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L’eterno precipitare. Su I funerali dell’anarchico Pinelli di Enrico Baj

Con la mostra Baj e l’anarchico Pinelli, che si tiene alla Cittadella degli Archivi (in via Gregorovius 15 a Milano) a cura di Anna Contro, il grande quadro I funerali dell’anarchico Pinelli di Enrico Baj (1924 – 2003), donato al Comune di Milano da Giorgio Marconi, dovrebbe finalmente aver trovato dimora fissa nel Palazzo Citterio di Brera.
L’esposizione, aperta fino al 28 febbraio, ricostruisce le complesse vicende legate al quadro dalle dimensioni monumentali di 3 metri di altezza per 12 di lunghezza. Un pretesto per un dialogo tra la studiosa Tania Lorandi e Roberta Cerini Baj, moglie del grande artista.

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Enrico Baj
I funerali dell’anarchico Pinelli, Enrico Baj, 1972

Il 12 dicembre 1969 una bomba esplode in una banca a Milano e uccide 16 persone. La polizia arresta l’anarchico Pino Pinelli. In Italia l’arresto di una persona non può superare le 48 ore, ma la polizia trattiene Pinelli per quattro giorni sotto interrogatorio. Il 16 dicembre, all’una di notte, Pinelli precipita da una finestra del quarto piano della centrale di polizia di Milano. È la finestra del commissario Luigi Calabresi. In un primo tempo il questore di Milano dichiara che Pinelli, piuttosto che confessare, aveva preferito buttarsi dalla finestra che era già aperta, nella gelida notte milanese. Ma l’alibi che Pinelli aveva fornito alla polizia prima di morire sta per essere confermato senza dubbio. Cambia quindi la versione dei fatti che la polizia fornisce al magistrato inquirente: Pinelli disperato si sarebbe suicidato gridando: «È la fine dell’anarchia!» poiché gli sarebbe stato detto che l’anarchico Pietro Valpreda aveva confessato tutto. Valpreda non ha mai confessato nulla e si è sempre dichiarato innocente. Trasportato all’ospedale, Pinelli muore senza riprendere conoscenza, lasciando la moglie Licia e le figlie Claudia e Silvia.
Enrico Baj rileggeva da un po’ quei già Funerali dell’anarchico Galli dipinti dal Carrà futurista, quando venne a conoscenza della caduta di Pino Pinelli. Sentiva la necessità, come scriveva in Cosa è un quadro? (Per il Pinelli), di «rifare un quadro moderno di autore italiano, sia perché pensavo (e penso) che alla radice dell’esperienza futurista (poi degenerata nei modi ben noti) vi fosse una forte componente anarcoide e che, proprio grazie a tale componente, il movimento riuscì a scuotere i propri adepti salvandoli dal naufragare nel cretinismo, nel conformismo e nel provincialismo di una cultura savoiarda». Baj si recò quindi a casa della famiglia Pinelli, parlò con Licia e le figlie e si mise all’opera «facendo numerosi disegni della composizione nel suo insieme e dei vari particolari, un po’ come si è sempre fatto per le vaste opere murali. Quindi ho trasferito il disegno finale ingigantendolo su un pannello in legno» (Comment j’ai écrit certains de mes tableaux, ne I grandi quadri, Milano, Edizioni Elettra, 1982).

Enrico Baj
Studio preparatorio, 1972

Roberta, tu ricordi bene quegli anni e quei fatti, ed Enrico aveva scritto chiaramente, per il catalogo della mostra che doveva esporre il grande quadro a Palazzo Reale nel 1972, le ragioni che lo avevano spinto a dipingerlo. Tutto ciò fa oramai parte della storia politica e anche della storia dell’arte ma io vorrei da te una testimonianza viva. Come era Baj di fronte a questa tremenda ingiustizia umana e dopo aver parlato con Licia e le bambine?
Roberta Cerini Baj: Di fronte al dramma e al dolore della famiglia, Enrico per una volta ha lasciato da parte il gioco e l’ironia. Se tu osservi nel lato sinistro del quadro il gruppo degli anarchici e degli amici, noterai che non sono i suoi soliti “personaggi” grotteschi, sono persone raffigurate nel momento del dolore e della pietà. A mio avviso non si riscontra niente di simile nella sua produzione, salvo forse qualche testa nell’Apocalisse.

