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Le storie di NOF4 e di Henry Darger per riscoprire l’Outsider Art



La chiusura delle istituzioni manicomiali è storia recente. Nel 1978 la legge Basaglia ha avviato un processo che ha permesso di riconsiderare da un punto di vista medico, sociale e culturale la vita delle persone affette da disagio mentale. Non più soggetti irrecuperabili e pericolosi da rinchiudere, contenere e nascondere relegandoli ai margini della collettività ma persone a tutti gli effetti in grado di prendere parte, in tempi e modi specifici, alla vita della comunità. 

La rivoluzione attuata dallo psichiatra veneziano si inscrive in un periodo storico di profondo rinnovamento culturale grazie all’apporto di studiosi tra cui Erving Goffaman e Michel Foucault che, nel Novecento, furono tra i primi a interrogarsi sul rapporto tra potere e spazio inteso sia in senso individuale che collettivo. Negli anni ’70 il critico inglese Roger Cardinal, allievo di Jean Debuffet (che nel 1945 aveva coniato la definizione di Art Brut) porta queste riflessioni nel mondo dell’arte: anche qui lo spazio è nettamente distinto in un “dentro” – appannaggio di artisti riconosciuti, con una formazione in materia ottenuta grazie a percorsi accreditati e una posizione precisa nelle dinamiche di potere proprie del mercato artistico – e un “fuori” in cui si muovono gli esclusi, sia dall’arte che dalla società. Proprio per sottolinearne la portata discriminatoria Cardinal riformula la definizione di Art Brut trasformandola in Outsider Art, in cui l’accento viene posto sul rapporto tra artista, spazio e dinamiche di potere. Essa racchiude quelle produzioni realizzate da persone non ammesse in società perché considerare pazze, pericolose o entrambe le cose, del tutto prive di capacità di autodeterminazione personale. Si tratta di una definizione controversa che non è stata accolta positivamente proprio perché risultava poco inclusiva, tuttavia è importante considerare che il carattere di esclusione connotava, realmente, la vita di questi artisti.

Il processo che ha permesso di recuperare le loro produzioni artistiche è stato complesso e, il più delle volte, casuale. In Italia, ad esempio una delle opere più incredibili mai realizzate è stata salvata solo parzialmente, grazie all’operato di un infermiere che, prima di tutti, ne ha compreso il valore. Si tratta di un murale che si estendeva originariamente per 180 metri sulle mura di contenimento dell’ex ospedale psichiatrico di Volterra. A realizzarlo un internato: Fernando Nanetti o NOF4, come egli stesso si era rinominato una volta entrato nel padiglione Ferri, nel 1959, per scontare una pena per il reato di oltraggio a pubblico ufficiale. 

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NOF4 (Fernando Nanetti) da giovane

Non sappiamo molto di lui, ad eccezione di alcune informazioni che giungono sempre dalle istituzioni in cui aveva trascorso vari momenti della sua vita. Nanetti, figlio di una madre giovane e sola, era stato affidato a un’istituto di carità a Roma, sua città natale, all’età di sette anni. Dimesso negli anni dell’adolescenza, si perdono le tracce fino al 1948 quando viene denunciato per oltraggio ma giudicato infermo di mente. Nanetti trascorrerà tutta la sua vita all’interno della struttura di Volterra, passando dal padiglione “Ferri” al “Charcot”, dedicato agli agitati e ai pericolosi. In realtà, da ciò che sappiamo non doveva essere un paziente particolarmente problematico. È anche per questo che gli infermieri gli concedevano di trascorrere ogni giorno due ore all’aria aperta. Nel cortile, non passava il suo tempo con gli altri internati; taciturno e sfuggente, preferiva stare solo e usare la fibbia del suo panciotto per incidere sui muri pensieri e riflessioni con cui dar vita al suo mondo e comunicare con altri, alieni. 

Nanetti è metodico: inquadra lo spazio attraverso delle linee per creare grandi pagine su cui appunta stralci della vita in manicomio, messaggi ricevuti da altre galassie, notizie relative al suo passato. Utilizza una scrittura bustrofedica, alternando lettere maiuscole a caratteri etruschi, spesso scrive seguendo la linea delle sagome degli altri degenti seduti sulle panchine accostate al muro procedendo in modo sinuoso, con righe che si flettono e sollevano rendendo ancora più difficile la decodifica. Nelle centinaia di parole tracciate, Nanetti descrive se stesso come “Signor Nanof”, “astronautico ingegnere minerario del sistema mentale spazio temporale” e NOF4, sigla che compone aggiungendo il nome Oreste e il numero di matricola ricevuto. I racconti incisi sull’intonaco, a volte accompagnati da disegni e grafici, manifestano in certi casi il suo delirio («il vetro le lamiere i metalli il legno le ossa dell’essere umano e animale e l’occhio e lo spirito si controllano attraverso il riflessivo fascio magnetico catotico») in altri la sua incredibile lucidità («grafico metrico mobile della mortalità ospedaliera 10% per radiazioni magnetiche teletrasmesse 40% per malattie varie trasmesse o provocate 50% per odi e rancori personali provocati o trasmessi»). Nanetti racconta di guerre tra pianeti volte alla conquista di mondi sconosciuti: a ben guardare, si tratta di tematiche analoghe a quelle raccontate da un altro artista outsider, l’americano Henry Darger, anch’esse riscoperte nello stesso periodo, pochi mesi prima della sua morte.

