25.11.2025

Pensare senza parole. I doni nascosti di chi ragiona con gli occhi, per schemi e astrazioni

L’etologa Temple Grandin offre un nuovo sguardo sulle menti neurodivergenti, capaci di scardinare e di ripensare la norma

Oscuro giardiniere della nostra materia grigia, il neurosviluppo – impasto di destino genetico e stimoli ambientali – non cessa mai di seminare, sradicare, potare. Nel labirinto di connessioni che crea, la trama e l’ordito dell’arazzo neuronale si caratterizzano per un lavorio febbrile, che s’avvia dallo spazio dell’utero e termina solo al crepuscolo della vita. In questa imprevedibile officina dell’umano, non si cerchi alcun progetto lineare: la partitura, tutt’altro che regolare e regolata, s’infesta di salti, deviazioni e varianti. Tutt’altro che difetto, ogni scostamento impone una nuova regola, e scantona così da quanto ritenuto tipico, dunque normale – persino, si direbbe con una parola oscena, naturale. Ed è in questi salti, deviazioni e varianti che germina la neurodivergenza: modulazione eretica che, intorbidendo il confine tra norma e anomalia, costringe a riscrivere la mappa del dicibile e dell’indicibile, del maneggiabile e dell’incontenibile.

In questo campo di deviazioni logiche e percettive, dove il normale si dissipa e la norma viene di continuo infranta, risuona stentorea la testimonianza di Temple Grandin, etologa della Colorado State University, ma soprattutto figura di riconosciuta autorevolezza nel campo dell’autismo. Camicie western stirate con rigore militare, gilet da bull rider: una zootecnia che fa manifesto di sé in un outfit studiatissimo, che restituisce il senso di un pensiero visionario, ostinatamente altro. Un pensiero che ritroviamo pienamente esposto in Pensare senza parole. I doni nascosti di chi ragiona con gli occhi, per schemi e astrazioni, tradotto da Silvio Ferraresi e pubblicato da Adelphi. Prosa limpida, testimonianza rigorosa e diretta, nutrita di dettagli vividi, in cui intuizione e metodo scientifico danno luogo a una mirabile sinergia.
Un’opera in cui affiora una posizione sofferta, talora persino aggressiva, rispetto a quel senso comune che segue comodamente i propri schemi, reputati universali, e che nel libro viene messo in questione con la forza eccentrica del pensiero visivo. Grandin racconta un mondo mentale fatto d’immagini, non di parole: quello dei visual thinkers, individui che non ricorrono a fonemi, ma si muovono per esplorazioni visive. Si tratta tuttavia di un continuum, non di una dicotomia: immagine e parola convivono in ogni mente, ma in proporzioni diverse, dando forma a stili cognitivi molteplici. «Il primo passo per capire che le persone pensano in modi diversi è ammettere che modi diversi di pensare esistono»: la frase risuona nella voce ferma e indocile di Grandin, contro l’egemonia del pensiero cosiddetto neurotipico, verbale, sequenziale, che avanza in fila come un esercito sull’asfalto. Il suo messaggio esalta un altro ritmo, un’altra logica, un’altra geografia della mente.

temple grandin

Estranea alla parola fino ai quattro anni, Grandin fu subito etichettata come “disabile”, vale a dire manchevole rispetto a un modello umano standard, replicabile, misurabile. Il mondo, fondato sulla centralità normativa del linguaggio, pareva pretendere da lei un’adesione impossibile, un inchino prematuro alla logica delle parole. Seguivano gli scatti d’ira, il balbettio ingorgato, il mordersi le mani, il sovraccarico sensoriale: era il corpo che parlava al posto della lingua, la carne che gridava ciò che la bocca non sapeva ancora nominare. Con disarmante lucidità, Grandin scrive come da un altrove in cui la sofferenza si è già fatta archivio: «Avrei poi imparato che molti dei miei comportamenti di allora […] dipendevano dalla frustrazione che provavo davanti all’incapacità di parlare».

