30.03.2026

Con The Bride! vi sfido a stringere la mano al vostro mostro. Intervista a Maggie Gyllenhaal

Nella pellicola “La sposa!”, la regista rivisita “Frankenstein” restituendo la voce a un’icona femminile nata senza parola

«E se Mary Shelley avesse avuto altro da dire, qualcosa che nel 1818 non solo non era pubblicabile ma addirittura impensabile?». È da questa ipotesi che nasce il nuovo lungometraggio di Maggie Gyllenhaal, La sposa!, arrivato nelle sale italiane lo scorso 5 marzo e distribuito da Warner Bros. Un film che per l’attrice e regista newyorkese doveva essere un atto di immaginazione retrospettiva senza alcuna intenzione di riscrivere Frankenstein, ma un tentativo di capire ciò che il romanzo di Shelley non aveva potuto contenere.
Più di un secolo dopo l’uscita del libro, il film di James Whale, La moglie di Frankenstein (1935), prova ad immaginare la figura, assente nel romanzo, della sposa di Frankeinsten. Lei, con il volto di Elsa Lanchester, appare per pochi minuti, eppure la sua immagine è diventata una delle icone più persistenti dell’immaginario gotico. La capigliatura elettrica, le ciocche bianche, il volto pallido: un’estetica a cui il make-up artist Jack Pierce contribuì ispirandosi anche al busto di Nefertiti. E tuttavia, quella figura non pronuncia una sola parola. È un’immagine potentissima e, allo stesso tempo, un corpo muto. «Da quasi novant’anni quella figura abita l’immaginario collettivo come simbolo gotico, oggetto di desiderio e di rifiuto, ma raramente come soggetto», spiega la regista.

Ed è proprio da questo silenzio che Gyllenhaal prende ispirazione. La sposa! non nasce per aggiornare un classico né per modernizzare un mito cinematografico, ma per interrogare un’assenza: cosa accade quando si prova a restituire voce a un’icona nata senza parola? E cosa significa farlo oggi, tornando al testo di Shelley come a un territorio ancora aperto? Per la regista, il mostruoso non è una categoria estetica ma una zona psichica: non la cucitura sulla pelle, ma ciò che resta inassimilabile. Il film si muove in questo spazio, dove il gotico diventa femminismo e il mito smette di parlare di corpi assemblati per interrogare, piuttosto, le parti di noi che preferiremmo non riconoscere. «Il mostro è l’assenza di consapevolezza», suggerisce la regista, che arriva al secondo film dopo l’esordio di The Lost Daughter (2021). The Bride vede ancora protagonista Jessie Buckley, che in conferenza stampa scherzosamente dichiara: «She’s my Scorsese». Accanto a lei, un cast che include Christian Bale nei panni della creatura, Peter Sarsgaard, Annette Bening, Jake Gyllenhaal e Penélope Cruz.

In esclusiva per Limina, abbiamo intervistato Maggie Gyllenhaal.

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Nel rivisitare un mondo creato da Mary Shelley, qual era la domanda principale a cui voleva rispondere su questo personaggio e come ha guidato le tue scelte di regia e recitazione?
Sono andata a vedere La moglie di Frankenstein. Non so quanti di voi l’abbiano visto o rivisto di recente, ma la sposa praticamente non c’è. Voglio dire: c’è per due minuti e non dice una sola parola. E così quella è stata la scintilla iniziale dell’ispirazione, soprattutto perché lei si trova in una situazione completamente folle: viene riportata in vita senza il suo consenso, per essere la moglie di qualcuno che non ha mai incontrato. Così sono andata a leggere il libro. È interessante: ho studiato letteratura inglese, ho una laurea in inglese e non avevo mai letto Frankenstein. Non so perché. Forse dovevo farlo e non l’ho fatto. Comunque, l’ho letto e l’ho adorato. È un libro incredibile. Ma quando ho chiuso l’ultima pagina, segretamente − forse pericolosamente − ho pensato: e se osassimo immaginare cosa questa donna potesse avere ancora in mente? Da quel momento non mi ha più lasciata. È diventata una vera ispirazione. A volte immagino che stia parlando attraverso di me. Così, a casa mia, se una porta sbatte o entra una folata di vento, penso: «È Mary Shelley».

