02.09.2025

Per una politica dell’amicizia femminile

Una riflessione e un'analisi sulla forza emancipatrice dell'amicizia tra donne

«L’amitié féminine ne connaît pas l’équivalent de ces modèles masculins, son histoire est une page presque entièrement blanche»1

Oltre ad essere una pagina pressoché interamente bianca, come ha scritto la storica Anne Vincent-Buffault, l’amicizia femminile ha una rilevante connotazione politica. Da un lato, attiva la socializzazione sgretolando le gerarchie patriarcali e dall’altro crea reti di supporto alternative a quelle delle configurazioni relazionali dominanti. Lontana dall’essere una componente marginale delle nostre vite, ci offre uno specchio di noi stesse che sfugge agli schemi di genere tipici delle relazioni di coppia. Per queste e altre ragioni, l’amicizia è emancipatrice.

L’interesse per le forme alternative di socializzazione nasce dalla constatazione che il capitalismo sta attualmente direzionando, oltre alle dinamiche economiche, anche le relazioni sentimentali, a tal punto da farle diventare strumentali, da misurarle sulla base di indicatori di performance, come opportunità sociali e di networking. Insomma, sono veri e propri mercati dell’esperienza. Il capitalismo emotivo, che è da diversi anni al centro degli studi sociologici di Eva Illouz2, collide con il “sistema” della coppia monogama tradizionale, che non sembra attraversare un momento facile.

Proprio per questo motivo, sembra interessante riflettere sull’amicizia. Si tratta di un tema che è al centro di un ricco dibattito in Francia, segnato dalla pubblicazione di contributi quali le monografie di Alice Raybaud (Nos puissantes amitiés), Camille Toffoli (S’engager en amitié) e di Aline Laurent-Mayard (Post-romantique: Comment moins de romance pourrait sauver l’amour (et la société)) – mentre in Italia attualmente riceve meno attenzione. Nel 2023, Geoffroy de Lagasnerie ha scritto un libro sull’amicizia come “contro-potere”, tradotto in italiano dalla casa editrice L’Orma in Un’aspirazione al fuori. Elogio politico dell’amicizia. Il libro ha suscitato diverse reazioni, in quanto è stato considerato molto critico nei confronti della famiglia tradizionale come istituzione sociale.

Da dove nasce la connotazione emancipatrice dell’amicizia? Per rispondere a questa domanda, vale la pena interrogarsi sulla sua dinamica identitaria. In questo spazio relazionale siamo soggettività non riconducibili ai ruoli tradizionalmente attribuiti alle donne – come compagna, moglie, o fidanzata – e che rispondono a un ordine patriarcale. L’identità non è orientata in modo prioritario verso un progetto di coppia, e non deve corrispondere necessariamente ai ruoli di genere che ne sono associati. Significa che quando ci troviamo a parlare dei nostri desideri, progetti di vita, aspirazioni lavorative con un’amica, siamo nelle condizioni di pensarci oltre a questi ruoli, o di includerli come elementi presenti ma non prioritari. Mettere in secondo piano questi condizionamenti è a tutti gli effetti un atto politico. Un esempio emblematico di cui molte fanno esperienza è la questione della prossimità geografica, un tema che nella coppia tende a configurarsi come aspettativa implicita e vincolante, mentre in un contesto amicale assume una valenza di confronto neutrale.

Per questo motivo, la dinamica di potere nella relazione di amicizia è orizzontale. Non esistono infatti obblighi codificati che conducono a dover privilegiare o prioritizzare comportamenti o scelte di vita per mantenere la relazione di amicizia. Non si vuole qui intendere che tutte le coppie hanno una dinamica di potere verticale, ma non si può nemmeno ignorare l’influenza delle aspettative di ruolo. Le implicazioni politiche di questa orizzontalità si riflettono sia sulla sfera personale che su quella politica, anche se sappiamo quanto queste due siano strettamente connesse. Sul piano sociale, porta a riconsiderare i modelli gerarchici dominanti e valorizzare cooperazione e supporto reciproco. A livello personale, invece, favorisce maggiore autonomia emotiva, dato che nel dialogo amicale è possibile riconoscere e oggettivizzare i condizionamenti di genere, generando consapevolezza critica. L’amicizia femminile, in questo senso, si configura come uno spazio che stimola un ragionamento critico sulle strutture sociali che orientano i nostri percorsi di vita, le scelte delle persone che ci circondano così come i ruoli di potere che ne stanno alla base.

