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Tutti fuori. Del fare scuola senza scuola

Alle 7.45 tolgo la suoneria al cellulare per non svegliare mia figlia: i ragazzi in chat mi chiedono se sono già collegato. Rispondo di aspettare, chiedo loro se posso farmi un caffè, mi rispondono di no e quindi, disubbidendo, mi preparo la macchinetta, prendo le cuffie e gli ricordo che la lezione comincia alle 8.00.
Quando apro WebEx ad aspettarmi sono già in una ventina su trentasei, due prime accorpate: N. ha la webcam attiva e oggi ha deciso che deve mostrarmi tutti i gadgets della fiorentina che ha in camera. Osservo la lista e gli chiedo se suo padre è toscano; intanto L. si è collegata e, prima di disattivare il video, mostra a tutti un pigiama con cappuccio e annesse orecchie da maiale. Per amore della connessione, prima ancora che della decenza, chiedo a tutti di spegnere la webcam. Si inizia, e io brancolo nel buio.

Tocca dire che non l’avrei mai creduto e che ricordo bene di aver ironizzato sulla possibilità di fare lezione da casa, io, un insegnante: divertito, scherzavo con gli amici, mi immaginavo dire ai ragazzi che la scuola era lontana, che la mattina faceva freddo e che allora ci si sarebbe visti su internet.
Poi le cose sono andate come sono andate e oggi si parlava della Grand Ethiopian Renaissance Dam (lezione di geografia) in videoconferenza, e i ragazzi integravano le mie slide, fatte nella notte di quarantena appena trascorsa, denunciando tutta la mia approssimazione e cialtroneria. D’altronde si va a scuola per imparare.

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Ecco, senza accorgermene sono arrivato al punto: nel marzo del 2020 non si va a scuola, ma questo lo sapete bene perché è realtà consolidata, e dovrei cercare di dirvi piuttosto che cosa vuol dire non andare a scuola e fare, comunque, scuola. Questo, beninteso, non lo so ancora con certezza e quindi partirei dall’unico punto fermo: i ragazzi.
I ragazzi ci sono, tra tutte le difficoltà del caso: oggi due assenti su trentasei. Cosa mi dice questa proporzione? Della loro responsabilità o del loro interesse? Direi, piuttosto, della loro vitalità e della necessità di essere partecipi, di essere chiamati in causa. Ed ecco una delle poche cose di cui sono sicuro: non serve che qualcuno lo faccia, i ragazzi si chiamano in causa da soli.
I ragazzi si chiamano in causa da soli, lo ripeto, mentre quello che invece è meno ovvio è che chiamano in causa noi: ci mettono alle strette e ci chiedono di quella rassicurazione di prossimità che avremmo dovuto aver avanzato già il primo giorno di scuola. La promessa, però, si infrange immediatamente quando cerca di farsi largo nell’hotspot che fornisce la rete al mio computer. Quella promessa era stata fatta sulla base di uno sguardo e di una mano poggiata sulla spalla, era cresciuta mentre mi inginocchiavo per poterli guardare da pari, negli occhi, e s’era fatta matura quando mi toccava abbracciarli per consolare un pianto. Sto diventando patetico? Ben venga se è lo scotto da pagare per convincervi che non c’è scuola fuori dalla fisicità della scuola.

A scuola il corpo dei ragazzi riempie uno spazio e in quello spazio si interseca la mia voce, il mio sguardo, il mio camminare tra i banchi. Non posso dirvi che sia ininfluente perché sarebbe una menzogna ed il punto è tutto qui: si fa scuola perché si è presenti e perché la relazione non esiste senza corpo. Quel gruppo che stavamo costruendo era un tutti dentro, un organismo vivo che stava imparando ad inglobare, fagocitare, assimilare, integrare in sé; un organismo che lo spazio fisico lo abitava, concretamente e senza velleità poetica. Questa quarantena è stata invece una crepa che, chiudendo di fatto tutti gli spazi pubblici, ha spaccato a metà un corpo che dovrà, prima o poi, imparare a rimarginare le ferite. Questa quarantena ha esposto i miei ragazzi, imprevedibilmente e ineluttabilmente, a un tutti fuori, ovvero alla fisica disintegrazione di un corpo che da individuale si stava facendo collettivo, che si stava facendo comunità, e che stava imparando a stare dentro il tempo, quello concreto della relazione e del coesistere insieme. Oggi il tutti fuori ha instillato un germe di assenza che è, questo l’ho imparato, l’esatto contrario della scuola.

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Quando nel 1954 Don Lorenzo Milani viene mandato a Barbiana, ciò che trova nella valle del Mugello è un’assenza: assenza di scuola quindi assenza dello Stato quindi assenza della nostra Costituzione. Se alla mattina, con l’appello, chiediamo ai ragazzi di certificare la loro presenza è forse questa la più profonda ragione: sappiamo che il loro esserci, fisicamente, è fondamento del luogo che abitiamo come professori.
Se il luogo scuola è contrasto e annichilimento dell’assenza (soprattutto nelle aree più svantaggiate del nostro paese) allora la presenza fisica degli alunni è indispensabile per la loro soggettivizzazione: chi sei, qual è il tuo nome, che parola hai in bocca da dire e che volto porti. Ecco, da questo non si prescinde, perché la scuola è per forza di cose un tutti dentro, la forma più ineluttabile di definizione del cittadino. E non esiste cittadino virtuale, senza un corpo che possa intessere relazioni.

N., intanto, mi dice che deve uscire, si scusa e si sconnette. Immagino che abbia uno tra quella serie di impegni che i decreti definiscono come eccezionali e necessari; dieci minuti dopo si ricollega e mi dice che sta usando il cellulare della madre mentre cammina. Ora sto spiegando il Sogno ingannatore che visita Agamennone nella notte e nessun compagno si stupisce che N. sia rientrata: io, invece, per un attimo tentenno.
Tentenno altre volte, durante la lezione, specialmente quando qualcuno parla e non riesco a riconoscerlo dalla voce: il non avere volto si associa inevitabilmente al non dare volto e sento di tradire la mia professionalità di insegnante.
La scuola, insomma, si fa a distanza e passa per i software e le suite di Google: in tutto questo io ho perso il viso dei miei ragazzi, e i loro fisici, la loro reale presenza, lo spazio che occupano. Le loro voci prendono il volume del pensiero e, alla fine, mi tocca accontentarmi e ascoltarli, e dirgli, e scrivergli, e credere che da qualche parte occupino ancora uno spazio e un tempo che, però, non è più il mio, che non è più il nostro.

A., in un’altra lezione che poteva essere ieri o la settimana scorsa, mi accoglie mostrandomi in webcam una grande faccia disegnata su una lavagna bianca: sono io questo, dice, indicando un volto da folle, dei capelli scarmigliati e degli anacronistici baffi subito sotto il naso. Ancora, come prima, brancolo nel buio.

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