per Renee e Alex
«Scendete o spacco tutto!», così il cattivo di turno si rivolgeva, a muso duro, a Bud Spencer e Terence Hill che, osservandolo con sguardi increduli dall’abitacolo della loro amatissima dune buggy, chiedevano «Ma perché vuole spaccare tutto?» e lui rincarava «Perché sì!». «Non mi pare una risposta convincente», chiosava subito dopo Terence Hill, mentre Bud Spencer, sgommando, per poco non lo metteva sotto. In effetti si tratta soltanto di un frammento di un capolavoro della cinematografia italiana degli anni Settanta, una perla del regista Marcello Fondato dal titolo …altrimenti ci arrabbiamo!, ma questo breve siparietto riassume l’insensatezza della violenza fine a se stessa a cui stiamo assistendo recentemente.
In effetti negli ultimi mesi l’aria negli Stati Uniti è divenuta particolarmente tesa e una certa agitazione in un Paese a mano armata potrebbe trasformarsi in un incendio impossibile da domare. In questo turbolento inizio d’anno, quasi in presa diretta, abbiamo assistito a molteplici scene, purtroppo raccapriccianti e drammatiche, di posti di blocco, fermi e vere e proprie aggressioni da parte dei componenti della ormai celebre e famigerata ICE. I casi più eclatanti sono avvenuti nella Minneapolis del sindaco progressista Jacob Frey.

L’ICE in un’interpretazione del programma TTI Midjourney
Ma andiamo con ordine. Di cosa parliamo, quando ci si riferisce all’ICE? All’indomani dell’11 settembre 2001, il presidente George W. Bush firmò una legge che creava un nuovo ministero, il Department of Homeland Security (DHS), che avrebbe avuto l’obiettivo di proteggere gli Stati Uniti da eventuali attacchi terroristici interni. Il DHS era strutturato in due dipartimenti: l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) e il Customs and Border Protection (CBP). Non si tratta quindi di un’invenzione del Presidente Trump, ma è sicuramente con il suo secondo mandato che qualcosa è cambiato radicalmente tra le fila dei componenti della sezione operativa sul campo e nelle regole d’ingaggio. Il numero degli agenti dell’ICE nel 2025 è passato vertiginosamente da 10 mila a 22 mila unità e i finanziamenti sono passati da 10 miliardi di dollari a 75 miliardi di dollari entro il 2029, rendendo questo ministero il più finanziato della storia degli Stati Uniti. Alcune indiscrezioni indicherebbero, inoltre, tra le motivazioni di un ammorbidimento dei requisiti per farne parte, una sorta di apertura ad alcuni sostenitori di Trump che hanno partecipato all’assalto a Capitol Hill il 6 gennaio del 2021.

Agenti dell’ICE, Minneapolis, 14 gennaio 2026 (AP Photo/Adam Gray)
Un singolare corpo di polizia. Corpo come blocco unico, duro e pronto a tutto. Viene alla mente la struggente opera teatrale Bros di Romeo Castellucci, con i suoi poliziotti, anche qui americani, intenti in una serie di azioni e operazioni disturbanti, estreme e contraddittorie. Uomini, dicevamo, a volto coperto, intenti ad eseguire rastrellamenti sommari, violenze gratuite, irruzioni, maltrattamenti ed esecuzioni in pieno giorno, stanno segnando una scia di sangue che ci pone nella dimensione di spettatori increduli, quasi, come se fossimo alle prese con l’ennesima serie televisiva americana. E attenzione, il volto coperto non è un dettaglio. Il volto coperto rivela un banditismo che in barba alla legge si nasconde in dinamiche di impunità e violenza di gruppo. La Storia purtroppo è costellata di squadracce e gruppi paramilitari mascherati pronti a tutto e privi di qualsiasi limite, soprattutto quando trovano un potere in alto a tutelarli e blandirli. Ma torniamo alla maschera.
Chi ricorda la serie tv Watchmen, ispirata all’omonima saga di fumetti di Alan Moore e Dave Gibbons? Ecco un breve recap: dopo ventitré anni dal misterioso e catastrofico evento che colpì New York nel 1985, il caos regna sovrano, il supereroe Dottor Manhattan ha deciso di ritirarsi su Marte e le tensioni razziali sfociano spesso in atti di violenza diffusa, soprattutto per le incursioni di un gruppo sovversivo mascherato, sostenitore della supremazia bianca. Per la gravità della situazione anche le forze dell’ordine decidono di operare utilizzando maschere. In una società in cui bene e male sono mascherati e in cui la maschera diviene la normalità, bene e male si annullano in un cortocircuito di violenza e insensatezza. La presenza diffusa delle maschere, utilizzate da polizia, criminali e supereroi, inoltre è forse proprio una delle caratteristiche più interessanti di questa serie, ma non tanto per il loro “ruolo” in relazione al plot narrativo, quanto per la rappresentazione del vissuto e del rimosso dei singoli, al tempo stesso, eroi e antieroi.
