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Wallflower: la solitudine degli strambi in Calvino, Joyce, Parise



È il 1972 quando viene pubblicato Questione di sguardi (Ways of seeing), un ingegnoso saggio critico firmato John Berger, che apre l’opera con queste parole: «il vedere determina il nostro posto all’interno del mondo che ci circonda». Il libro, che indaga la cultura negli anni Settanta – esaminandola in maniera sottile attraverso un gioco di richiami tra immagini e testi –  è rivoluzionario perché Berger concepisce un nuovo modello sociale dove l’I, cioè l’io, coincide con l’eye, l’occhio, oggetti sovrapponibili e inscindibili l’uno dall’altro. È lo sguardo che si ha sulle cose a definire un individuo, a tratteggiare il suo modo di percepire la realtà e pertanto di esistere. Ma come si esiste quando si ha uno sguardo diverso da quello della massa? 
È una domanda che sorge spontanea nel becero pareggiamento operato dalla società dei consumi e che trova risposta nella lettura di tre libri: PalomarSillabari e Gente di Dublino

Wallflower

In questi tre non-romanzi, che pur si fatica a definire semplici raccolte di racconti essendo le storie tutte legate da una visione comune, da uno sguardo che uniforma la narrazione, spicca una figura particolare: quella di personaggi eternamente sconfitti, scollati dalla realtà, incapaci di adattarsi alla vita, e dunque prigionieri di quello che è il loro modo di vedere le cose. Prendendo ancora in prestito una passaggio di Ways of seeing, si potrebbe tratteggiare questa figura come qualcuno che «vive nella contraddizione tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere». Questa descrizione va a delineare lo “strambo”, colui che annaspa nella categoria dell’ovvio che quotidianamente accoglie il mondo, ma consegna una diversa e fantasiosa possibilità all’ordine prestabilito delle cose, mettendole a soqquadro, straniando un po’ il tutto col vanto di offrire possibili alternative ai comportamenti, alle percezioni, ai sentimenti. In inglese esiste un termine intraducibile che può essere usato per descrivere questo personaggio inusuale, che è wallflower. Fa riferimento a quelle persone che non riescono a integrarsi con la folla, ma che preferiscono guardarla in disparte – restando, appunto, nei pressi della parete – così come questo fiore sboccia tra le erbacce, o tra le crepe dei muri. È questa la cifra con la quale capire lo sguardo di questi personaggi che, proprio come questo fiorellino giallo, se ne stanno schiacciati al muro, fermi, così intenti a cercare il dettaglio, a capire i come e i perché del mondo, che restano prigionieri della propria acuta e spiccata sensibilità. 

È quello che succede di continuo al signor Palomar, che si perde nelle sue infinite illazioni, mentre osserva i formaggi, le onde o le stelle. Allo stesso modo l’uomo protagonista di Roma nei Sillabari sente «la mortale presenza dei secoli e della storia» e si perde a girovagare per la città, restando incastrato tra la realtà e il ricordo dell’Urbe. La dinamica presente in Palomar o nei Sillabari non è poi così diversa da quella proposta tempo prima in Gente di Dublino, la raccolta d’esordio di James Joyce che nell’ottavo racconto, intitolato Una piccola nuvola, narra di Chandler, un uomo che si lascia sfuggire la vita tra le mani perché troppo schivo, timido, incapace di mischiarsi alla folla: «osservò la scena e pensò alla vita – e come regolarmente gli succedeva quando pensava alla vita, diventò malinconico. Una tristezza dolce discese in lui. Sentì quanto era vano lottare contro la sorte […] la timidezza lo aveva sempre frenato».

Lo sguardo leggero sulle cose è la gittata che separa questi tre personaggi dalla vita vera, sempre agognata, ma mai vissuta a pieno. Tutti e tre sono bloccati nella tipica paralisi joyciana, che se in Palomar sembra essere camuffata da un tragicomico di derivazione pirandelliana – basti pensare all’episodio La contemplazione delle stelle, dove Palomar viene osservato mentre si destreggia tra le carte, una lampada e gli occhiali, scatenando l’ilarità di chi osserva «le sue mosse come le convulsioni d’un demente» –  nei Sillabari si declina in diversi racconti, primo tra i tanti Malinconia, dove Silvia sembra essere una trasposizione dell’Eveline di Joyce. La bambina e la giovane irlandese sono accomunate 
dalla tragica realizzazione che la vita è malinconica. Entrambe manifestano il proprio dolore per questa triste condizione, ma se Eveline non mostra apparenti segni di cedimento esteriore – tant’è che «tutti i mari del mondo le si riversarono nel cuore» – Silvia va di nascosto nei gabinetti a piangere, perché non sa come altro convivere con il suo sentirsi «estranea»

