06.11.2026

Elogio dei libri ben fatti

Un racconto inedito di Stefan Zweig come esempio dell’arte di fare i libri

Un paio di settimane fa mi è arrivato in casa un libro ammirevole. Edito da Palingenia, tradotto e curato da Raoul Precht, contiene un racconto di Stefan Zweig, pubblicato in italiano per la prima volta: Un debito pagato in ritardo e altri testi di cui dopo dirò. Nonostante sia un libro di 170 pagine, quando lo si prende in mano, a soppesarlo, se ne percepisce la solidità e un elegante rigore. La medesima impressione ebbi, lo scorso anno, quando acquistai Un libro che divorerei ovvero la scelta di giudizi editoriali stilati da Giuseppe Pontiggia per Mondadori e Adelphi, a cura di Daniela Marceschi. «Ho tra le mani “un Libro“», mi dissi allora, e mi ripeto oggi. Dunque Palingenia, diretta da Giancarlo Maggiuli (lunga esperienza in Adelphi), fa bei libri e la cura che mette nel produrli predispone alla lettura. Poco importa che i prezzi non siano economici, la spesa è tutta giustificata e si vorrebbe acquistare tutte le nuove uscite per dedicare uno scaffale a queste piccole meraviglie editoriali.

Saldato il debito con l’oggetto, passo a considerare la sostanza. S’è detto che viene presentato un racconto degli ultimi anni di vita di Zweig, inedito in Italia, e che prelude all’ultima estrema e notevolissima produzione dello scrittore ebreo-austriaco: La novella degli scacchi e Il mondo di ieri e che sembra riecheggiare almeno un’altra novella esemplare: Lettera da una sconosciuta, di cui il racconto potrebbe essere una variazione sul medesimo tema: che accade di noi quando il passato torna improvvisamente a presentarsi. Perché abbiamo dimenticato le passioni? Siamo più capaci di riconoscere gli amori di gioventù o il tempo trascorso ha annichilito i sentimenti? O chi è davvero cambiato per non riconoscere l’oggetto della passione o dell’ammirazione d’un tempo? Non sarà che siamo cambiati noi e non riusciamo a distinguere più il mondo che ci circonda e quanto di quel mondo proviene da un tempo passato? Se proviamo a leggere con questo spirito l’ultima produzione di Zweig noteremo che, come accade nello splendido ritratto di Vienna che l’autore fa nel Mondo di ieri, il testo ruota attorno a questi cambiamenti che cancellano il ricordo o lo vanificano perché veniamo a trovarci possessori di un passato fittizio che neppure si riconosce quando ci compare davanti agli occhi qualche frammento dimenticato. È quel che accade a Margaret, l’autrice della lettera all’amica Ellen quando racconta dell’incontro coll’attore Peter Sturz, un tempo principe dei palcoscenici e seduttore ormai ridotto a una specie di mendicante degno solo del dileggio dei valligiani del Tirolo.

Veniamo al terzo vertice di questo triangolo letterario. Dopo editore e autore è il momento del traduttore e curatore Raoul Precht. Da allora in molte occasioni ho avuto modo di lavorare con lui o di suggerirgli avventure editoriali come la traduzione di un racconto di Kafka, Il digiunatore (Nutrimenti) a cui volevo affiancasse un racconto sugli ultimi mesi di vita dello scrittore praghese e uno studio storico dei cosiddetti «digiunatori», fenomeni da baraccone la cui arte consisteva nel non mangiare o bere per giorni, davanti a un pubblico che doveva stupirsi di riuscire a non trovare il trucco (perché il trucco c’era ma non facile da scoprire). Quel libretto – Kafka e il digiunatore – mi sembra potrebbe fare il paio con questo. Anzi, mi permetto di suggerire a Precht e a Palingenia di prenderne in considerazione una nuova edizione. Qui Precht, molto intelligentemente, fa del mondo teatrale vicino a Zweig la cornice del racconto. In appendice ha tradotto quattro articoli su importanti attori di teatro austriaci, contestualizzando il racconto e mostrando almeno uno spiraglio di quel mondo che noi conosciamo grazie ad altri scrittori del secolo scorso: il Mephisto di Klaus Mann e, più vicino a noi, il Minetti e A colpi d’ascia di Thomas Bernhard.

Il primo testo, La voce. In memoria di Joseph Kainz risale all’inverno del 1910, poche settimane dopo la morte dell’attore, considerata la voce più seducente del teatro tedesco. Zweig cita due 78 giri dove Kainz interpreta un brano di Goethe e il monologo di Amleto che stordiscono il narratore con quella sorta di allucinazione auditiva che è ascoltare la voce di un morto quasi che provenisse dall’oltretomba. Per curiosità mia, sono andato su YouTube e digitando «Kainz Hamlet» appare proprio la registrazione del monologo, gracchiante, annebbiata dal tempo e dalla lontananza. Se il lettore di questo articolo vuole togliersi lo sfizio, potrà valutare i meriti dell’attore e se Zweig avesse ragione nel celebrarlo.

Kainz collaborò brevemente con Zweig, facendo letture di poesie di Verhaeren, tradotte dallo scrittore e avrebbe dovuto mettere in scena un suo testo, se la morte non lo avesse colto all’improvviso. Gli altri testi celebrano Alexander Moissi, che Zweig considerava alla stregua di Kainz in alcuni momenti della sua vita, dai successi in palcoscenico all’elogio funebre.

A questi testi segue un’interessantissima postfazione del traduttore incentrata sul teatro che Zweig produsse e soprattutto visse e ammirò e che è preceduta dalla riproduzione di un curioso dipinto di Gustav Klimt, che raffigura il Burgtheater e il pubblico che lo frequentava.

Auditorium of the old Burgtheater, 1888, Gustav Klimt

Sempre tornando al Mondo di ieri, c’è una pagina, bellissima, in cui Zweig descrive la chiusura del Burgtheater, che fu letteralmente cannibalizzato dagli abbonati dopo l’ultima rappresentazione:

«Tutta la società viennese si era radunata con solenne commozione tra quelle mura come a un funerale, e appena calato il sipario tutti si lanciarono sulla scena per portarsi a casa quelle reliquie, almeno una scheggia delle tavole su cui avevano agito i diletti artisti, così che innumerevoli case borghesi ancor dopo decenni serbavano quei frammenti in una preziosa cassetta, come nelle chiese si conservano le schegge del Crocifisso.»

Ultime considerazioni. Nella postfazione, il curatore c’informa che il testo ebbe una trasposizione cinematografica nel 1989 in Germania con Kristiane Hörbiger che fa parte di una famiglia di attori che hanno spesso messo in scena Zweig, e una versione teatrale nel 2004 in Francia, con Magali Noël – la felliniana Gradisca di Amarcord – come protagonista; informazioni che appagano la curiosità del lettore perché è questo che deve fare la lettura: suscitare nuove curiosità. E infatti, il recensore aspetta, con curiosità, nuove joint venture tra editore e curatore. A proposito del fare libri ben fatti.


Immagine di copertina: Stefan Zweig a Ossining, New York, 1941 © ULLSTEIN BILD / GETTY

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