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L’altra metà del pop. Quando la copertina di un vinile racconta l’emancipazione femminile



Le copertine dei vinili hanno rappresentato sempre qualcosa di speciale per me, forse una ideale prosecuzione del piacere con cui letteralmente mi tuffavo nei libri illustrati di fiabe e racconti per bambini, quel mondo colorato da sfogliare mille volte cogliendo ogni volta nuovi dettagli.
Scoprii da subito che i primi vinili, acquistati risparmiando pazientemente sulle prime “paghette”, offrivano ben più che meraviglie sonore; bastava lasciarsi andare, immergendosi in quelle buste per viaggiare nelle immagini, nei testi, stimolando persino sensi come il tatto e l’olfatto. Con gli anni è arrivato poi il piacere di approfondirne la conoscenza, di analizzarle, di raccontarle queste “buste”. È affascinante vedere come un oggetto umile, se volete banale, ideato inizialmente come semplice contenitore, si sia nel tempo ritagliato un ruolo tanto inaspettato quanto importante nella storia, nell’evoluzione e nella comprensione della musica popolare degli ultimi sessanta anni.
Eppure, non appena lasciata alle spalle l’immane tragedia del secondo conflitto mondiale, ai dirigenti di alcune etichette jazz fu chiaro sin da subito come riversare nei propri dischi concetti quali passione e amore potesse contribuire ad elevare il tasso di qualità del proprio catalogo. Fu proprio grazie al jazz che la grafica applicata alle copertine dei dischi prese letteralmente il volo, in un cammino dove sperimentazione, creatività e strategie manageriali si sono unite aprendo nuovi orizzonti tanto all’industria discografica quanto agli artisti. Mi piace sottolineare che quando parliamo di dischi parliamo di un “prodotto” discografico; non va dimenticato che il fine ultimo delle case discografiche resta il profitto come ritorno di un investimento, fine raggiungibile con ogni mezzo efficace di comunicazione e promozione, copertine comprese. Copertine quindi che nel giro di pochi anni divengono elementi determinanti di marketing, primo vero mezzo per approcciare quella sempre più numerosa massa di potenziali consumatori che sfogliano una rivista o si aggirano fra gli scaffali di un negozio di dischi; un prodotto in grado di soddisfare l’appassionato musicofilo quanto di attirare l’attenzione del cliente indeciso.

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Un altro passo importante in questa meravigliosa storia avviene quando i musicisti si rendono conto che quella tavolozza di trenta centimetri per trenta rappresenta una nuova chance per lanciare messaggi, suggestioni o per definire ancora meglio la propria immagine. Da lì al rendersi conto che milioni di copie vendite dei loro dischi corrispondono a capacità contrattuale in termini di libertà artistica il passo è breve. Saranno i Beatles a cogliere al volo ogni possibilità che gli intensi anni ’60 mettevano loro sul piatto, rivoluzionando di fatto la produzione, la registrazione e l’aspetto esteriore dei loro dischi, indicando nuove vie d’azione ad una platea sempre più vasta di gruppi ed artisti. Da allora ad oggi la grafica applicata alle copertine dei dischi ne ha fatta di strada, regalandoci immagini e confezioni che in alcuni casi hanno raggiunto lo status di “opera d’arte”, definizione che però ritengo limitante se non addirittura stereotipata; nessun dubbio sul fatto che copertine come quella disegnata da Andy Warhol nel 1967 per i Velvet Underground rientrino di diritto nella categoria succitata, ma l’importanza di ogni copertina, anche la più apparentemente insignificante, risiede nella capacità di raccontarci molto di più. Società, storia, economia, costume sono solo alcune delle chiavi di lettura di ogni disco, veste grafica compresa, nonché parti integranti della mia modalità di analisi e di racconto, un modo per contestualizzare gli artisti e le opere di cui parlo.

Appare chiara la vastità degli argomenti, delle tematiche che si possono declinare osservandole da questo tanto inusuale quanto stimolante punto di vista, emancipazione e rappresentazione dell’immagine femminile comprese. Il faticoso quanto ancora incompleto percorso di affrancamento da una situazione di disparità fra i sessi è rintracciabile anche nell’analisi delle copertine dei dischi specie se contestualizzate nel momento storico in cui venivano pubblicate. È su questa impalcatura che si snoda il mio ultimo libro, L’altra metà del pop – L’emancipazione femminile rappresentata nelle più belle copertine dei dischi (Stampa Alternativa),un percorso nel quale ho cercato di affiancare la rappresentazione dell’immagine femminile negli ultimi sette decenni ai principali avvenimenti legati alla storia dell’emancipazione femminile. La prima considerazione che salta all’occhio è che l’ambiente della musica pop rock, pur all’avanguardia rispetto alla società che lo circonda, è un mondo marcatamente virato al maschile in cui la donna (artista, creatrice o modella protagonista della copertina) viene quasi sempre raffigurata così come la vede l’occhio dell’uomo, rischiando di confermare gli stereotipi che la vogliono ora angelo del focolare, timida teenager, ammiccante bellezza o bomba sexy.
L’immagine femminile che ricaviamo dalle copertine degli anni 40 e 50 è spesso legata o ad una castigata sensualità o ad un ruolo di subalternità rispetto al contraltare maschile, come possiamo notare in dischi come Julie di Julie London, Red hot and cool del Dave Brubeck Quartet o Mr Blue dei Fleetwoods.

