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Come rubare un Magnus. Il furto poetico di Davide Toffolo



Come si diventa uno che fa Fumetti? Difficile rispondere a questa domanda che fa da sfondo alla narrazione di Come Rubare un Magnus di Davide Toffolo (Oblomov edizioni). Si potrebbe cominciare volgendo uno sguardo al nostro passato, quando i fumetti, nei primi anni Sessanta, si facevano a Milano. Si arrivava alla Stazione Centrale, che aveva quell’aurea di porto di mare dove da tutt’Italia si attraccava in cerca di fortuna, di nuove opportunità. Per un ventiquattrenne, età che aveva allora Roberto Raviola (in arte Magnus), l’arrivo a Milano doveva significare l’approdo ad un mondo d’inchiostro e carta stampata. Così il giovane, partito da Bologna, fresco di laurea all’Accademia di Belle Arti, giunge nel capoluogo lombardo presentandosi come disegnatore. In una casa di ringhiera nei pressi di Lambrate, Raviola incontra Luciano Secchi (in arte Max Bunker), la celebre penna dietro alle storie di Kriminal, Satanik e Aland Ford. Il loro incontro fortuito darà vita ad un sodalizio artistico che accompagnerà per una decina d’anni migliaia di lettori appassionati, fino all’interruzione nel 1975 della saga di Alan Ford, anno in cui Magnus volta pagina cambiando anche il suo nome d’arte in Viandante. È questo il periodo nel quale passa alla casa editrice di Renzo Barbieri, dando vita al suo personaggio Lo Sconosciuto, considerato dalla critica come il suo capolavoro. Una carriera lunga trentun anni, che volge al termine sotto la bandiera del personaggio più longevo e conosciuto della storia del fumetto italiano, Tex Willer – Sergio Bonelli editore. Magnus si dedica anima e corpo alla creazione delle tavole de La valle della Morte, un lavoro che lo occupa per ben sette anni e che lo consacrerà come uno dei migliori disegnatori del suo tempo. Il Texoneper via del grande formato A4, allora ineditovedrà luce nel maggio del 1996, poco dopo la scomparsa di Magnus che muore lo stesso anno.

Ripercorrere un percorso artistico così intenso e rivoluzionario per il fumetto italiano non poteva che spettare ad un disegnatore e forse è solo attraverso il disegno, quell’insieme di forma concettuale e segno grafico, che si può rendere omaggio al genio di Magnus. Proprio chi ha iniziato sotto la sua stella, Davide Toffolo – nel 1979, infatti, vinceva il concorso in occasione del decennale di Alan Ford – oggi, con alle spalle una serie di importanti e raffinate pubblicazioni nel fumetto d’autore (ricordo Intervista a Pasolini, e l’inverno d’Italia fra le altre), si presenta in questa nuova uscita al suo pubblico con un omaggio al maestro bolognese.
Come rubare un Magnus comincia con una seduta di fisioterapia e, nello spazio ristretto di uno studio medico, i due intavolano una conversazione che li porta a conoscersi. Toffolo soffre di dolori alla schiena, il bravo fisioterapista che lo ha in cura è cieco. Non conosce i fumetti, non sa in cosa consiste questo lavoro, ma si mostra interessato, cosa che suscita una certa perplessità dal momento che non potrebbe coglierne uno degli aspetti più rilevanti: il (di)segno.