Perché era importante immaginare la voce della sposa?
Credo davvero che esistano, dentro ognuno di noi, aspetti che a volte sembrano mostruosi. Cose che ci viene detto che non sono permesse, cose che poi iniziano a sembrare terrificanti e sentiamo di dovercene sbarazzare. E invece questo film è una celebrazione di tutte le parti di ognuno di noi che non entrano nella scatola in cui ci è stato detto che dobbiamo entrare.

Che visione aveva in mente per la musica?
La mia visione in generale è difficile da riassumere. Voglio dire, è stata davvero una lavorazione durata quattro anni, a essere onesta. Sulla musica posso dire una cosa: mi sono resa conto, dopo i due film che ho completato, che sì, ci sono elementi musicali − in questo film ci sono anche numeri di danza − quindi alcuni brani dovevano essere scelti in anticipo. Ho scoperto che anche per The Lost Daughter, sia per la colonna sonora sia per i cosiddetti “needle drops”, non capisco cosa mi serve finché non ho un’idea molto chiara di cosa sia il film. Non fino al montaggio definitivo. È stato qualcosa che ho scoperto e su cui ho lavorato lungo tutto il processo. Per quanto riguarda la colonna sonora, è stato molto complicato, perché il tono di questo film è nuovo, così come è nuovo il linguaggio. Non credo si possa incasellare ordinatamente in un genere. Amo Tim Burton, ma questo non è un film di Tim Burton. Ci sono stati momenti in cui, ascoltando i primi tentativi di colonna sonora, ho pensato: «Oh no, questo entra in una scatola che già conosci». Questo film è qualcosa che ancora non conosci, anche musicalmente. Infatti è un mix: ho quasi tutti i Sonic Youth che suonano nella colonna sonora insieme a quasi l’intera New York Philharmonic. Musicalmente è qualcosa di nuovo. E poi, ovviamente, c’è l’incredibile Fever Ray, che è una metà dei The Knife, che non solo suona nel film ma si esibisce anche.

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Ci parli della tua collaborazione con Jessie Buckley e del lavoro fatto insieme?
Credo sia molto raro avere un rapporto così ricco di scambio reciproco, comprensione ed energia. È preziosissimo per me. Ho scritto questo film cercando di non pensare a nessun attore specifico, ma Jessie era sempre nella mia mente. Non sapevo come l’avrebbe interpretata. E anche la stessa Jessie mi ha detto: quando l’ho letto per la prima volta, non avevo idea di come farlo. Ma ci siamo prese mano per mano e abbiamo fatto questo viaggio insieme, dicendoci: «Vedremo. Andiamo e scopriamo chi siamo alla fine di questo viaggio insieme». Alla fine eravamo diverse da chi eravamo all’inizio.

Dobbiamo parlare di quell’abito arancione, ma anche della creazione del look della sposa…
Frank (Christian Bale) e la sposa – e poi naturalmente loro danno il tono a tutti gli altri personaggi per quanto riguarda il look – fanno parte della nostra mitologia culturale. Volevo che fossero una combinazione di qualcosa di immediatamente riconoscibile e allo stesso tempo molto reale e radicato nella storia. Se devi indossare un solo vestito per tutto il film, quel vestito deve essere vissuto, sudato, insanguinato, strappato. E allo stesso tempo deve essere fondamentalmente iconico. Per quanto riguarda Frank, era molto importante per me che sembrasse qualcuno che avesse davvero vissuto quell’esperienza. Non un costume di Halloween, non una maschera, ma come sembreresti davvero se il tuo mento fosse stato cucito al collo. Abbiamo adorato questi tatuaggi sul volto che abbiamo ideato: segni sulla pelle di un cadavere che indicano dove la cucitura è avvenuta. Tatuaggi che a volte sono in lingua latina. Decisioni guidate dalla storia, che hanno creato qualcosa di esteticamente molto forte e molto reale. E fare un trucco prostetico molto realistico è molto più dispendioso e difficile che farne uno che sembra una maschera. Con Jessie, invece, cercavamo di essere guidati dalla storia, dalla realtà che aveva creato questa donna. Per lei volevo qualcosa di splendido e allo stesso tempo, direi, di mostruoso.