Giustizia Mascherata nel secondo episodio della serie, dopo aver messo ko alcuni malviventi, risponde così al negoziante in preda al panico: «Chi sono io? Se conoscessi la risposta, non indosserei una maschera del cazzo!».
La parola ‘maschera’ proverrebbe dal latino masca, ossia fuliggine, fantasma, strega, già presente nell’Editto di Rotari (22-23 novembre del 643). Nel dialetto piemontese difatti mascara equivale a incantesimo e stregoneria. È interessante sottolineare che non è la parola maschera anticamente ad indicare la “protesi” applicata in volto, bensì la parola latina persona, ossia per-sona nel senso di ‘suonare/parlare attraverso, al posto di‘. Personaggio qui, incantesimo, apparizione, strega lì. La maschera scardina grandi e piccole identità, mette in dubbio ed è proprio per questo che mantiene un potere straordinario in un mondo dominato dal non verbale, per dirla con il filosofo Alfred Korzybski.

Una still dalla serie tv HBO Watchmen
La maschera è un interviso. Un’emanazione di trance al culmine della sua irrazionalità. Posizione superiore perché, sempre e comunque, al di là. D’altronde chi indossa una maschera non è più lui. Entra di fatto in una dimensione altra. Si tratta di uno stato di possessione. Non può essere nemmeno chiamato con il suo vero nome e deve esprimersi con una “lingua” nuova ed incomprensibile. Porta l’intero corpo nel teatro del mondo per cambiarlo radicalmente, smontando ogni connessione col quotidiano, anche con estrema violenza. L’ICE è in tal senso un corpo estraneo che compare, quando meno ci si aspetta, come ibernazione di ogni sensibilizzazione, di ogni dialogo, di ogni comprensione. Non a caso, ‘ice’ in inglese significa proprio ghiaccio. E dietro le uniformi, spesso più simili ad un travestimento che a una divisa, troviamo esseri impigliati in un gioco perverso di glaciazione del sentimento e sottomissione. Il camuffarsi in gruppo da forze speciali taglia nettamente i rapporti con le forze dell’ordine riconoscibili e addestrate, recide il rapporto con il quadro di riferimento superiore, taglia perfino i rapporti con il piano del reale, altera la percezione di sé e dell’altro, dilata un potere che non si potrebbe sfruttare altrimenti. Lo stesso H. Belting affermava, tirando in causa C. Lévi Strauss: «Una maschera non è principalmente ciò che essa rappresenta, ma chiama in causa anche tutto ciò che esclude».
Questo, infatti, vale per qualsiasi gruppo umano che decide di attivare lo spazio pubblico coprendosi il volto. Dai black block, ai gruppi antagonisti, ai V per Vendetta, e compagnia manifestante. Non a caso, ad esempio, nell’ottobre 2019, la leader di Hong Kong Carrie Lam ha vietato l’uso di maschere, durante le manifestazioni degli attivisti, per contrastare le violente proteste dilaganti. La norma, entrata in vigore il 4 ottobre, ha scatenato ulteriori scontri e critiche per l’uso singolare di poteri di emergenza, mai impiegati in passato.
In tal senso, la maschera è un organo dalle straordinarie qualità politiche. Possiamo tranquillamente considerarla il primo mega-fono della Storia. Imprime un’immediatezza disarmante, una riduzione all’essenza che debilita e richiede uno sforzo interpretativo. La maschera s’impone e taglia carne e osso. Scardina l’ordine, qualsiasi esso sia, attraverso l’alterità e la proliferazione di catene associative mutanti. Funziona un po’ come un “buco” in grado di risucchiare linguaggi e significati predeterminati, per sintetizzare infinite possibilità narrative. Indossarla è l’incontro con il rischio, con l’altra parte invisibile dello stare al mondo, quella più oscura. A stare dietro una maschera si finisce col precipitare dentro la maschera stessa. E ancora l’espansione, la variabilità, l’oscillazione è caratteristica propria della maschera, infatti ‘oscillare’ proviene dal greco os, ‘volto’ e aioreo, ‘sospeso in alto’. Oscillo erano delle piccole maschere apotropaiche fissate in alto ad alberi considerati sacri che in effetti si muovevano quando si alzava il vento. Il volto sospeso in alto, nel caso di questi funzionari armati dal grilletto facile, è l’effige dell’impunità e della repressione inevitabile, nei confronti di centinaia di persone che manifestano, perché, come ha affermato un cittadino per le vie di Minneapolis, «il mio trisnonno non ha sparato agli inglesi perché un tizio a Washington venisse a dirmi cosa fare a casa mia».
