Raffaella Silvestri, scrittrice milanese, ha vissuto a Helsinki e Londra. Nel 2014 ha esordito con La distanza da Helsinki, Bompiani, cui è seguito La fragilità delle certezze (Garzanti, 2017).
Il suo nuovo romanzo è La persona peggiore. È in libreria da qualche settimana, lo pubblica Mondadori e racconta di una donna che, credo io, non è la persona peggiore (del mondo, che possiate incontrare e via ancora). La Raffaella della storia è, piuttosto, una donna di grandi complessità ma che da queste pare fuggire. Ed è proprio da una fuga che prende le mosse il romanzo: sebbene abbia appena sposato un uomo eccezionale, l’uomo che ama, Raffaella decide di andarsene. Da lui, dalla vita che pian piano stanno costruendo. Destinazione: Bali. Andata senza ritorno. Il punto è, sembra, che la felicità che ha messo su in Italia si è trasformata in una cella. Una prigione. Dorata, sì. Ma comunque. E ha bisogno d’altro. In Indonesia, quindi, incontra una popolazione senza Paese: gente da tutto il mondo, anime che una pace non riescono a trovarla; proprio come lei. E si lascia andare a questa vita. Una vita che oscilla tra ricerca spirituale, avventura erotica e messa in scena. Tra orge, notti insonni e yoga.
Con una scrittura brillante e un umorismo che non risparmia nessuno, tenendosi lontana da qualsiasi forma di narrazione consolatoria sull’amore e l’auto-realizzazione, Silvestri scrive un romanzo intelligente, sfacciato, libero e liberatorio. Un romanzo che sa essere divertente senza smettere di far male.
Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Silvestri, questa che le faccio è una domanda che non pongo mai; la odio, devo ammettere. Ma glielo chiedo comunque: quanto c’è di vero?
Io trovo la letteratura autobiografica e l’autofiction molto interessanti, lo dico da scrittrice e da lettrice. Credo possa dire tanto di noi, della nostra esperienza del mondo, sia sul piano politico e sia su quello intimo.
Non mi ha risposto, però.
[Ride, ndr.] C’è tanto di vero, mettiamola così.
Tanto di vero.
È quasi tutto vero, okay. Ho cambiato i tempismi di certi eventi, luoghi, nomi. Ma c’è un sostrato di realtà, che riposa sotto l’intera storia, per cui, in effetti, non c’è una scena che non sia vera.
Entriamoci un po’, allora, in questo romanzo. Uno dei suoi fuochi, credo, è la fuga. Da cosa fugge la Raffaella del libro – quindi lei, suppongo?
Be’, sì. Fugge costantemente, da sempre. Nel romanzo Raffaella fugge perché è in crisi, ma è una semplificazione narrativa; mi serviva raccontarla così per ragioni romanzesche.
Nella vita ciascuno attraversa tante crisi, in fondo.
Sì, è parte della ricorsività dell’esistenza, soprattutto femminile. Tanti dicono che di crisi, sostanzialmente, se ne attraversi una soltanto. Quella di mezz’età. A meno che non ci succeda qualcosa; una separazione dolorosa, un lutto, cose simili. Ma io credo che, al di là dei grandi eventi, di crisi ne passiamo diverse.
Pensa che le donne ne attraversino di più, di periodi di crisi?
L’identità femminile è più soggetta a frazionamenti, fratture, crisi di identità. Questo perché dopo così tanti anni trascorsi incastrate nel solo, unico modello possibile per la donna, oggi di modelli obbligatori non ce ne sono più. Naturalmente, lo dico con soddisfazione, da femminista. Ma, per certi aspetti, non ci aiuta perché, nonostante tutto, siamo molto isolate nel contesto sociale che abitiamo. Abbiamo un po’ perso la pratica comune, siamo più dedite all’individualismo. Questo porta a un risultato preciso: ci mancano dei punti fermi, delle ancore.
Lei scrive: «Si sono ritrovati liberi e si sono persi». In quel passaggio del romanzo non si riferiva alle donne, ma a lavoratori e lavoratrici che dopo tanto tempo lasciano il proprio lavoro. Però mi sembra calzi.
È esattamente così. Non ci avevo pensato, che quella frase potesse essere pure applicata alle donne. In effetti, nel romanzo mi riferisco a questa categoria di persone che chiudono enormi capitoli della loro vita (lasciano famiglie e posti e impieghi, carriere intere) per viaggiare in cerca di loro stessi. Ma sì, è così.