E quel segno nero in volto?
Nella sceneggiatura lei ha questa sostanza nera, una specie di materia inchiostrata che scorre nelle sue vene. E la primissima cosa che accade quando Frank le parla è che lei ne tossisce fuori un po’, come se le stesse bloccando la gola, il cuore, le vene. Deve liberarsene. Amo che sia una delle prime cose che accadono, soprattutto considerando che ci siamo ispirati a un film in cui lei non parla affatto. La liberazione di quella vecchia sostanza nera poi le segna il volto, ma in un modo che appare bellissimo sul viso di Jessie. Così come il fatto che quella sostanza nera le macchi il suo seno. O i suoi capelli completamente decolorati di bianco. Amo l’effetto delle ciglia e sopracciglia decolorate. Non avrei fatto quella scelta se non mi fosse piaciuto esteticamente il risultato. Lo stesso vale per Myrna Malloy (Penelope Cruz) e Jake Wiles (Peter Sarsgaard), per Euphronius (Annette Bening), per Greta la domestica (Jeannie Berlin). Sono quasi tutti in un unico costume, è come se fossero usciti da un graphic novel.

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Cosa avrebbe voluto Shelley per la sposa di Frankenstein?
Mary Shelley parla d’amore, sì, ma non di un amore dolce e gentile. No, no. È selvaggia e vuole che la sposa trovi davvero la propria voce, il proprio cuore e la propria mente. Mi piace quando le persone si ammirano e prendono qualcosa l’una dal vocabolario dell’altra per esprimersi. Jessie e io lo facciamo sempre. La sposa lo fa con Mary Shelley. È Mary Shelley che offre la frase «Preferirei di no», e la sposa pensa: oh, lì c’è vita. È un esempio bellissimo anche del nostro rapporto artistico. Ci sono tante cose che Jessie ha fatto in questo film che mi hanno fatto dire «Wow!». Io le ho preparato il terreno, le ho dato uno spazio e una libertà, e quello che ha fatto è incredibile. Sono come Mary Shelley che dice: questo va bene, ma sono anche severa, eh. Quando qualcosa è fuori asse, dico: rimettiti in sella, ragazza.

Questa storia sembra porre un’antica domanda: chi viene etichettato come mostro?
Credo che tutti abbiamo aspetti mostruosi dentro di noi. Possono essere davvero terrificanti. Sono quelle cose alle quali non vorresti pensare: vorresti solo scappare da esse. Puoi passare la vita a farlo, oppure puoi voltarti e stringere la mano al tuo mostro. Nella mia esperienza − e ammetto che ci sono ancora molte parti di me che mi spaventano − i momenti in cui sono riuscita a farlo sono quelli in cui le cose sono diventate interessanti. È un luogo incredibilmente eccitante da cui partire per fare un film. Per me il mostruoso è pieno di vitalità. È esaltante in una storia d’amore, in una storia horror, in una ghost story. È ciò che rende tutto vivo. E sì, nel film ci sono personaggi che non sono stati riportati in vita ma compiono azioni mostruose e non provano alcun rimorso. Penso al personaggio di Lupino, il boss mafioso. Lui sta scappando dal suo mostro. È molto più eccitante stare con quelli che non scappano, come la sposa e Frank. Salire sulla loro decappottabile, entrare nella loro storia d’amore. E onestamente penso che il film sia una specie di sfida.

In conclusione, che messaggio vorrebbe che venisse colto da questo film?
Frankenstein è stato scritto per una sfida tra Mary Shelley e Lord Byron. Anche il mio film è una sfida. Io ti sfido a voltarti e stringere la mano al tuo mostro. E ti sfido a farlo non da solo nella tua stanza, ma in una sala cinematografica piena di persone, perché diventi un’esperienza collettiva, quasi come andare a un concerto. Facciamolo insieme. Entriamo insieme nel ritmo dei nostri mostri. 



In copertina e nel testo: Credit Niko Tavernise

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