Non a caso l’amicizia fra donne è stata storicamente ostacolata dagli uomini. Nella sua monografia sull’amicizia femminile, Patricia O’Connor (Friendships Between Women: A Critical Review) documenta come la società patriarcale abbia cercato di isolare le donne, limitandone le forme di socializzazione e aumentando la loro dipendenza economica e affettiva dagli uomini3. Questo isolamento sociale, funzionale a un maggiore controllo sulle donne, è il risultato – in parte – della convenzione sociale che imponeva la prioritizzazione dell’istituzione eterosessuale coniugale. Secondo l’autrice, perfino l’immagine popolare della rivalità femminile, che oggi consideriamo come uno stereotipo di genere, è una costruzione maschile volta a delegittimare la solidarietà tra donne. In questa direzione si muove anche Pauline Harmange4, che evidenzia come gli uomini temono la sorellanza, spesso ridicolizzandone le modalità, giudicate come frivole e infantili. Questa ostilità nasce dalle strutture di supporto e affetto che l’amicizia fa nascere, che ribaltano l’asimmetria del potere di genere.

Attraverso quali altre modalità l’amicizia ha una valenza politica? Innanzitutto, permette di fare esperienza di un alleggerimento, una momentanea sospensione del peso esistenziale di quello che Lagasnerie chiama il “cannibalismo del tempo” nella coppia5. Questo spesso produce isolamento sociale, diseguale distribuzione del carico mentale, dinamiche fusionali e di co-dipendenza. Se osserviamo la realtà intorno a noi, vediamo che ancora oggi il carico mentale è spesso sbilanciato, è infatti ancora la donna a trovarsi un lavoro part-time in molti casi, a trasferirsi nella città in cui il compagno ha il lavoro a tempo pieno.

In altre parole, le pressioni di ruolo che gravitano intorno alle donne nelle dinamiche di coppia tendono a perdere centralità nel momento del confronto con l’amica. Nell’amicizia, la vicinanza affettiva può variare nel tempo, adattandosi alle diverse fasi di vita, senza compromettere il legame. In questo modo, la prossimità emotiva assume una forma più fluida e flessibile. Questo offre un dinamismo che non ha pari nella coppia, in cui il cambiamento è spesso percepito come il tradimento del patto iniziale, come ha sottolineato Alice Raybaud6. Anche per questo motivo, ha un raggio di espansione temporale molto più ampio, si estende nel tempo con una durata che raramente appartiene alla relazione di coppia.

Anne Vincent-Buffault ha dedicato una monografia alla storia dell’amicizia (Une histoire de l’amitié), che muove, in parte, dalla consapevolezza che questa forma relazionale è stata percepita storicamente in modo marginale o comunque secondario rispetto alle relazioni amorose e famigliari. Una delle caratteristiche attribuitagli dalla storica è il fatto che non si conforma a una norma, lasciando quindi più spazio alla libertà. Vincent-Buffault esplora anche il pensiero di Hannah Arendt, secondo cui l’amicizia è strettamente connessa all’attività politica e alla resistenza all’oppressione, oltre ad essere uno spazio di dissidenza – attraverso il dialogo. In un bellissimo passo del libro, la storica francese scrive: «Questo legame parte dall’idea che l’attrazione tra gli esseri sia l’inizio di una relazione sociale liberata dalle gerarchie e fondata sul riconoscimento del simile da parte del simile: una sorta di comunità invisibile. È il legame su cui si fonda l’associazione ed è ciò che rende possibile l’emancipazione. È per questo che l’esercizio della relazione d’amicizia fa parte del percorso di emancipazione: il sentimento amicale conduce a liberare gli amici rendendoli consapevoli di sé stessi»7.

Da un punto di vista psicologico, Simone de Beauvoir ha sostenuto che spesso le donne si identificano interamente con la concezione che l’altro ha di loro, a tal punto che questo “essere per gli altri” alimenta servilismo e una sorta di inganno verso se stesse8. Tuttavia, nell’amicizia femminile questo meccanismo si inverte: di fronte all’amica ci riconosciamo nell’immagine che lei ci restituisce di noi, insieme alla sua visione del mondo, e in una prospettiva più ampia, accanto alle visioni identitarie che le amiche confrontano e analizzano quando parlano di scelte e modelli di vita. L’amicizia, quindi, coltiva la soggettività in modo orizzontale ed emancipato.

