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Idee per una scuola arcobaleno. Intervista a Valeria Roberti e Giulia Selmi



Una scuola arcobaleno. Dati e strumenti contro l’omofobia in classe è un libretto operativo rivolto a insegnanti e a chi lavora nel mondo dell’educazione. La sua storia è molto particolare: Monica Martinelli, editrice di Settenove, ha fortemente voluto un libro che raccontasse i dati raccolti in una ricerca che è nata da situazioni reali e pratiche di attivismo. Entrambe le autrici hanno infatti alle spalle anni di impegno in questo campo: Valeria Roberti è attivista LGBTQI+ e facilitatrice del Centro Risorse LGBTI mentre Giulia Selmi lavora nel dipartimento di Scienze umane dell’Università di Verona, è socia fondatrice del Progetto Alice e vicepresidente dell’associazione Educare alle Differenze.

scuola arcobaleno

Grazie al progetto Be proud, speak out, realizzato dalle associazioni che le attiviste abitano, nel 2017, a seguito di un coinvolgimento di un network statunitense per la promozione dell’educazione inclusiva, si è creata la possibilità di somministrare un questionario sullo stato di benessere – o malessere – alla popolazione LGBT+ nelle scuole. I risultati raccolti hanno portato le autrici a interrogarsi su come agire e contrastare il fatto che il mondo adulto spesso sembri incapace di «accogliere, nominare e comprendere» le esperienze di studenti.

Così è nato Una scuola arcobaleno, un testo che si offre come bussola «per navigare nel complesso mondo delle identità e delle sessualità con consapevolezza e con un linguaggio delle pratiche didattiche inclusive». Un libro prezioso per chi opera in contesti educativi ed è in cerca di uno strumento di accrescimento sul piano teorico, di un’analisi di dati su un fenomeno troppo spesso minimizzato e soprattutto di consigli pratici su come realizzare uno spazio scolastico inclusivo per davvero. Noi di Limina abbiamo scelto di parlarne con le autrici e approfondire con loro i punti salienti di Una scuola arcobaleno.

«Succede periodicamente in Italia che le iniziative educative su tematiche legate al genere o alla sessualità vengano fatte oggetto di un discorso pubblico morboso e ammiccante teso a suscitare reazioni scandalizzate verso la scuola che “invece di insegnare a leggere, scrivere e fare di conto” esporrebbe i giovani a contenuti ritenuti fuorvianti “ispirati alla teoria gender”.»

Perché fornire un vocabolario di base a docenti e persone che svolgono un ruolo educativo è determinante e fondamentale per creare uno spazio inclusivo? E, facendo volontariamente l’avvocato del diavolo, come superare le resistenze di chi magari, davanti alla sigla, ironizza sulla sfilza di lettere, accompagnando una considerazione sulla non necessità di dover etichettare tutto?
Le soggettività LGBTQI+ vivono in tutti gli ambienti sociali: nelle classi, nelle scuole, nei posti di lavoro più diversi ed è solo nominandole che acquisiscono visibilità e comprensione. Inoltre le giovani generazioni sono sempre più in grado di nominarsi e riconoscersi anche in termini che fino a pochi anni fa non si sentivano quasi: Gender Queer, Non Binary, Asessuale, Pansessuale… sono tutte parole che, anche grazie ai media, le persone adolescenti sentono, apprendono e, in alcuni casi, usano per rispondere alla domanda: “chi sono?” Questo processo di autoriconoscimento è fondamentale e crediamo che le figure educative debbano essere in grado di accogliere e comprendere le identità che hanno di fronte ogni volta che entrano in classe. Certo, le lettere della sigla sono tante, in verità sarebbero ancora di più (in alcuni contesti si usa LGBTTQIAA+), perché le persone sono diverse e la necessità di permettere alla propria specificità di esistere è vitale, a maggior ragione in un’età di formazione e scoperta di sé. Sarebbe più semplice se non fosse necessario fare coming out (ovvero svelare la propria identità quando è diversa dall’eterosessuale cisgender) ma poiché è molto comune che si dia per scontato che le persone siano eterossessuali e cisgender, cioè che rispondano a un concetto eteronormativo della società, è ancora necessario fare coming out e quindi è necessario dare la possibilità a chiunque di definire la sua identità “diversa dalla norma”.

«L’eteronormatività è la concezione che al mondo esistano solo due categorie di persone, gli uomini e le donne, che essi ricoprano ruoli naturali e gerarchicamente complementari e che le relazioni sessuali debbano avvenire solo tra persone di sesso opposto.» 

Secondo lo studio riportato in Una scuola arcobaleno, in che modo questa mentalità affligge ed è fonte di stress e malessere nei contesti scolastici? Come pensare una classe non-eteronormata?
Come dicevamo prima l’eteronormatività influenza e condiziona profondamente la possibilità di esprimersi degli individui: da un lato non dà spazio a tutte le differenze di esistere senza bisogno di esporsi, dall’altro sanziona tutte le differenze perché non aderenti alla norma. È una morsa nella quale, troppo spesso, le identità LGBTQI+ (ma non solo) rimangono schiacciate e soffrono senza quasi comprenderne il motivo, visto che l’eteronormatività è una concezione nella quale veniamo immerse sin dalla nascita, da quanto è diffusa e sottesa in tanti gesti, in tante frasi. Infatti, per tornare all’ambiente educativo, lo stress che giovani LGBTQI+ soffrono è legato anche a comportamenti discriminatori basati su stereotipi di genere e ruoli di genere non rispettati: più della metà (60,6%) dei rispondenti della ricerca dichiara di aver sentito commenti relativi al non essere abbastanza “maschile” e una percentuale simile (51,2%) commenti relativi al non essere abbastanza “femminile”. 
Questi due dati ci dicono che non è necessario essere LGBTQI+ per venire derisi, basta “sembrarlo”, ovvero non aderire agli stereotipi di genere comunemente diffusi. Come intervenire su questo fronte? Sicuramente non fare commenti come «Corri come un uomo!», «Atteggiati in maniera più aggraziata», «Non fare la femminuccia» e simili è un buon punto di partenza. Non dare per scontate le relazioni di coppia: quante volte vedendo due persone in classe molto unite si tende a dire «Luca, non avrai mica una cotta per Francesca?». Anche questa è eteronormatività!
Provando a dirla in un altro modo, una classe non-eteronormata è un ambiente che ascolta, riconosce e rispetta le differenze e i diversi modi di esprimerla senza battute, senza doppi sensi, senza offese (anche se involontarie).

