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Le Medea contemporanee di Alice Diop. Saint Omer, trionfo veneziano



Soldi, politica, vendetta, il celebre raptus di gelosia. A volte, per difesa. Non uccidere, ma quando succede una cascata di moventi è lì a disposizione, ognuno più intrigante dell’altro da esplorare in termini narrativi. Infanticidio, commesso dalla madre, è invece un termine indicibile. Una realtà inafferrabile, inspiegabile, uno strappo che si spalanca immediatamente sulle fiamme dell’inferno. Se si vuole raccontare l’infanticidio sono necessarie mille postille per distanziarsi dal gesto più estremo che una donna possa compiere.

Nel 2013, a Berck-sur-Mer, una donna abbandona la bambina di quindici mesi sulla spiaggia, in attesa della marea. Il processo spalanca una serie di domande gigantesche: la stessa imputata non sa spiegare il motivo del suo gesto. Ad assistere al processo nel 2016 c’è anche Alice Diop, documentarista, che si ispira alla vicenda per il suo primo lungometraggio di finzione Saint Omer, doppiamente premiato a Venezia: Leone d’Argento – Gran premio della Giuria e Leone del Futuro – Miglior Opera Prima.

Rama insegna all’università a Parigi, dove è cresciuta in una famiglia di origine senegalese: tre sorelle, una madre distaccata, probabilmente depressa, un padre morto giovane. Lascia la città per qualche giorno, per assistere a un processo molto chiacchierato al tribunale di Saint Omer, nel nord della Francia: una giovane studentessa, Laurence Coly, ha lasciato la figlia di un anno e mezzo in riva al mare, perché le onde la prendessero. Vale la pena osservare che nella lingua francese i termini per mare e madre sono vicini come nel corrispettivo italiano: le mer, la mére.

Guslagie Malanda (Laurence Coly)

Rama sta lavorando a un testo sulla Medea contemporanea, ma finisce per sentirsi coinvolta nella vicenda a un livello più intimo: Laurence è nata a Dakar, ha un percorso di studi molto simile, ha una relazione con un uomo bianco – come Rama – e un rapporto con la madre pieno di spazi vuoti.

Il processo inizia con la selezione della giuria popolare: l’invito è a rimenere lucidi, senza cadere in facili pregiudizi. Il collegio è composto interamente da donne, così come il pubblico. Pochissimi uomini: l’accusa – e, defilato, quasi mai inquadrato, c’è un uomo nella giuria appena nominata. È un film processuale rigoroso: lo spazio è riservato per buona parte alle testimonianze e alla difesa dell’imputata, con lunghe inquadrature statiche che la lasciano al centro, da sola. Coly è imprigionata dalla rigidità di un sistema che non riesce a capirla – lei stessa, afferma, è lì perché vuole capire.

Posto che la verità processuale non coincide sempre con la verità dei fatti, proprio perché un rito così cadenzato non può imbrigliare ogni complessità, Laurence si espone al giudizio altrui, sperando che le restituisca una verità su di sé. La sua solitudine è spiazzante: dalla storia personale che riporta, dove vediamo una persona ritrovarsi sempre di più distaccata dalla società, nascosta dall’uomo che è il suo compagno, e la cui stessa figlia è inesistente per lo Stato francese, alla sua presenza al banco, dove è lontana da ogni altra persona.

D’altra parte, questa scelta stilistica impone di prestare attenzione: non ci sono fonti di distrazione, l’occhio deve per forza convergere su LaurenceGuslagie Malanda, l’attrice che la interpreta, mantiene per tutta la durata della pellicola un’intensità magnetica, reggendo le lunghe inquadrature senza mai far cadere la tensione. La sua personalità viene dissezionata e offerta in pasto ai presenti, che fino a quel momento avevano potuto ignorarla, eppure si presenta intera, compatta. La fotografia di Claire Mathon dà vita a una materia solo in apparenza statica: è vibrante, coinvolgente, riempie gli spazi. Non ci si muove in un vuoto.

L’interesse di Diop si rivolge, nel suo lavoro di documentarista, alla comunità: a ciò che la forma, e cosa significa escludere da una società. In Saint Omer trova il modo di tracciare un legame tra una vicenda così solitaria e il consesso che la riceve: la camera indugia sui volti di chi ascolta, registrando le reazioni, l’accoglienza che viene fatta alle parole di Laurence. L’avvicendarsi di determinate inquadrature genera un vero e proprio riflesso: Laurence e Rama si riconoscono, specchiandosi l’una negli occhi dell’altra; Rama, rivedendo una scena dalla Medea di Pasolini, similmente si rispecchia di nuovo.

L’esperienza dell’essere madre ed essere figlia, unitamente al concetto dell’essere straniera – anche Medea, nella tradizione, arriva in una terra che le è ostile – connette queste figure, oltre i risvolti più tragici. In questo, non ha importanza il verdetto, perché il giudizio non appartiene a noi

Nel concepire una figlia si concepiscono le generazioni successive, e allo stesso tempo, si nasce come madre, con un patrimonio genetico che è impattato anche dal dna del feto: questo discorso chiave, pronunciato dalla difesa, emoziona chi lo ascolta, ma va a rivelare un’ulteriore verità – anche qui, diversa da quella processuale. 

Entrambe le donne sono sull’orlo della perdita di identità: il distacco dalle loro madri è rafforzato dall’avere un figlio con un uomo bianco, e dal significato che questo geneticamente e culturalmente ha. Laurence si perde: diventa, letteralmente, invisibile. Durante il processo, le sue origini vengono prese in considerazione nel momento in cui si osserva una sua propensione verso il magico, verso saperi tradizionali che mal si sposano con il positivismo occidentale – di nuovo, Medea la maga – tuttavia Laurence non ha quasi più altre connessioni con la terra in cui è nata. Il suo vocabolario da universitaria è elogiato, ma agli occhi altrui appare incompatibile con l’altra parte della sua storia, come fosse necessario tagliare parti di sé per rendersi comprensibile

Rama è nata a Parigi, nella sua famiglia il distacco è avvenuto nella generazione precedente, e carica di dolore il rapporto con la madre, persa in uno stato tutto suo: domandarsi come questo impatterà sui figli che avrà è inevitabile, perché applichiamo quello che conosciamo, e dove si frammenta un’identità non è sempre possibile ricostruirla in modo unilaterale. C’è un richiamarsi continuo tra una storia e l’altra perché nel riconoscimento reciproco si ricomincia a esistere, e da lì si diventa un qualcosa di altro da due persone: si diventa una comunità.

Durante una lezione Rama cita Marguerite Duras, che sublima il reale attraverso la poesia: una vera dichiarazione programmatica posta all’inizio del film. Alice Diop, con la sua formazione da documentarista, si misura quindi con gli strumenti della finzione per ricercare una verità: che non può essere accertata da una corte, ma è demandata a tutti coloro che osservano, perché possano, ancora più che sentenziare, ancora più che semplicemente capire, riconoscere.



Immagine di copertina e nel testo:
Credits: SRAB FILMS ARTE FRANCE CINÈMA 2022

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