Tornando alla fuga, ma parlando di lei, Silvestri. È un istinto che, dentro, sente ancora vivo o ormai è sopito?
È vivo. Ciascuno di noi ha in sé dei meccanismi mentali, psicologici e si tratta di lati di noi stessi con cui dobbiamo avere a che fare sempre. In certi periodi di più, in altri di meno. Ma possiamo modificarci fino a un certo punto, credo. Una frase che sento molto mia: «Non sono mai così felice come quando lascio i posti». Quando mi sottraggo io sto bene. È un po’ come spegnere il telefono.
Perdoni la mia stupidaggine. Ma che piacere prova nel sottrarsi?
La parola piacere è azzeccata, in realtà. È un sollievo, ecco.
Bene. Sollievo da?
Parecchie cose. Di fatto, provo una grande fatica a stare in mezzo alle persone. E questo non significa che tra la gente io stia sempre male, assolutamente no. Significa solo che quando sono sola mi sento più libera. Non devo funzionare, mi passi il termine, secondo le regole di altri.
Ricorda la sua prima fuga?
Be’, potrà suonare radical chic; ma non lo sono e ci tengo a sottolinearlo. Però è stata a Londra. A Londra per studiare inglese. Avevo tredici anni.
Non esattamente una fuga. Più un viaggio organizzato. Mi aspettavo qualcosa di più scomposto, tutto considerato.
La parte scomposta è cominciata lì, poi.
Che intende dire?
Che mi sono infilata in situazioni poco consone. Poco adatte a una ragazzina. Anche pericolose, direi.
Me ne vuole raccontare una?
Le lascio la curiosità.
A ogni modo, ribadisco: mi sembra qualcosa di molto composto.
Sa perché? La vicenda non la colpisce perché le ragazzine hanno un raggio di azione piuttosto limitato. Dobbiamo essere brave, attente e giudiziose, gentili e sagge. Le nostre fughe, per forza di cose, per i maschi sono cose basilari. È, come sempre, una lotta per le libertà. Però le libertà si conquistano pian piano.
Sono d’accordo con lei. È per questo, quindi, che pure la stessa Raffaella, del romanzo, non mi è parsa così infima, di certo non la persona peggiore.
Non è una persona cattiva, Raffaella. È una persona che insegue i suoi desideri e che lo fa, come si direbbe, con un certo egoismo. Senza troppo curarsi delle emozioni e dei sentimenti degli altri. E mentre agli uomini questo non è solo concesso, è proprio dovuto, alle donne no.
E allora chi è la persona peggiore?
La persona peggiore è una donna libera.

Prima ha detto che le libertà si conquistano pian piano.
Raffaella lotta da tutta la vita per essere una donna libera. Sotto tutti i punti di vista. Lotta costantemente. Insegue sempre qualcosa.
Insegue i suoi desideri.
Sì, e credo che al piacere lei preferisca il desiderio.
Sì, è parso anche a me. Tant’è che a un certo punto mi sono chiesto se, in realtà, la sua non sia una lotta fine a sé stessa. O meglio, se ciò che le piace davvero non sia la lotta in sé, in effetti.
Temo lei abbia ragione. Raffaella non sa stare nel benessere, non sa stare bene, non sa stare. E crede che la vitalità sia una costante battaglia.
Nonostante tutto, però, nonostante tutto quel che ci siamo detti finora, lei sposa Thomas. Il principe azzurro. L’uomo perfetto.
È un po’ l’uomo perfetto, lui. Sì.
E subito l’abbandona, e parte per Bali. Mi sono chiesto, perché è qualcosa che temo d’aver fatto, e dunque le chiedo: la perfezione delle persone che amiamo può farci desiderare, a noi che ci consideriamo persone con tante storture dentro, di farle soffrire?
Oddio, sì. Ho paura di sì. In realtà, la porrei diversamente. La perfezione delle persone, la loro virtù, la rettitudine, mi fa desiderare di scappare.
Silvestri, pensa a una cosa soltanto, però.
Be’, almeno io lo conosco bene, il mio coltello.
Touché.
Lei quindi desidera far soffrire le persone che ama e che considera virtuose?
Non più. Almeno, non credo di farlo più. Ma è capitato. È capitato volessi tirar fuori il cattivo dal buono, così da far schifo insieme.
[Ride; ndr] Non una bella compagnia.
Meglio fermarci qui. La mia ultima domanda: cosa c’è dopo la fuga?
C’è il ritorno. Nonostante tutto, dopo la fuga c’è il ritorno.