WALLFLOWER

In effetti questo sentimento non è una novità nei Sillabari, considerando che il termine ricorre ben 17 volte all’interno della raccolta: i personaggi – nel cui sguardo si riconosce sempre l’occhio acuto di Parise – sembrano non adattarsi mai al mondo, proprio come lo stesso scrittore, descritto dall’amico Zanzotto come «uno che non può fermarsi in nessun luogo»[1]. Questa non-appartenenza alla realtà è la chiave di lettura del Palomar, che per tutto il “romanzo” se ne sta a gironzolare con quel suo fare a tratti svampito, a tratti bizzoso, con i suoi grandi occhi curiosi da bambino spalancati, alla continua ricerca di stimoli e risposte, alle quali non giunge mai. Palomar, nonostante non si senta estraneo, lo è effettivamente, perché vive la quotidianità a distanza di uno sguardo. È un personaggio “obliquo”, che esiste solo in funzione dei fenomeni che vede e che indaga, ma il suo incessante domandare, al quale seguono infinite congetture, a volte è disturbato dai sentimenti, rumorose interferenze generate dal grande senso di pietà che sembra provare per le cose che lo circondano, come avviene chiaramente nell’episodio di Il gorilla albino,  che ha «bisogno d’una cosa da tener stretta mentre tutto gli sfugge, una cosa in cui placare l’angoscia dell’isolamento, della diversità». Questa riflessione nasce perché il signor Palomar è una lente che l’autore usa per scrutare i fenomeni del mondo, una lente che tende però a trasformarsi in uno specchio riflettente le esitazioni e le speculazioni di questo insolito protagonista, che esce alla fine di ogni avventura eternamente sconfitto, consapevole che nella vita non ci sono risposte – tant’è che nel finale di questo racconto Palomar è a letto, ripensa incessantemente a Copito de Nieve, concludendo che «tutti rigiriamo tra le mani un vecchio copertone vuoto mediante il quale vorremmo raggiungere il senso ultimo a cui le parole non giungono». L’epifania joyciana è qui: nel momento, o nell’oggetto, in cui tutto il nostro sistema di vita si rivela invalicabile.

Entrambi i libri sono pregni di odori, suoni o oggetti che portano alla realizzazione della propria condizione: basti pensare alla carne tagliata dal macellaio in Il marmo e il sangue sotto lo sguardo di Palomar, o al borsellino vuoto di Bontà. A fare da muro invalicabile per Palomar e per le figure dei Sillabari è proprio il loro diverso modo di percepire i sentimenti. Si potrebbero usare, a questo proposito, le parole che Parise segna, nel pieno di una crisi amorosa, in un diario del 1969: «maledetti sentimenti, siano maledetti i sentimenti e le loro sfumature contro cui la ragione non può nulla»[2]. Poche righe, ma necessarie per avere un quadro chiaro di quanto si dipana negli scenari proposti da questi tre autori.

Il tentativo di trovare una ragione dietro qualcosa che non ha niente di razionale, il voler trovare un modello che regoli la pulsione – si pensi a Il seno nudo di Palomar e alle turbe a proposito della pudicizia e del costume – è impossibile, ancor di più se il sentire, come nel caso di questi protagonisti, è amplificato. Palomar, i Dubliners e gli abitanti dei Sillabari non percepiscono la realtà a “misura d’uomo”, ma tutto ciò che accade, a causa della sensibilità che li allontana dalla terra, fa sì che lo schianto per l’impatto con il reale sia più doloroso. Calvino, Joyce, Parise: si tratta di tre scrittori sensibili ed esposti all’urto dei sentimenti, volenterosi di comprenderli e raccontarli. Questi racconti, che non sono altro che slice of life, sono il risultato di un preciso sentire della vita trasformato in esattissimo stile di scrittura: una melanconia gioiosa. Si tratta della grande fortuna d’esser vivi, del grande dramma di essere nati “diversi”, più attenti, più miti, più sensibili. Le superfici del Palomar, di Gente di Dublino e dei Sillabari sono attraversate da un lampo di felicità, accompagnato da un lento fondo di malinconia, che è un po’ quello che accade ai lettori che sfogliano le ultime pagine di Bartleby lo scrivano – lo “strambo” per eccellenza. Nel finale dell’emblematico racconto di Hermann Melville ci si accorge che anche sulle macerie cresce un filo d’erba. Il corpo dello scrivano viene ritrovato nei pressi di un muro di cinta, ma tra mattone e mattone «per qualche strana magia, nelle fenditure, semi d’erba lasciati cadere dagli uccelli erano germogliati». Nel nostro caso, osservando le crepe del muro con l’attenzione che ci è stata tramandata da questi tre “strambi”, siamo sicuri che non si tratti di semplice erba, bensì di wallflower.


[1] Da una citazione di Andrea Zanzotto nel documentario L’altro 900: Goffredo Parise, Rai, 2019. 
[2] Silvio Perrella, Fino a Salgareda, Neri Pozza, Vicenza, 2015.



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copertina: tramite Unsplash

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