Magnus

Raccontare di un disegnatore ad un cieco è uno spunto toccante e insieme una metafora della scoperta che il racconto produce nel lettore: in fondo, prima di conoscere il segno di Magnus, a tutti noi manca qualcosa del visivo. Quel raccontare per immagini che ha attraversato generazioni di lettori, ancora oggi affezionati alle storie con cui sono cresciuti. Trasversalità propria dei fumetti, resa dalla narrazione che ne trae Toffolo sovrapponendo il suo presente con il vissuto di Raviola. Trasversalità che è facile sperimentare quando non si fa in tempo a pronunciare – come fossero formule magiche – “Bonvi, Bunker”, che subito padri e nonni rievocano le loro letture in compagnia delle Sturmtruppen o di Alan Ford, per poi stupirsi se a queste identità evanescenti si accostano non  gli pseudonimi, ma i veri nomi: Franco Bonvicini e Luciano Secchi. La scoperta italiana del fumetto, sia come formato, sia come peculiare forma espressiva, si afferma a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta, raggiungendo il suo apice di popolarità. Quasi un segno genetico, dove l’universo di fantasia offerto dai fumetti procedeva parallelamente alla storia di quegli anni. «Due vignette a pagina», afferma risoluto Luciano Secchi, mentre illustra ad un Raviola esordiente il lavoro da preparare, «la dimensione del giornalino sarà come Diabolik… è facile da tenere in mano anche quando si va in treno a lavorare». Si riferisce al tascabile da 11,5 x 16,9 cm, ideato proprio per venire incontro alle esigenze dei pendolari, divenuto poi lo standard per l’editoria a fumetti. Raviola tenta di stare al passo, intuisce la lucidità imprenditoriale del suo datore di lavoro e consuma le sue matite a ritmo serrato. La stagione del “nero” italiano è cominciata.

L’occasione di una mostra dedicata a Magnus tenutasi a Pordenone presso Villa Galvani, curata dalla professoressa Paola Bristot (che nel fumetto compare come Paola Bistrot), diventa – oltre che scena del crimine in cui una copertina di Necron viene misteriosamente rubata – ulteriore occasione d’incontro fra medico e paziente, dove Toffolo per rappresentare all’amico la fisionomia di Roberto Raviola guida la sua mano in un disegno su carta: gesto grafico e percezione visiva s’incontrano, rivelando la loro stretta corrispondenza. Mentre Toffolo si lascia trasportare dal disegno, la rigidità della sua schiena scompare, lasciando il posto a naturalezza e semplicità. Le sue forme si chiudono armoniosamente raccontando la sinuosità dei corpi femminili, leitmotiv dell’artisticità di Raviola, che in maniera originale e personalissima si è confrontato anche col disegno erotico, raggiungendo un’elevata qualità grafica e profondità narrativa. A questo proposito sono da ricordare, oltre gli albi di Necron, anche storie brevi come Le 110 pillole e Le Femmine Incantate, ispirate da letture orientali, in particolare dal Ching P’ing Mei del XVI secolo. Toffolo sceglie di raccontare una storia delicata, crea una cornice narrativa capace di lasciare spazio alle vicende biografiche del maestro Magnus, senza rinunciare a trasmettere il suo affetto per questo autore e il suo rapporto personale con lui. Nell’alternanza fra passato e presente, contrassegnati da due toni distinti, il dialogo è costante e musicale. La composizione delle immagini è raffinata, le vignette grandi e di ampio respiro danno modo di apprezzare un disegno coinvolgente, voluminoso. Lo spessore e il peso della carta Arena Ivory da 140 grammi funge da supporto eccellente, oltre che rendere l’oggetto libro piacevole al tatto.

Ad accompagnare Magnus nell’ultimo periodo, quello vissuto in ritiro, presso l’albergo Gallo a Castel del Rio, sulle colline di Imola, c’è stato l’amico fidato Franco Bonvicini (Bonvi). Di lui c’è un bel ritratto sul retro del volume, su sfondo rosso, mentre si staglia in copertina, su sfondo blu, il baffo avventuriero e impertinente (alla salgari) di un Raviola ancora capellone – dopo il 1975 userà raparsi il capo, sfoggiando però sempre un folto baffo. Franco, che stava recandosi dall’amico Red Ronnie per vendere alcuni suoi disegni il cui ricavato sarebbe servito a garantire le cure a Roberto, venne investito da un pirata della strada a Bologna nella notte fra il 9 e il 10 dicembre 1995, perdendo la vita.

