Search
Close this search box.

Grazie dei fiori (non quelli sparpagliati). Sanremo, il festival delle normalità



Il Festival di Sanremo si sta trasformando sotto i nostri occhi. L’evento più atteso della musica italiana, negli ultimi anni, ha intrapreso un percorso di estrema modernizzazione, cercando di abbracciare al meglio delle sue capacità la contemporaneità italiana, sfruttandola a suo favore. La kermesse ha finalmente (sempre in ritardo, nel suo stile) preso consapevolezza della sua forza su internet e sui social network, dove viene seguito con grande entusiasmo e commentato minuto per minuto, e ha scelto di farne la sua forza. 

Per questo, ad esempio, il direttore artistico e presentatore Amadeus ha scelto Chiara Ferragni come co-conduttrice per la prima e l’ultima serata. Per questo si fa costante riferimento ai social, a Instagram, ai meme. Per questo, anche la scelta dei cantanti in gara si è piegata alla volontà del pubblico target, costituito dai giovanissimi italianamente intesi (dai 40 in giù). Si spiegano in questa ottica scelte apparentemente in contrasto come Paola e Chiara e gli Articolo 31, un regalo per i millennial, nella stessa competizione insieme a Lazza e a Rosa Chemical, un tentativo di ingraziarsi la Gen Z. Cose poco controllabili e imprevedibili ma diventate un meme enorme come l’abbandono del palco da parte di Bugo, che partecipava con Morgan, nel 2020 e la vittoria nel 2019 di un giovane e pressoché sconosciuto Mahmood su una certezza sanremese, Ultimo, hanno fatto il resto. Adesso, Amadeus, Fiorello e Gianni Morandi vengono catturati in ogni loro espressione e utilizzati come meme e reaction pic, e lo sanno benissimo. Qui sta la chiave del cambiamento del Festival e anche la sua rovina: nella sua presa di consapevolezza sclerotizzata e al contempo controllata -e controllante. 

Gianni Morandi, Amadeus e Chiara Ferragni seduti sui gradini a Sanremo

Insomma, dopo anni di quasi indifferenza, Sanremo è tornato con forza all’attenzione di tutti. Prima considerato un vezzo della Rai, una passione un po’ bislacca, un sonnifero per vecchi, adesso viene discusso, commentato ed esaminato con convinzione e cipiglio non solo sui social ma anche al bar, dal parrucchiere, agli opening delle mostre, nei circoli Arci, negli uffici (con le occhiaie per averlo seguito fino a tardi). La musica, o meglio la sua qualità oggettiva – e questo va chiarito subito per evitare fraintendimenti – non è mai stata la priorità di Sanremo, che da sempre è piuttosto latore e specchio di cambiamenti in atto nel Paese, anche a livello di costume, e che ha lanciato o rovinato personaggi e carriere in maniera arbitraria e un po’ fortuita. Da grandi poteri eccetera eccetera.

Anche in questo processo, velocissimo per gli standard di Sanremo, dopotutto si parla degli ultimi 3/4 anni, qualcosa non va, qualcosa glitcha, qualcosa cozza. Se Sanremo è confezionato per gli italici giovani, perché non si prende la responsabilità di parlare di cose vere e in maniera realmente contemporanea? Perché i messaggi che cerca di mandare (o che dice di voler mandare) rimangono così disperatamente centristi e annacquati? Perché ogni anno c’è almeno un momento di ringraziamento alle forze dell’ordine, e un comico misogino/razzista/classista? I monologhi delle conduttrici non sono mai coraggiosi quanto potrebbero/dovrebbero, e anche i concorrenti venduti come di rottura (Rosa Chemical, Achille Lauro) portano sul palco dell’Ariston canzoni deboli e svuotate. I cosiddetti “messaggi” sono sbandierati con vigore, ma quasi mai vengono poi effettivamente portati avanti con convinzione. 

La risposta è a strati, come le cipolle. In superficie c’è il potere. Malgrado la sua voglia smodata di monetizzare sui giovani e sulla cultura dei meme e dei social network, Sanremo rimane un evento profondamente prestigioso e istituzionale, che ha molti da far contenti, dalla politica in poi. Poi arrivano i soldi: Sanremo deve guadagnare, deve vendere e vendersi, gli sponsor si litigano le edizioni più promettenti. 

Scendendo più a fondo, la kermesse sta rivelando in questa operazione di recupero della contemporaneità una doppia spinta interna, avanti e indietro. Una tensione costante che lo rende a tratti difficile da guardare e che ormai è lontana da quel sentimento simpatico di cronica indietrezza e anzianità dell’anima che lo rendeva inconsapevolmente divertente. Sanremo, trasformandosi, è diventato un enorme sistema di normalizzazione delle anomalie, di trasformazione e masticazione del nuovo in una forma digeribile da parte di tutti, senza offendere nessuno. Il risultato è lo svuotamento del messaggio, che viene in superficie e si trasforma in un’insegna del messaggio, nel suo guscio vuoto ma molto colorato, a ormai diversi gradi di separazione dalla comunicazione intesa inizialmente.

Il risultato è la letterina alla se stessa bambina sugli ostacoli che incontrano le donne di Chiara Ferragni, che non inizia neanche a problematizzare il suo privilegio perché non lo vede e non lo vuole vedere, i monologhi sulla gratitudine che non toccano se non da mille chilometri di distanza la tematica razziale di Paola Egonu, perché altrimenti gli italiani si offendono, e soprattutto gli interventi comici come quelli di Angelo Duro, sul matrimonio e sull’infedeltà coniugale, che vorrebbe essere disturbante e invece è solo noioso (e a tratti misogino, ma dov’è la novità). 

Dall’altra parte, il risultato è anche che adesso, quando qualcosa di inaspettato e percepito come anomalo accade, questo sistema va in tilt, si ripiega immediatamente su se stesso, si trincera nella sua moderazione e nel suo sacro decoro. Eventi che sarebbero stati la sua fortuna memetica fino a due anni fa adesso sono da eliminare. Il festival, sbirro sclerotizzato, accetta solo se può controllare e distruggere. Quando Blanco, ospite e vincitore dell’edizione precedente, durante la sua esibizione inizia a prendere a calci e a rovesciare le fioriere e le rose presenti sul palco perché ha problemi di audio, nessuno sta facendo niente a riguardo anche se lo ha comunicato, e non sa come occupare il suo minuto e mezzo di esibizione, il Festival personificato e figlio del suo pubblico a teatro decide che è un affronto imperdonabile, una maleducazione violenta in quanto non metabolizzabile immediatamente. Il pubblico insorge e Blanco, che lo ha fatto ridendo, viene scacciato a colpi di fischi, Amadeus si dimostra incapace di prendere il timone, il caos avanza. E che sia il momento più vero ed esteticamente appagante di questa edizione poco importa. 

Come un enorme predatore dei mari, un organismo complesso con tre stomaci, il Sanremo contemporaneo accetta solo quello che può piegare, internalizzare, sputare e vendere, rigetta le anomalie e la spontaneità. Un passo avanti e tre indietro.



Immagine in copertina e nel testo: screen dalla prima serata di Sanremo in onda su Rai1

categorie
menu