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La mortalità della virtù. Sir Gawain e il Cavaliere Verde di David Lowery



«Mentre siamo persi a cercare il rosso, il verde avanza. Il rosso è il colore della lussuria, ma il verde è ciò che la lussuria lascia dietro di sé, nel cuore, nel grembo. Il verde è ciò che rimane quando l’ardore svanisce, quando la passione muore e moriamo anche noi. Quando ve ne andrete, le vostre impronte si riempiranno d’erba, il muschio ricoprirà la vostra lapide. Al levar del sole il verde si diffonderà su ogni cosa, in ogni gradazione e sfumatura. Il verderame avrà ragione delle vostre spade, delle monete e dei vostri bastioni e per quanto ci proverete tutto ciò che vi è caro soccomberà. La vostra pelle, le vostre ossa. La vostra virtù».

Queste parole, pronunciate da Lady Bertilak (uno dei due personaggi interpretati dalla premio Oscar Alicia Vikander), arrivano a circa un’ora e venti dall’inizio di Sir Gawain e il Cavaliere Verde, il nuovo film diretto da David Lowery. Il monologo in cui la donna si lancia è una cruda descrizione della mortalità umana messa a confronto con l’indomabilità della natura, la quale, alla fine, torna sempre a reclamare ciò che gli spetta. È questo un momento particolarmente solenne all’interno del film, nel quale è racchiuso il senso più profondo del racconto.

Sir Gawain
The Green Knight, David Lowery

Dopo aver narrato di novelli Bonnie e Clyde, di fantasmi, draghi invisibili e anziani rapinatori di banche, Lowery si concede finalmente il suo primo fantasy di ambientazione medievale, proseguendo così un percorso artistico che ha a suo modo sempre dialogato con il mito e la leggenda. Grande fan di titoli come Excalibur (1981) e Willow (1988), egli ricordava quello di «Sir Gawain» come uno dei racconti più misteriosi e ricchi di fascino di tutto il ciclo arturiano. Questo poema risalente al XIV secolo narra le gesta di uno dei cavalieri di Artù, il Gawain del titolo, il quale nel giorno di Natale accetta la sfida proposta da un misterioso Cavaliere Verde. Il gioco prevede che quest’ultimo si lascerà infliggere qualunque colpo a patto di poterlo restituire esattamente un anno dopo. In seguito all’aver decapitato il Cavaliere, Gawain lo osserva con stupore raccogliere la propria testa mozzata e ricordargli il loro appuntamento al prossimo Natale, dove sarà chiamato a dimostrare la sua lealtà al patto stretto. Questo racconto, di autore anonimo, descrive dunque una serie di prove che Gawain è chiamato a superare per dimostrare il suo valore e onore di cavaliere, riaffermando la forza della civiltà sulla natura, del cristianesimo sul paganesimo. Per il suo film, tuttavia, Lowery sceglie una rilettura più complessa, contemporanea e a suo modo esistenzialista della vicenda. Questa si manifesta innanzitutto attraverso alcune modifiche particolarmente significative rispetto al testo originale. Il Gawain del poema è infatti già un cavaliere, mentre il protagonista del film (interpretato da Dav Patel) è invece un giovane scanzonato che aspira senza troppo impegno ad avere un giorno un posto alla tavola rotonda. Egli non ha una propria storia da raccontare, grazie alla quale dar prova di meritarsi quel titolo.

A fornirgli quest’occasione è sua madre, la Fata Morgana, colei che scatena la venuta del Cavaliere Verde. Nel testo originale tale legame tra i due personaggi non sussiste, ma nel racconto di Lowery ciò permette di inquadrare Gawain come un figlio la cui maturità deve ancora compiersi. Lo stesso regista non ha nascosto di aver inserito in questa dinamica molto del suo reale rapporto con la madre, desiderosa di vedere il figlio diventare più indipendente. Da questo punto di vista l’avventura di Gawain si configura come un atipico coming of age, dove la prova ultima sembra però non poter prevedere altro che la morte. Ed è infatti proprio la morte a vantare una presenza ricorrente lungo tutto il film, quasi divenendone un personaggio astratto. Gawain è chiamato a confrontarsi con il pericolo di morire in più occasioni, come una delle sequenze più suggestive del film dimostra: derubato e legato da alcuni briganti, il protagonista è lasciato da solo nel bosco. Mentre si dimena, la macchina da presa compie una lenta panoramica di 360°, durante la quale l’ambiente naturale si trasforma passando di stagione in stagione, fino a svelare il corpo di Gawain ormai ridotto a un mucchio di ossa. Il movimento contrario della macchina da presa riavvolge poi il tempo, riportandoci al nostro protagonista vivo e vegeto che riesce infine a liberarsi. Lowery ci mostra dunque allo stesso tempo ciò che potrebbe succedere e ciò che inevitabilmente prima o poi accadrà. Che sia lì in quel bosco o altrove, un giorno Gawain non sarà nulla più che un mucchio di ossa.

Sir Gawain
The Green Knight, David Lowery

Questo momento viene poi rievocato dal monologo di Lady Bertilak qui citato in apertura. Parole terribili che per il regista suonano però estremamente confortanti. Lowery, nei cui film è ricorrente l’elemento ambientale, si è professato particolarmente preoccupato dall’attuale situazione mondiale, da quella che considera una vera e propria guerra tra civiltà e natura. L’idea che ogni attività umana verrà inevitabilmente a decadere di fronte al cospetto dell’eternità del creato è dunque un modo per rivalutare il proprio ruolo e comportamento nel mondo. Gawain deve dunque imparare a fare propri i valori della cavalleria, a vivere secondo questi nel modo più dignitoso possibile, accettando la propria mortalità. Ciò diviene possibile solamente al cospetto del Cavaliere Verde, la cui identità nel film non sembra corrispondere come nel poema a quella di Lord Bertilak. Rendendo più misteriosa la natura di questo antagonista, Lowery gli permette di diventare una metafora vivente, una personificazione della Natura (non a caso, a differenza del poema, è qui raffigurato con le sembianze di un albero) e della Morte. In procinto di ricevere il colpo che decreterà la sua fine, Gawain vede dunque scorrere davanti a suoi occhi una straordinaria sequenza di come sarebbe la sua vita qualora facesse prevalere in sé la paura della morte, sfuggendo al colpo del cavaliere. Dinanzi a tale visione egli comprende l’importanza di non rifuggire l’inevitabile, di non considerare Vita e Morte come valori inaccostabili. Tutti hanno un appuntamento con il Cavaliere Verde, l’importante è come si sceglie di presentarvisi. Sconfiggendo le sue paure e rinunciando alla cintura magica donatagli da Lady Bertilak, la quale avrebbe dovuto proteggerlo da ogni colpo, egli è dunque pronto ad andare incontro al proprio destino, e può a quel punto meritare d’essere chiamato «Cavaliere».

Sir Gawain
The Green Knight, David Lowery

Con questo suo settimo lungometraggio da regista, Lowery prosegue dunque il suo discorso artistico portando in scena un racconto che vanta radici antiche, ma con una profonda capacità di essere attuale e universale ancora oggi. Giocando con i mezzi primari del cinema, Lowery esprime un personalissimo stile dove sono l’atmosfera e le riflessioni che essa può emanare ad avere il massimo delle attenzioni. La caducità umana, il Tempo e la Morte sono elementi che già si riscontravano in Storia di un fantasma (2017), ad oggi il suo lavoro più estremo, e che in Sir Gawain e il Cavaliere Verde si fondono a una compiutezza narrativa e formale particolarmente evocativa che ha il sapore di un punto d’arrivo.

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