Domenica pomeriggio di questa estate, ore 17. La temperatura percepita all’esterno sfiora i 45 gradi. Il punto di ritrovo è l’atrio principale del museo, le persone entrano a piccoli gruppi con la fronte imperlata di sudore, bottigliette d’acqua e ventagli stretti nelle mani. Nei giorni precedenti all’incontro mi domandavo se qualche temerario avrebbe davvero sfidato l’afa per partecipare alla visita guidata e, invece, siamo quasi una trentina oggi, un numero simile a quello dei passeggeri che salirono sull’iconica corriera blu, per attraversare la pianura padana dalle campagne ferraresi fino al Delta del Po e vedere, con i propri occhi (per alcuni la prima volta) la meraviglia del mare.
È proprio da quel viaggio che prende forma Luigi Ghirri e Gianni Celati. Verso la foce, la mostra ospitata dal MAMbo di Bologna fino al 4 ottobre. L’esposizione, curata da Lorenzo Balbi e Giulia Pezzoli, da sempre attenti al patrimonio artistico locale, riunisce ottantuno fotografie realizzate da Luigi Ghirri tra il 1989 e il 1991 durante la lavorazione e i sopralluoghi per la realizzazione di Strada Provinciale delle Anime (presente in sala), il primo film diretto da Gianni Celati, nato come naturale prosecuzione del suo libro Verso la foce.

Il nucleo centrale della mostra è costituito dalla serie Blu infinito. Un corpus di fotografie a comporre una serie atipica, soprattutto per Ghirri, con una presenza umana al centro degli scatti. Scrittori, insegnanti, studenti, giovani, vecchi e bambini al centro dell’inquadratura, accomunati da un’unica missione: guardare. Gli scatti, prevalentemente di formato orizzontale, si dispongono lungo le tre pareti principali della Project Room, incorniciati da passe-partout e cornici che sfumano dal celeste al blu intenso. Una scelta allestitiva mirata a rievocare non solo il colore della vernice dell’iconico mezzo ma, soprattutto, quello del mare. Sarà proprio la promessa di una destinazione finale ad accomunare i trenta amici e parenti che Celati scelse come compagni di avventura: un gruppo eterogeneo che non aveva nulla da dimostrare alle telecamere. Nessuna missione, nessun ruolo, nessun obiettivo, se non quello di abitare gli spazi liminali di un luogo lontano dai riflettori e da un futuro sempre più incerto. E alla fine il mare, ancora una volta protagonista. Pur trovandosi a poco più di trenta chilometri dal punto di partenza (il parcheggio di San Giorgio, alle porte di Ferrara, in una nuvolosa mattina di giugno) venne raggiunto soltanto dopo oltre tre giorni di cammino. Non per la lunghezza dell’itinerario, ma perché ciò che contava non era l’arrivo: era il viaggio stesso, il suo tempo dilatato dall’osservazione, dalle soste ripetute, dagli incontri inattesi (tra cui una simpatica sterna che accompagnò il gruppo in volo durante l’esplorazione delle valli).
Sulla parete centrale, oltre al già citato Strada provinciale delle anime (1991), la possibilità di visionare anche i due documentari Il mondo di Luigi Ghirri (1998) e Case sparse. Visioni di case che crollano (2003), un’indagine di Celati sulle case rurali in rovina, due documentari che completano la proposta da Luca Buelli, della casa di produzione cinematografica Pierrot e la Rosa, di riunire in unico posto le opere di entrambi.
«…cosa siamo venuti a vedere qui? Perché, certuni vanno in viaggio e guardano solo quello che gli hanno detto di guardare e se non gli hanno detto cosa devono guardare, si sentono persi. Ma io mi chiedo: è meglio sentirsi persi o vedere solo quello che ti hanno detto di guardare?»

Immagini fisse e in movimento. Parola, cinema e fotografia, in un sodalizio continuo ma mai complementare, che mette in luce con ogni sua forma artistica quella voglia di documentare il quotidiano, i margini, le stradine effimere, le periferie, i fiumi, le insegne, gli spazi sospesi tra natura e intervento umano. Un paesaggio che sembra farsi portatore di una malinconia dolceamara, non legata ai confini geografici ma capace di evocare una memoria più ampia, che affiora come una forma di nostalgia condivisa.
«Credo che il compito della fotografia sia quello di vedere il mondo come se fosse la prima volta», scriveva Ghirri nelle sue Lezioni di fotografia. Una dichiarazione poetica che attraversa tutta la sua ricerca: la fotografia non documenta semplicemente la realtà, ma educa lo sguardo a cogliere ciò che normalmente resta invisibile. Anche Gianni Celati, dal canto suo, costruisce la propria poetica attorno all’atto del guardare. In Verso la foce scrive:
«Camminare è soprattutto un modo di guardare.»
E il suo è un invito a liberarsi dall’idea di un paesaggio spettacolare per riscoprire l’intimità dei luoghi ordinari. In questo si spiega la sua brama di voler includere ogni cosa nella pellicola: le voci fuori campo, le inquadrature sghembe, gli imprevisti metereologici e soprattutto quei tempi “morti” che sono tutt’altro. Perché è proprio in quei momenti, scampati a ogni forma di manipolazione, che la vita e con essa il paesaggio, si manifesta nella sua forma più spontanea.
«…Esso per noi forse è l’incontro tra natura e cultura, quindi anche il luogo della distruzione, il paesaggio che assomiglia a un attimo e all’interno di questo attimo ci sono diversi tipi di percezioni sensoriali: gli odori, il vento sul viso, la luce, le parole che ascolti, i suoni che non ci sono. Il paesaggio è il luogo dell’attenzione infinita: non riesci mai a collocarlo, non è delimitabile, dà una specie di circolarità della visione che non finisce mai.»

Un elogio alla lentezza, dunque, qualità oggi vista come un privilegio per pochi e un tributo al viaggio, inteso come forma di indagine, abbracciando quel senso di perdita che Lynch definiva “meraviglioso” ma che può anche essere gioco, smarrimento e apprendimento, come insegna ancor prima la deriva di Debord. In un’epoca dominata dall’immagine veloce e dalla ricerca dell’eccezionale, dell’esplicito, della presa di posizione insindacabile, la loro visione appare ancor più controcorrente: rallentare, sostare, imparare a “vedere”, ancor prima di agire.
Ed è con questo monito silente che, a mostra conclusa, rimetto piede all’esterno del museo mentre un vento bollente mi sottrae il respiro e un sole calante ridefinisce le forme della città. Con la consapevolezza che forse è proprio questa l’eredità più importante che le foto di Ghirri e le parole di Celati continuano a trasmetterci: un’innata capacità di abitare i luoghi senza pretendere di conquistarli, trasformando lo sguardo in un perenne esercizio di attenzione, e l’ordinario in una costante forma di stupore.
«Questa sera, passeggiando a Comacchio, ho pensato che la ricchezza spesso è molto più squallida della miseria. Lo squallore della ricchezza non è ancora arrivato qui. Ho visto muri scrostati, case vuote, disabitate e inabitabili ma una specie di felicità per le strade, a star tra la gente. Questa sera non ho visto uomini che vivono nell’arroganza del denaro, né belle donne che sembrano uscite da un film pubblicitario, per fortuna questa sera non ho visto niente del genere. Ho visto molte facce con i segni di un destino, facce da guardare a lungo.»
(da Strada provinciale delle anime)
In copertina: Luigi Ghirri, dalla serie “Blu infinito, 1991 ©Stampa coeva Arrigo Ghi. Collezioni private in deposito presso MARV | Museo d’Arte Rubini Vesin, Gradara / Rete Museale Marche Nord