Il sociologo italiano Francesco Alberoni ha osservato che parlare con un amico ci permette di scoprire chi siamo veramente, perché ci confrontiamo non solo con ciò che siamo, ma anche con ciò che pensiamo di poter essere9. Le amiche, però, non fanno luce solo sulle nostre possibili versioni, ma anche su quello che Natalia Ginzburg ha definito «il pozzo», nel Discorso sulle donne. Si tratta del malessere, il ritrarsi autoriflessivo su se stesse che anticipa forti malinconie, perlopiù sconosciute agli uomini e da cui, secondo Ginzburg, dobbiamo difenderci. Chi più di un’amica quando esclama perplessa «che cosa dici?» e interrompe la direzione dei nostri flussi di pensieri malinconici ci aiuta a rimarginare il pozzo?

L’amicizia maschile, invece, segue modalità relazionali differenti, infatti, come ha scritto Pauline Harmange nel libro Moi les hommes, je les déteste10, il livello di reciprocità, supporto e ascolto che caratterizza l’amicizia femminile non trova un equivalente in quella fra uomini, data la limitatezza della loro simpatia, capacità di prendersi cura e di ascolto. Nei rapporti amicali, sono spinti dal bisogno di trovare una soluzione e razionalizzare il dolore, una tendenza che l’autrice considera come un tentativo inconscio di farci tacere. Camille Toffoli ha dedicato un capitolo alle relazioni amicali maschili (Laisser tomber les masques. Sur les amitiés masculines), rilevando come gli uomini prediligono incontrarsi per fare delle attività insieme, mentre più frequentemente le donne si incontrano anche solo per parlare fra di loro11. Emerge quindi una differenza comunicativa marcata, oltre che l’evitamento della vulnerabilità e la tendenza a fare esperienza della dinamica relazionale in modo contingente. Viene da pensare che al contrario di quanto sostenne Tommaso d’Aquino, non sono le donne ad essere uomini mancati (Summa Theologiae I, q. 92, a. 1: Femina est mas occasionatus), quanto piuttosto gli uomini ad essere degli adulti mancati (Homo est adultus occasionatus), per la loro superficialità.

L’amicizia femminile si rivela, quindi, come uno spazio di libertà, in cui il dialogo rivela parti di sé: è nell’intimità della parola condivisa che ci conosciamo davvero. E la conoscenza che nasce da questa profondità non è mai neutra: trasforma sempre.

  1. A. Vincent-Buffault, Une Histoire de l’amitié, Bayard, 2010, pp. 203-204. ↩︎
  2. E. Illouz, Cold Intimacies: The Making of Emotional Capitalism, Polity Press, 2007 ↩︎
  3.  P. O’Connor, Friendships Between Women: A Critical Review, The Guilford Press, 1992, pp. 56-89. ↩︎
  4. P. Harmanage, I Hate men, Harper Collins Publisher, 2020, p. 37. ↩︎
  5. G. de Lagasnerie, Une aspiration au dehors. Éloge de l’amitié, Flammarion, 2023, p. 36. ↩︎
  6. A. Raybaud, Nos puissantes amitiés, La Découverté, 2024, pp. 96-97. ↩︎
  7. A. Vincent-Buffault, Une Histoire de l’amitié, p. 150: « Celle-ci lien considère que l’attraction entre les êtres est l’amorce d’un lien social débarrassé des hiérarchies et fondé sur la reconnaissance du semblable par le semblable : une sorte de communauté invisible. C’est le lien sur quoi repose l’association et ce qui permet l’émancipation. C’est pourquoi l’exercice de la relation d’amitié fait partie de la trajectoire de l’émancipation : le sentiment amical conduit à libérer les amis en les rendant conscients d’eux-mêmes » ↩︎
  8.  J. K. Ward, Reciprocity and Friendship in Beauvoir’s Thought, in «Hypatia» 14,4 (1999), pp. 36-49. ↩︎
  9. F. Alberoni, L’amicizia, Bur, 1985, p. 30. ↩︎
  10. P. Harmanage, I Hate men, Harper Collins Publisher, 2020, p. 34. ↩︎
  11. C. Toffoli, S’engager en amitié, Écosocieté, 2023, p. 40. 
    ↩︎

""
categorie
menu