E tuttavia, la storia non prese la piega dell’inabissamento. A sorreggerla non fu tanto la pietà, ma la pazienza ostinata di un contesto familiare che seppe resistere alla tentazione tipica della diagnosi: quella di sottrarre, di chiudere, di ridurre a meno. La madre – figura tenace, pedagoga domestica dal cuore illuminista – assunse su di sé il compito di farle da guida, da stimolo, da bastone e da specchio. Nessun sentimentalismo, però. La parola andava conquistata, addestrata, sudata. Ogni giorno, Temple veniva esercitata a parlare, in un tirocinio condiviso con la logopedista, come se si trattasse di addomesticare un animale bizzoso o dissodare una lingua aliena. Fu in quella pratica paziente – fatta di una cura mai troppo indulgente – che si aprì per lei l’accesso al regno dei parlanti.
L’approdo all’istruzione superiore fu possibile, benché non privo di ostacoli: le difficoltà con l’algebra le sbarrarono l’ingresso alle facoltà che desiderava, tra cui veterinaria. Eppure, vi arrivò comunque: non come studentessa, ma come docente. Ancora una volta, per vie parallele. Sarà però, come ella stessa racconta, proprio il pensiero visivo – quella modalità cognitiva basata sulla generazione di immagini mentali, sull’elaborazione multisensoriale e sulla capacità di simulazione spaziale – a offrirle la chiave d’accesso al mondo animale. Un universo rappresentato non attraverso il linguaggio verbale o l’astrazione simbolica, ma mediante modelli percettivi: configurazioni visive, suoni, odori e stimoli tattili che vengono integrati in rappresentazioni mentali ad alta fedeltà. Non un pensiero concettuale, dunque, ma una forma mentis che privilegia la precisione sensoriale e la ricostruzione concreta dell’esperienza.

Nonostante i vari recenti tentativi di congetturare una semiotica animale, si ritiene ancor oggi che gli animali non parlino. Piuttosto osservano, annusano, ascoltano. Si costruiscono un’ambiente come impasto di istinti e segnali a-linguistici. Nella sua postura sospesa tra umano e animale, Grandin riesce a entrare proprio in quella logica fatta di sussurri corporei e allarmi sensoriali. Non perché li imita, perché li condivide. È nella sua stessa struttura percettiva, nella sua mente che registra ogni dettaglio con l’intensità di un sismografo emotivo, che lei incontra la verità animale. Così, nelle descrizioni di allevamenti, di corridoi troppo stretti, di ombre che spaventano, di cui Pensare senza parole è colmo, Grandin non impone uno sguardo umano sugli animali: semmai si presta come interprete, come interfaccia sensibile tra due mondi cognitivi differenti.
Nella sua professione di etologa, Grandin progetta sistemi più efficienti, sì, ma soprattutto più umani per chi umano non è, guidata da una forma rara di empatia sensoriale, epidermica, dunque più immediata. Ed è proprio in questa affinità tra autismo e animalità che si può trovare una forma di riscatto. Perché, come sostiene con sobria fierezza, proprio come gli animali, molti autistici sono «intelligenti senza parole». Forse, soggiunge tra le righe, sono proprio le parole che a volte disorientano, confondono, nascondono ciò che si potrebbe comprendere con gli occhi, con l’olfatto, con il fremito della pelle.

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A partire dalla propria esperienza situata, Grandin lancia dunque una requisitoria contro l’odierno apparato educativo – quella che Manganelli da par suo descrive una «gigantesca istituzione contronatura», che riesce «a insegnare così poco, a parte il disgusto per tutto ciò che è bello, intelligente e umanamente persuasivo». La scuola, con la meticolosità di un funzionario ottuso, silenzia, emargina, troppo spesso espelle le menti visive. Non vede né ammette quei cervelli che pensano per immagini, che vedono il mondo non come somma di cifre e procedure, ma come combinazione di forme, ingegni da cui spesso germoglia la scintilla creativa, l’invenzione pura. In un sistema che celebra l’omologazione come virtù e la devianza immaginativa come disturbo da correggere, l’estro tecnico – la manualità sapiente, il talento per la meccanica, l’arte del fare con le mani – viene messo al bando con la noncuranza crudele di chi non ne comprende l’utilità, e tantomeno la nobiltà. La glorificazione del test, dell’esame standardizzato, del quiz a risposta multipla ha via via spodestato l’esperienza viva del costruire, progettare, manipolare la materia e l’idea.
Non è un’impressione soggettiva: Pensare senza parole raccoglie e intreccia numerose testimonianze. Nikhil Goyal, ad esempio, osserva come «a cominciare dalla terza elementare il tempo didattico dedicato alle arti, alla musica, alla scienza e alla storia è stato menomato. Veniva infatti insegnato solo ciò che era verificabile nei test, e per queste materie c’erano meno test». E ancora, si ricorda l’intervento congiunto del 2015 di Lily Eskelsn García, presidentessa della National Education Association, e Otha Thornton, alla guida della National Parent Teacher Association, che sulle pagine del Washington Post denunciavano come «le scuole con le risorse più limitate in particolare hanno dovuto operare dei tagli su materie come storia, arte, musica e educazione fisica, per la semplice ragione che non rientrano nei test standardizzati».

