annie Ernaux e Marc Marie mettono in scena una scrittura a due voci che diventa riscrittura, un lavoro a maglia in cui testo e immagine si intrecciano, sovrapponendo intimità e memoria, desiderio e dolore. La fotografia diventa innesco, scintilla che da sola rimarrebbe muta, ma che la scrittura accende, trasformandola in un racconto capace di dare “un supplemento di realtà” a ciò che la vita da sola non riesce a trattenere. E il corpo, in questo gioco di rimandi, è presente proprio nella sua assenza. È ciò che mi aveva colpito già dalla prima lettura de L’usage de la photo: attraverso i vestiti immaginiamo dei corpi che, in realtà, non ci sono, immaginiamo l’ombra di una scena che resta fuori campo. Ernaux lo dice con parole nette: “Niente dei nostri corpi nelle foto. Niente dell’amore che abbiamo vissuto. La scena invisibile. Il dolore della scena invisibile. Il dolore della foto”. È questo dolore, insieme personale e universale, che la scrittura riversa sulla pagina, facendo parlare l’immagine laddove essa tace.

Un diario quasi in presa diretta, non volto al passato ma a un presente febbrile e a un futuro ancora incerto. Non si tratta di rievocare, ma di restare dentro l’esperienza mentre accade, accompagnarla passo dopo passo, trattenendone i segni prima che svaniscano. L’uso della foto si può accostare ad altri libri scritti in questa forma, penso al primo libro che mi ha fatto innamorare dello stile di Annie Ernaux e del suo modo di affondare la lama della scrittura nella carne della vita, Je ne suis pas sortie de ma nuit; poi è stata la volta di Passione semplice, letto mentre vivevo, a mia volta, un amour fou; e ancora Journal du dehors (Diario dalla periferia, nella traduzione di Romana Petri, oggi introvabile), fino al tanto amato L’atelier noir. Questo per dire che la riflessione di Annie Ernaux sul rapporto tra fotografia e scrittura non comincia con questo libro; ma è altrettanto vero che il testo scritto con Marc Marie conferma un’intuizione precoce e si inserisce in una lunga pratica che troverà compimento ne Gli anni.3 Tuttavia, come osserva Michèle Bacholle-Boskovic, se l’inclusione delle “foto in prosa” costituisce un tratto distintivo della scrittura ernauxiana, è solo in L’uso della foto che le immagini assumono il ruolo di veri e propri supporti visivi. Per la prima volta, il testo si struttura intorno a una sequenza di fotografie che non si limitano a commentare o a sostituire la parola scritta, ma ne diventano l’estensione, il prolungamento naturale.
Da un lato, la sincerità della scrittura ernauxiana si nutre dell’immagine, ponendo sullo stesso piano la voce narrante e gli eventi, trasformando la memoria in un campo di tensione dove si gioca l’antinomia solo apparente tra l’urgenza della parola e la necessità di esporsi attraverso le fotografie (“intravedo la possibilità di una sorta di etnologia a partire dalle foto”). Dall’altro, quella stessa scrittura resta ancorata a un principio di verità (“scrivere per far venire un po’ di verità”) che non si esaurisce nell’esperienza individuale ma si apre a una dimensione collettiva. Da questa oscillazione, nasce il corpo a corpo con la scrittura: un processo che si muove dall’interno verso l’esterno e che spinge Ernaux a decentrare l’io, a relegarlo in una posizione non più primaria, per cercare negli altri il riflesso attraverso cui riconoscersi. È qui che L’uso della foto e in generale tutta la sua opera sembra dare forma a ciò che Michel Foucault aveva teorizzato: la necessità di decostruire il legame tra soggetto e verità nella cultura occidentale, di prendere le distanze da sé, di proiettarsi in un altrove senza luogo per poter, paradossalmente, comprendere meglio la propria esperienza4.
Quella di Annie Ernaux è una sorta di autobiografia visiva: fotografie che restituiscono la metamorfosi di un corpo, di un momento, di un tempo personale e intimo. Salvare frammenti di una vita ordinaria, un’intenzione che sottende tutta la sua opera: una stanza lasciata per sempre, un volto segnato dalla malattia, un corpo in attesa, una giovinezza ancora ignara del rifiuto. Immagini non alterate, non edulcorate, che hanno il solo obiettivo di restituire la verità di quella vita materiale di durassiana memoria.
- Si tratta de Gli anni, come riportato in Les lieux d’Annie Ernaux – Venise, disponibile su: https://www.annie-ernaux.org/fr/les-lieux-dannie-ernaux/venise-2/
↩︎ - Ernaux, Annie. Cahier de L’Herne n°138. Paris: Éditions de L’Herne, 2022 ↩︎
- Nathalie Freidel, “L’Usage de la photo: le pacte photobiographique d’Annie Ernaux,” Textimage, Varia 4 (printemps 2014) ↩︎
- Durantini, Sara. “Fra me e me. Da Annie Ernaux a Michel Leiris.” Antinomie, 14 Nov. 2020, antinomie.it/index.php/2020/11/14/fra-me-e-me-da-annie-ernaux-a-michel-leiris/ ↩︎