scuola arcobaleno

Uno dei temi più attuali di Una scuola arcobaleno è quello dell’omolesbobitransfobia, per via dell’iter del vituperato Ddl Zan: perché è determinante distinguerla dagli altri tipi di bullismo? Oltre al contrasto alla violenza omofoba, questa legge cosa avrebbe permesso di fare a scuola?
Chi subisce episodi di omobilesbotransfobia raramente riesce a parlarne con adulti (che siano genitori, insegnanti o altro personale scolastico) per due motivi: il primo è che fare coming out non è una passeggiata, per i motivi che abbiamo detto poco fa; il secondo è che molto spesso i regolamenti scolastici antibullismo non nominano nemmeno l’orientamento sessuale o l’identità di genere come possibili cause di “discriminazione”: come si può agire a supporto delle vittime se il motivo del bullismo subito non viene nemmeno menzionato? Inoltre coloro che hanno fatto ricorso alle figure adulte per risolvere un caso di bullismo omotransfobico ci raccontano che raramente questo ha portato a delle conseguenze positive nel proprio contesto. Questo è nello specifico del contesto scolastico. Ma è un ragionamento che potremmo aprire a tutti i contesti di vita (la famiglia, il gruppo sportivo, il lavoro) e in questo la legge Zan sarebbe stato un primo fondamentale passo per tutelare le soggettività LGBTQI+ da episodi di discriminazione in ogni contesto della vita se motivati da omobilesbotransfobia.
Vederne il percorso interrotto ci spinge a lavorare ancora di più sulla formazione e sulla sensibilizzazione sia all’interno delle scuole, per creare un ambiente accogliente, sia presso tutti quegli enti che sono di riferimento per la cittadinanza in modo che ciò che la legge non può fare (ovvero tutelare) almeno lo facciano le figure di riferimento.

Un altro dei nodi centrali del libro è quello del linguaggio: quali sono i risultati dei dati che avete raccolto, relativi al linguaggio offensivo o all’uso ironico o discriminatorio di alcuni termini?
Il linguaggio comune è pervaso da frasi che possono essere offensive, come emerso dalla domanda precedente. Certo è che da un lato ci sono i commenti apparentemente inoffensivi che sanzionano i comportamenti non aderenti agli stereotipi di genere, sui quali basta acquisire consapevolezza per eliminarli. Dall’altro lato ci sono i commenti dispregiativi: gay, frocio, lesbica, ricchione sono parole ancora molto usate per denigrare una persona. Ma non è tutto qui. Questi termini sono pronunciati sia da studenti che da docenti e questo è un aspetto che deve preoccuparci e sul quale è fondamentale agire. Perché se la parola “frocio” detta da un ragazzo a un compagno è grave, la stessa parola detta da un docente a un altro docente o addirittura a uno studente è pericolosa: apre la possibilità all’uso di termini denigratori senza che vengano sanzionati, ripresi e questa è la base per creare un ambiente sempre più ostile.

scuola arcobaleno

Infine, uno dei miei capitoli preferiti di Una scuola arcobaleno è quello dedicato ad “allargare gli immaginari”: sappiamo che spesso, nei programmi scolastici, il sapere trasmesso esclude le persone LGBTQI+ e ignora l’importanza della loro rappresentazione. Cosa consigliate di portare a scuola, come cassetta degli attrezzi per costruire una classe inclusiva?
Potrebbero essere mille gli stimoli su questo tema! Sicuramente uno dei punti che consigliamo di più è di informarsi, di mettersi in gioco, di leggere libri o seguire una serie tv con personaggi LGBTQI+ giovani e giovanissimi: le produzioni televisive degli ultimi anni hanno dato una spinta fortissima a una rappresentatività sempre più ampia e inclusiva di tutte le lettere della sigla LGBTQI+ e questo non può che essere positivo. 
Si può anche sfruttare un qualche prodotto culturale giovanile per aprire un momento di confronto in classe, senza costringere nessuno al coming out, ad esempio. Oltre a questo però pensiamo che uno dei punti focali sia iniziare a inserire le tematiche LGBTQI+ nelle lezioni: si può partire approfondendo la vita di un autore o una scienziata, creando momenti di studio su determinati periodi storici, movimenti sociali, avvenimenti rilevanti. Il primo passo è quello di non aver paura a usare le parole in maniera chiara e corretta, tutto il resto viene da sé!






Scene tratte dai film The Half of it, Alice Wu, 2020 e Call Me By Your Name, Luca Guadagnino, 2017 
e dalla serie TV Sex Education, Laurie Nunn, Kate Herron, Ben Taylor, 2019-in produzione

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