Ci vuole tempra davanti a fatti tali per non mollare i pennelli, anzi, forse lì più che mai Enrico Baj si volle pittore nell’accezione completa del termine. Agghiacciante pure è il realismo delle sue parole: «L’hanno buttato? Si è buttato? Che importanza aveva, dal momento che non era libero? Eppure gli addetti ai lavori ne disquisiscono ancora». A volte l’ubumano crede nelle favole per mantenere il suo statuto di ignorante. E lo si sa, l’uomo distratto dai racconti di ieri o di domani, che lui immagina come reali, si distoglie dal presente ed è meno incline a mettere in pratica la sua forza di libertà. Guardiamoci attorno, ovunque, dal supermercato al museo, dalla chiesa al municipio, ai luoghi dove viene distribuita la cultura e l’insegnamento, agli stessi palazzi dove fanno credere avvenga giustizia, ci dicono che se saltiamo giù dalla finestra abbiamo delle ali per volare. Ma in realtà, come ci ricorda Baj, siamo pura frittata:

«A che varrebbe l’invenzione estetica, mentre quello sta lì sfracellato per terra, in mano alla polizia, quella stessa che difende le nostre proprietà e incolumità e i nostri bei vernissages?»

Quindi, davanti all’ingiustizia del suo tempo, al pittore resta la denuncia tramite il gesto pittorico, attraverso l’immagine. E in mezzo alla produzione patafisica di Baj, I funerali dell’anarchico Pinelli “stonano” per crudo realismo. Non era ovviamente il momento giusto per la satira e l’ironia. «Certamente l’ironia era fuori luogo » aggiunge Roberta Cerini Baj. «Resta però l’idea, anche mediante le citazioni delle figure picassiane di Guernica, della funzione catartica dell’arte che rappresentando un dramma può farlo diventare un simbolo contro ogni tipo di sopraffazione».

Enrico Baj
I funerali dell’anarchico Pinelli, dettaglio

Il quadro la dice lunga sui tre gruppi sociali che contiene. Sulla destra, i poliziotti, uniformizzati, armati di fucili e bastoni, mostruosi e pronti a scontrarsi con i personaggi che stanno all’opposto del quadro, il gruppo degli anarchici, che brandiscono pugni e bandiere. Nel loro corteo alcune dame e signori, ornati di frange e festoni, guardano lo spettatore. Un uomo anziano lascia il corteo contromano, la testa bassa, appoggia la mano sulla testa di un bambino come per proteggere un possibile futuro. Tutte queste figure dipinte o con inserti incollati stanno nel pannello centrale di 305 cm x 1200 cm circa. A strapiombo sulla composizione, la finestra dalla quale è caduto Pino Pinelli, una delle quattro figure intagliate e staccate dal dipinto. Sua moglie Licia e le due figlie Silvia e Claudia sono le altre che si trovano in primo piano, ancora più staccate dall’opera: una famiglia emarginata e amovibile che potrebbe ricomporsi. Ma davanti alla polizia Licia, nuda, accorre già disperata, Claudia grida mentre Silvia, più piccina, si nasconde il viso con la mano. È che il loro padre sta eternamente precipitando. Impossibile impedire la tragedia e riunire le quattro sagome in un nucleo. Sono le uniche figure che dal quadro si possono comporre o scomporre, solo loro sono amovibili davanti alla scena fissa del mondo. Non ci si stupirà più che per Baj «l’eudamonia, ovvero la tendenza verso uno stato di serena felicità, consiste, sì, nella contemplazione degli uomini e delle cose e nella riflessione sui fatti della vita, come voleva Aristotele, ma anche nella memoria dell’amicizia e degli affetti domestici», come scrive in Che cos’è la ’Patafisica? (Salorino, Edizioni L’Affranchi, 1994). Ma com’era dunque Enrico Baj nel quotidiano?
RCB: Scegliendo la strada dell’arte, Baj ha scelto una via verso la libertà, libero da condizionamenti, sia nel lavoro, sia nella quotidianità. Nei suoi ultimi anni, come è naturale che sia per una persona che ha meno tempo davanti a sé di quanto ne abbia alle spalle, ha lungamente riflettuto sulla funzione della memoria non solo a livello culturale, ma anche nell’ambito del privato.