Dunque, come si diventa uno che fa fumetti?
Stando a quanto l’autore riporta, Roberto Raviola ha trovato l’amore per il disegno tra le macerie della seconda guerra mondiale. È stato poi l’incontro con Luciano Secchi (Max Bunker) che ha segnato la sua nascita artistica attraverso il fumetto, favorendo poi il suo percorso individuale e la sua crescita personale. Un periodo fertile che, nonostante la censura e la mancanza di un riconoscimento di diritto d’autore per i disegnatori (che allora non c’era), ha permesso però lo sviluppo nel concreto di questa arte. Uno spirito di rivoluzione comune animava gli ambienti culturali degli anni Sessanta e non solo. Probabilmente il fermento di quel periodo è dovuto a una serie di fattori irripetibili e fra le righe di certa letteratura italiana, cinema e fumetti si possono leggere tratti comuni, operanti a livelli di significato diversi, ma tutti interconnessi. Il gusto per il meraviglioso e il fiabesco, l’abbandono di rigide linee guida prestabilite, l’avventura, la seduzione. Come Toffolo fa ricordare a Magnus, fra le pagine in chiusura, lui e Bunker giocavano sul filo della censura, appesi alle mutandine di Satanik. «Il fumetto marcia sulle vie dell’avanguardia, della proposta innovativa», come ha saputo sottolineare Umberto Eco gettando un ponte fra l’arte “colta” e le esigenze del pubblico. Nella contemporaneità il fumetto è una presenza fondamentale che sa dialogare con le numerose proposte editoriali, creando strade alternative di indagine e racconto. Come Rubare un Magnus è un ritorno alle origini, un furto poetico d’ispirazione: si sa che «i buoni artisti copiano, i grandi artisti rubano» – soleva ripetere Picasso – ma è anche un modo per restituire agli altri, e agli artisti di domani un’eredità che si può ancora cogliere e rievocare. Come lo stesso Davide Toffolo riconosce, sta proprio nella sua riproducibilità, nella sua molteplicità l’essenza dell’opera d’arte: gli albi, i fumetti i libri… Un concetto in fondo presente fin dall’antichità classica, dove già si creavano delle repliche e si proponevano strutture modulari per le sculture. Rubare dunque, con animo gentile, coltivando una disposizione particolare per preparasi alla restituzione, con umiltà. Forse è qui che possiamo trovare qualche indizio per rispondere alla nostra domanda, in questo rubare che si trasforma nella generosità di dare.

Magnus

Toffolo è diventato fumettista evidentemente anche per l’ammirazione verso Magnus e scrive che bisogna «credere alle storie» – in particolare a quelle su carta aggiungo io -, anche se queste hanno perso, in parte, il valore economico di un tempo. Negli anni Sessanta il desiderio era di riuscire a trasformare dei fogli bianchi in denaro contante e questo all’epoca sembrava effettivamente possibile. Oggi è pur vero che si assiste ad un proliferare diffuso di pubblicazioni, che non coincide però con un aumento di vendite. Il mercato, anzi, offre meno possibilità e deve confrontarsi con uno scenario completamente diverso. Sia Toffolo che la curatrice Paola Bristot nel fumetto parlano di un valore del lavoro che non è misurabile solo sul piano del risultato economico. Inevitabilmente la realizzazione personale passa attraverso il riconoscimento economico e sociale del proprio lavoro in uno stretto connubio in cui è difficile stabilire cosa venga prima e cosa dopo. È nato prima il lavoro, l’arte o prima il denaro? Ciò che rimane e che rappresenta una costante sono proprio le storie e per questo sembra valga la pena crederci. Se non altro il cosiddetto capitale umano è sempre un fattore imprescindibile nell’arte, e anzi sono proprio le relazioni umane a favorirne il pieno sviluppo. Dietro ogni artista una storia, dietro ogni sua opera una storia e così via, in un intreccio inestricabile. Sono proprio le storie a reggere il mondo allora, e valorizzarle aiuta a reggere il mondo. Cosa oggi più che mai necessaria: adoperarsi insieme per reggere il mondo. Ma questa, come si dice, è un’altra storia. 

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