Come Nanetti, anche Darger vive gran parte della sua infanzia in manicomio a cui viene inviato perché i medici ritenevano soffrisse di “self abuse”, un termine che alludeva alla masturbazione, considerata all’epoca come un disturbo pericoloso. L’istituto seguiva regole rigide con cui si punivano severamente tutti quei comportamenti non permessi con abusi e vessazioni, anche corporali. Dimesso durante l’adolescenza, trova lavoro come custode in un ospedale. L’impiego gli permette di avere un’esistenza dignitosa, seppur modesta e solitaria, e di prendere in affitto una stanza in una palazzina nella periferia di Chicago dove vivrà fino alla morte. Proprio in questa stanza i proprietari fanno una scoperta incredibile: trovano infatti centinaia di disegni e diversi volumi, rilegati dallo stesso Darger. Tra questi ve ne è uno, di più di quindicimila pagine, intitolato In The Realms of Unreal. Darger inizia a scriverlo intorno ai diciannove anni e racconta degli scontri tra due nazioni immaginarie: Glandelia, atea e schiavista e Angelinia, paese cristiano e libero. È proprio nel territorio di Angelinia che si muovono le Vivian Girls, sette fantastiche ragazzine che, grazie al loro coraggio, cercano di salvare i bambini rapiti e resi schiavi nei territorio di Glandelia. 

Nonostante avesse ricevuto un’educazione elementare, nel manoscritto l’autore dimostra una certa padronanza della lingua e una notevole capacità immaginifica. Molte pagine sono dedicate alle battaglie – costruite sul modello della guerra civile americana – e alla minuziosa analisi delle angherie subite dai bambini rapiti, costretti alla schiavitù e ad abusi di ogni genere. In molti frangenti la realtà e l’immaginazione si mescolano, come quando Darger viene direttamente interpellato dal “generale Vivian” in merito al ritaglio di una foto che aveva perduto davvero, nella vita reale. La foto ritraeva una bambina coinvolta in un caso di cronaca nera, un omicidio efferato che Darger aveva trasposto nel suo racconto trasformando la protagonista in una sorta di martire uccisa da un generale Glandeliano. Non si conosce il motivo per cui Darger fosse così ossessionato da questa vicenda, tuttavia sembra che sia proprio questo fatto di cronaca ad aver fornito l’innesco narrativo. 

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Plot 37, Henry Darger

Le sue intenzioni erano quelle di dar vita a un mondo perfetto, in cui nessun bambino avrebbe mai dovuto subire violenze. In realtà, quello che emerge è uno spaccato ambivalente in cui immagini di fanciulli che giocano sereni in paesaggi bucolici si alternano a scritti di una violenza efferata. Probabilmente la guerra che Darger rappresenta è una trasposizione del trauma vissuto sia durante l’infanzia che successivamente. Secondo Jim Elledge, che ha passato molto tempo sulle tracce della sua vita, Darger aveva una personalità complessa formatasi sia in seguito a quelle che oggi si definirebbero “esperienze sfavorevoli infantili” ma anche a causa della povertà, di un orientamento sessuale considerato all’epoca un problema e della solitudine a cui queste caratteristiche lo avevano costretto.

Darger e NOF4 condividono una vita simile: sono emarginati sociali e tuttavia dispongono di un universo interiore incredibile la cui rilettura, oggi, è più attuale che mai. Nonostante il cambiamento culturale apportato dalla legge Basaglia, infatti, risulta ancora difficile vedere il disagio mentale lontano dagli stereotipi. Artisti come Nanetti e Darger possono aiutarci a fare un passo avanti ricordandoci che nessuna persona può essere definita da una singola prospettiva. Grazie ai libri (ricordiamo tra gli altri La polvere delle parole, di Paolo Miorandi), all’operato di Onlus (come Inclusione Graffio e Parola) e mostre internazionali (come Outsider Art Fair) possiamo rileggere la portata di artisti che avrebbero avuto molto da dire, se solo non fossero stati costretti da un sistema fortemente repressivo e punitivo a rimanere ai margini della vita.

L’arte può costituire un valido strumento per abbattere alcuni inossidabili tabù e contribuire a ibridare un discorso che necessita di molteplici lenti – sociali, psicologiche, pedagogiche – per poter essere compreso.



In copertina uno scatto di Francesco Pernigo tratto da Solo Libri

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