Il libro raccoglie anche le voci dei genitori: molti raccontano figli relegati per ore davanti agli schermi, «nello scantinato alle prese con i videogiochi», come pure annota Grandin, che confessa quanto anch’ella, se fosse nata trent’anni dopo, sarebbe probabilmente caduta nella stessa dipendenza, intossicata dalla stimolazione visiva rapida. Ma dalle testimonianze emerge anche che il disinnesco della dipendenza passa per sostituzioni efficaci: riparare automobili vere, per alcuni ragazzi, è risultato più coinvolgente delle corse simulate. È un esempio di come l’abilità manuale e tecnica, se valorizzata, possa trasformarsi in argine a derive autodistruttive.
Grandin insiste inoltre sul ruolo dei genitori: sua madre, racconta, aveva imposto una regola ferrea – un’ora soltanto di televisione al giorno, concessa come premio dopo i compiti e le faccende domestiche. Una fermezza che molti genitori oggi non riescono più a esercitare, preferendo cedere pur di evitare una crisi. Ma le crisi, ammonisce l’autrice, non vanno evitate: i bambini hanno bisogno di misurarsi con ostacoli reali, di scoprire ciò che sanno fare in contesti diversi. «Questo non lo scopriranno mai se non li allontani dagli schermi e non li esponi ad ambienti differenti». Nel suo caso, l’alternativa fu il ranch della zia; per altri può essere un laboratorio, una bottega, un garage. L’importante è che ci sia un terreno dove l’immaginazione possa incarnarsi in pratica, dove la mente visiva trovi riconoscimento e respiro.

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Temple Grandin nel documentario “An Open Door”

Grandin ricorda allora che non è l’uniformità a generare progresso, bensì l’attrito fecondo della differenza. E la storia, quando si sottrae all’impianto agiografico, ci mostra che le menti più fertili difficilmente sono isolate, autosufficienti, perfette in sé, ma lavorano in sinergia. Così Steve Jobs e Steve Wozniak: il visionario orientato all’estetica e l’ingegnere rigoroso; così Richard Rodgers e Oscar Hammerstein: il lirismo musicale dell’uno e la parola scenica dell’altro. E ancora, l’architetto Rem Koolhaas e l’ingegnere Cecil Balmond: creatività concettuale e calcolo strutturale, un’alleanza capace di trasformare l’idea in forma costruita. Non si cercano somiglianze, ma complementarità. La differenza come catalizzatore, la divergenza come scintilla. E non è solo mito o aneddoto: anni di ricerche sul tema confermano che i gruppi cognitivamente eterogenei non solo arrivano a soluzioni più originali, ma capitalizzano le differenze trasformandole in risorse condivise. In questi gruppi, la differenza non è tollerata: è necessaria. Il conflitto, lontano dall’essere patologia, è visto come combustibile creativo.

In Pensare senza parole tutto ciò è scritto con la chiarezza di chi ha vissuto sulla propria pelle l’effetto della differenza negata e solo più tardi riconosciuta come dote. La visione ivi esposta è pertanto un’ode all’intelligenza distribuita, alla collaborazione che non unifica ma moltiplica, in cui la mente neuroatipica non è errore, ma variabile preziosa nella complessa equazione umana. In un mondo che ha eletto il linguaggio a misura dell’umano, Temple Grandin innalza la propria voce – proprio lei, che per anni non ha parlato – per esaltare altre forme di sapere, altre architetture della coscienza, altre mappe della sensibilità, e ci rammenta così che talvolta il pensiero più profondo è proprio quello che non si dice, ma si mostra.
In quest’ottica, la neurodivergenza emerge non già come deficitaria ma come eccedente: eccede i formati cognitivi prescritti, i canoni dell’efficienza, presentando il soggetto neurodivergente come non manchevole di nulla, né fuori misura o in ritardo. Se così è, cosa fare? Non correggere, ma capire. Non normalizzare, ma lasciar proliferare. Se troppo a lungo il mondo neurotipico si è auto-assegnato il privilegio di stabilire il canone della regolarità, quasi appunto della “naturalità”, è giunto il tempo di un’inversione di prospettiva: e se le menti divergenti fossero non un problema, bensì il prisma in cui rinvenire i difetti di un sistema rigido e invecchiato? Se il deficit aggravasse la norma, e non allignasse nella deviazione? Il compito più urgente, allora, è riconoscere alla neurodivergenza il diritto di essere pensata come una delle forme tra le molte forme del pensiero.



In copertina: Georgia O’Keeffe, Treno di notte nel deserto (1916)

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