Enrico Baj
Enrico Baj, 1964

In un passo del suo testo su Pinelli, Baj contrappone alla precisa elencazione delle tecniche pittoriche (misure e legno utilizzato, invisibili divisioni del quadro per agevolare il trasporto e non disturbare la composizione, il “filaticcio orvietano” di fondo, e «materie quali cordoni, ciniglie, fiocchi, zufoli, paramani, galloni, passamani, ovatte, pizzi, vetri, legni, celluloidi, plastiche, meccani, ingranaggi, medaglie, nastri, gradi, decorazioni, acciai»), la realtà vissuta dalle persone. Sia che loro cerchino propri valori, regole e norme, o che si accontentino di quelle prefabbricate, preconcette e prêt-à-porter; che è forse la vera tragedia dell’uomo. Parallelamente all’universo del proprio immaginario, Baj sottolinea che la cosa più vera sta nella concretezza delle cose; nella vita stessa:

«Che rappresenti mele e/o pere, che raffiguri polverose lucerne accoppiate ai vuoti simulacri del Lambrusco, che descriva personaggi, figure, fatti, carnevali o tragedie, la pittura è poca cosa se confrontata alla realtà degli uomini o dell’ambiente. Un quadro è niente»

Ma come se d’altro canto la spinta creativa, la forza dell’immaginario e le sue soluzioni fossero altrettanto vere, affermava: «E l’artista, pur convinto dell’inutilità attuale di una pittura rappresentativa sarà sollecitato a fare un’opera, un quadro che rappresenti qualche cosa, un fatto, un amore o un assassinio, una vita o una morte. L’arte si discosterà allora dalla generica spinta alla identificazione gestuale con la vita ed eccezionalmente si verificheranno nuove, rarissime ipotesi (vedi Guernica) di rappresentazione e di celebrazione da parte del pittore». Banale far notare il rapporto tra Guernica di Picasso e I funerali visto che molti disegni, studi preparatori o semplicemente vari elementi come la lampada o il viso di Pino Pinelli lo ricordano; qua si alternano invece la Scienza delle Soluzioni Immaginarie e la realtà, che per noi patafisici è la più immaginaria di tutte le soluzioni.
RCB: A proposito di soluzioni, ti ricordo la geniale frase di Marcel Duchamp: «Il n’y a pas de solutions parcequ’il n’y a pas de problèmes», che mi sembra di una sconcertante attualità.

Il quadro venne ceduto da Baj a Licia Pinelli, poi acquistato da Giorgio Marconi. Doveva essere esposto nella grande Sala delle Cariatidi a Palazzo Reale di Milano, l’apertura della mostra era prevista per il 17 maggio 1972 alle ore 21. Alle ore 9.15 di quello stesso giorno il commissario Luigi Calabresi venne ucciso in una strada di Milano. Le autorità municipali decisero di rinviare la mostra. Il catalogo edito dal comune venne nascosto, e per strada vennero oscurate tutte le locandine. La mostra a Palazzo Reale non ebbe luogo. Dopo varie peregrinazioni tra Bologna, Rotterdam, Stoccolma, Düsseldorf, Anversa, Ginevra, Livorno, Firenze, Mentone, Mantova, Miami, Locarno, Darmstadt, Milano e Roma, nel 2012 (esattamente dopo quarant’anni) il quadro per la prima volta fu esposto per il luogo dove era stato pensato: la sala delle cariatidi di Palazzo Reale.
E oggi finalmente, dopo tanto errare, pare abbia trovato una fissa dimora.

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