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Nel decennio successivo, accanto ad una ripresa delle rivendicazioni femministe, possiamo notare un primo smarcamento che, grazie soprattutto ai dischi del cosiddetto movimento “folk”, ci mostra una chiara attenzione alla figura di una donna protagonista, non solo della copertina, ma anche delle proprie scelte artistiche. Non va dimenticato che le copertine dei dischi hanno rappresentato, oltre che un importante elemento di promozione e marketing del prodotto nelle mani delle majors, un’ottima opportunità per gli artisti più sensibili di comunicare la propria evoluzione o inviare messaggi ben precisi. Significative sono copertine basate su ritratti iconici come quelli protagonisti di In concert di Joan Baez e Illuminations della cantautrice nativa Buffy Sainte-Marie.

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Non da meno è il retro di In the wind, secondo album del trio Peter, Paul & Mary ove in tre scatti ci viene proposta lìimmagine di una donna che vive il suo tempo, nel lavoro come nell’impegno civile:

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Ed è proprio in questo decennio che alcuni di loro colgono appieno questa possibilità arricchendo di dettagli, messaggi, visioni il proprio lavoro. Le copertine, in fondo, sono uno specchio fedele dei cambiamenti della società: in decenni importanti quali gli anni ’60 e i ’70 diventano il mezzo grazie al quale gruppi e artisti decidono di parlare al loro pubblico, raccontando di sé, delle proprie convinzioni, conquiste, dubbi, gusti (compresi quelli sessuali), contribuendo ad abbattere tabù, stereotipi e convenzioni che sino a poco prima parevano inamovibili.
La decisione di John Lennon e Yoko Ono di mostrarsi nudi sulla copertina di Unfinished Music n°1 -Two Virgins pare muoversi proprio in questa direzione, ricordando un concetto tanto elementare quanto inaccettabile per lo star system, ovvero la natura “umana” dell’artista.

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Sono questi anni importanti per le lotte di emancipazione femminile, per la rivendicazione di reali pari opportunità tra donne e uomini in tutti i settori: lavorativo, politico, sociale, famigliare. Eppure si corre il rischio di prendere lucciole per lanterne, scambiando per emancipazione ciò che in realtà ha più a che fare con un cambiamento dei costumi, del comune senso del pudore, di strategie di marketing. A fianco di importanti passi avanti anche su tematiche legate all’identità di genere, per la maggior parte degli anni Settanta è spesso il cattivo gusto a caratterizzare molte copertine “al femminile”, quasi che la grafica voglia appiattirsi sugli standard di pubblicazioni di successo rivolte al pubblico maschile quali Playboy, Hustler o Penthouse. In quest’ottica saranno in particolare le donne di colore a pagare il prezzo più alto in una sorta di amara discriminazione nella discriminazione, come ci raccontano gli artworks di Soul sugar di Jimmy Mc Griff, Playing possum di Carly Simon o Love for sale dei Boney M.

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Spetterà al movimento punk il compito di far saltare il banco, sia attraverso una autentica operazione di parità di ruoli negli equilibri interni alle band, sia nella capacità di dare la stura a quella che definisco “creatività al femminile”.
Donne protagoniste sul palco, ma anche nella gestione della propria immagine, così come nel racconto scritto o iconografico di quegli anni. Non è un caso se il disco con una delle copertine più iconiche di sempre, Horses di Patti Smith, faccia la sua apparizione nei negozi nel 1975, anno di consacrazione del movimento punk.

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Una lezione che non si esaurirà velocemente come la cosiddetta “nuova ondata”, visto che i semi lasciati cadere in quegli anni continueranno a dare frutti, rintracciabili anche in copertine indimenticabili come quelle dell’esordio discografico di Tracy Chapman, The haunted man di Bat For The Lashes o GoGo Diva de La rappresentante di Lista.

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Fino ai giorni nostri, la presa di coscienza di molte artiste si trasferisce così nei loro lavori discografici finendo per camminare di pari passo con l’evoluzione, sempre più inarrestabile quanto imprevedibile, dei rapporti fra donne e uomini.
Per concludere questo piccolo viaggio, mi piace ricordare un passaggio della prefazione al libro scritta da Grazia De Michele, stimolante spunto di riflessione sul rapporto artista/pubblico/società: «I nuovi media consentono di gestire la comunicazione come un flusso continuo, di interagire con il pubblico in tempo reale mostrando l’artista in ogni momento della sua vita – da quello esaltante di un concerto a quello più banale della vita domestica – mentre l’immagine stampata della copertina rappresenta un “punto fermo”, un prodotto grafico destinato a durare nel tempo e a scandire in modo indelebile i momenti della sua carriera. Anche nel rapporto fra l’artista e il mondo esterno, nel suo modo di vivere la vita, di partecipare al dibattito sui temi del proprio tempo, i nuovi strumenti e quelli tradizionali agiscono in modo diverso. La comunicazione in rete consente la creazione di sodalizi più o meno durevoli, il monitoraggio dell’umore e della sensibilità del pubblico, la correzione in corso d’opera dei contenuti e dei registri comunicativi. All’opposto, l’immagine di una copertina contiene un messaggio univoco e assoluto, rivela un aspetto saliente della personalità e dell’indole dell’artista, lo collega al mondo in maniera più vincolante».

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