Gli Stati Uniti sembrano quindi in uno straordinario stato di cortocircuito identitario, che comporta una sindrome immunitaria di autodifesa da se stessi. Una sorta di impazzimento relazionale. Il nostro cervello, proprio nei pressi dell’amigdala accoglie una piccola parte detta giro fusiforme, in cui avverrebbe il riconoscimento emotivo dei volti delle persone, tanto che, nelle persone affette dalla sindrome di Capgras, questa patologia comporterebbe una mancata comprensione emozionale dei tratti somatici di parenti ed amici.
Il caso del film/documentario parodistico Zelig di Woody Allen del 1983 è indicativo. Leonard Zelig, vittima di una strana patologia, riesce a modificare i suoi tratti somatici, la sua lingua, i suoi modi e i suoi comportamenti, aderendo perfettamente alle persone con cui viene a contatto. Un trasformismo camaleontico che non implica una forma assoluta di empatia, quanto un conformismo parossistico. Il tratto dello smarrimento dell’identità nel circo del mondo non è comunque sinonimo di comprensione e adattamento, bensì di feroce opportunismo cannibalico. La prossimità che si traduce nel camuffarsi e perdersi è lo smarrimento della comprensione del proprio nucleo, nel vero senso del rovinare verso la parte periferica della coesione sociale. Una vera e propria poetica del reietto, che nel caso degli agenti statunitensi, trova soluzione nel ruolo del rappresentante della Legge, dell’anonimo sceriffo violento, visto in migliaia di pellicole a stelle e strisce.

Zelig – Joker – Trump
Il trionfo degli sconfitti e, ancor di più, la concrezione assoluta della sconfitta in sé, non può che coincidere con la figura del “matto” Joker/Trump. Prendiamo ad esempio l’ultimo lungometraggio di Todd Phillips, in cui Arthur Fleck, un attore fallito, precipita nell’abisso di una società ancora più corrotta e fallita. Il protagonista non riesce a contenere la sua risata eccessiva e sguaiata, così come non riesce a contenere il trucco che lo trascina inesorabilmente verso la sua rivincita sovversiva – “in maschera”. In questa mutazione, Arthur non produce alcun cambiamento, alcun risultato. Arthur è Joker ed essere Joker è inevitabile, in un inselvatichimento irresponsabile del mondo e delle relazioni sociali. Questa è proprio la condizione del secondo mandato del Presidente americano, nella quale il Tycoon ha compreso che Trump è Trump e deve esserlo nella maniera più spietata ed estrema. E’ un destino a cui non ci si può opporre. Una possibile redenzione coincide con il reazionario cambio della postura, piuttosto che della guardia, sul trono ideale del successo mediatico e dell’affermazione sociale e politica. In gioco resta sempre e comunque la visibilità, l’idea covata dietro la materia trasfigurante del mettersi in mostra, di essere riconosciuto in quanto estremo ed originale.
In fondo qualsiasi sostituzione dei nostri tratti somatici con alterazioni significative genera riflessione. Mostra e ci svela dettagli del nostro rimosso. Cosa accadrebbe se un’intera popolazione dovesse ricorrere alle “maschere” per proteggersi, per agire, per reagire, per manifestare e persino per svolgere il proprio lavoro? Questo è proprio quanto accade a Tulsa, in Oklahoma nella serie tv Watchmen e nelle strade di Minneapolis. Il confine tra terroristi, supereroi, manifestanti, criminali, attivisti, forze dell’ordine risulta ormai al limite del collasso, mostrando un futuro prossimo denso di schegge impazzite, estensioni irrazionali del nostro presente (così come ad esempio le improbabili cabine telefoniche interplanetarie, le bio-tecnologie più avanzate e le automobili che precipitano dal cielo della serie tv stanno ai sistemi di geolocalizzazione degli immigrati irregolari di Palantir, o le Ghost car, ossia le macchine vuote, con tanto di chiavi inserite e sportelli aperti, abbandonate, per il rapimento da parte dell’ICE di intere famiglie nella realtà quotidiana delle città statunitensi) e rigurgiti di razzismi dilaganti. Potremmo affermare che il vero protagonista della deriva americana è il mascheramento, anche quando la maschera è quella molle, rossiccia e incoronata da un ciuffetto biondiccio, ma soprattutto è ciò che accade quando il potere si maschera e rivela allo stesso tempo. Vero gioiello di questo gioco perverso, che emerge dal capolavoro di Damon Lindelof, è la maschera di Looking Glass-Rorschach, l’agente camuffato da un aderente passamontagna riflettente che si occupa degli interrogatori dei sospettati. Ci troviamo di fronte all’apoteosi del gioco di ruolo, della disintegrazione dell’io, in una vorticosa distorsione del volto altrui che viene dato in pasto ai segreti più reconditi del proprio inconscio. Salto mortale dentro lo specchio di Alice, con tanti saluti al Bianconiglio.
Immagine di copertina tratta da Time Magazine