26.07.2026

Slavoj Žižek e il punto zero. Macerie, populismo e neofeudalesimo digitale

Con Punto zero, Žižek fotografa il collasso del sistema geopolitico globale — dal populismo di destra al neofeudalesimo digitale — e ci chiede se siamo ancora in grado di sentire il rumore del crollo

«Faceva sempre bene gridare; purché si gridasse forte. Gridare era magnifico. Gridavo come un matto».

Un giovane soldato è ferito: non sappiamo né come si chiami, né quale guerra abbia combattuto. Sappiamo solo che le sue condizioni sono gravi e che sta entrando in un ospedale: è disteso su una barella e qualcuno si chiede se vada incluso nel gruppo dei morti o dei vivi. Fin da subito, però, il soldato comincia a vedere delle cose familiari: alle porte targhette di ottone con incise V-a e V-b, il ritratto di Federico il Grande, i busti di Cesare, Cicerone e Marco Aurelio. Inizia a credere di trovarsi nella sua vecchia scuola, diventata nel frattempo un ospedale: cerca altri indizi, poi si lascia andare all’idea che stia delirando a causa di una puntura che gli hanno fatto per placare il dolore; scorge altre prove, altre targhette, III-a liceo, i baffi di Nietzsche che fanno capolino da un quadro parzialmente coperto, e la mappa del Togo, grande e colorata, esattamente come la ricordava. In fondo — pensa il soldato — tutte le scuole si somigliano, ogni liceo ha i suoi ritratti, le sue cartine geografiche, le aule con i numeri romani. Non può essere vero, tornare ferito e morente nella vecchia scuola lasciata solo tre mesi prima per andare a combattere. Il soldato si convince che sia un errore, una semplice coincidenza; e quando si è messo l’anima in pace è costretto a fare i conti con la realtà: passando davanti a una lavagna, i suoi occhi si fermano su una frase cancellata a metà. Le ultime parole sono ancora leggibili: le riconosce all’istante perché la calligrafia è la sua. Il racconto è di Heinrich Böll (Viandante, se giungi a Spa…, pubblicato nel 1950) e ci mette di fronte a molteplici verità: forse la più crudele è che non solo la guerra spezza le vite e trasfigura i luoghi che credevamo familiari e sicuri, ma che lo fa senza che abbiamo il tempo di accorgercene. Quand’è che la scuola del giovane soldato è diventata una stazione di morte? E quando il giovane soldato ha perduto la la sua identità di studente per diventare ciò che è? Nessuno lo sa: o, meglio, lo vediamo solo quando le cose si sono già trasformate, quando da una barella possiamo scorgere cos’era il mondo prima che fosse così. Quasi mai udiamo il rumore del crollo, ma ogni volta contempliamo con malcelato stupore le macerie che lascia.

Slavoj Žižek, Punto zero, il Saggiatore

Secondo Slavoj Žižek, stiamo vivendo esattamente il momento che precede il crollo: non solo non ce ne stiamo accorgendo, ma stavolta non saremo neanche in grado di vedere la polvere e le macerie che lascerà. Il Punto zero (Il Saggiatore, 2026, traduzione di Olimpia Ellero) descritto dal filosofo sloveno è sia la distruzione del sistema geopolitico e sociale esistente, sia il ritorno al campo base dopo un primo fallimentare tentativo di raggiungere la vetta — Žižek, da buon amante delle metafore e da buon marxista, attinge direttamente a Lenin e al suo A proposito dell’ascensione sulle alte montagne. Da pessimista ci spiega fin da subito che il punto zero non può essere evitato, ma solo attraversato e accolto, in parte, come punto per fermarsi e riprendere il cammino.

Žižek parte da un tema che conosce bene, ossia la debolezza della sinistra liberale mondiale di fronte alla rinascita del populismo di destra: secondo lui la rielezione di Trump non è tanto da attribuire a un successo personale dello stesso Trump, ma alla perdita di consenso della sua sfidante dell’epoca Kamala Harris, incapace di cogliere fino in fondo i bisogni di un elettorato che percepiva i democratici non solo sempre più distanti dai propri valori ed esigenze, ma anche deboli: «[…] di solito, ci immedesimiamo nelle debolezze altrui, non solo — o quantomeno, non soprattutto — nei loro punti di forza; perciò, più i limiti di Trump venivano derisi, più le persone comuni si identificavano in lui e percepivano quegli attacchi come una critica altezzosa verso loro stessi. Il suo messaggio subliminale era: “Io sono uno di voi!”, invece i normalissimi sostenitori di Trump si sentivano perennemente umiliati dall’atteggiamento paternalistico tenuto dall’élite liberal nei loro confronti». Lo sguardo si posa, in maniera quasi inevitabile, su Elon Musk e i grandi tycoon della Silicon Valley: non più semplici capitalisti, ma imprenditori che possiedono e controllano le infrastrutture stesse dello spazio pubblico e comunicativo globale, in quello che lui chiama neofeudalesimo digitale.

Un intenso primo piano di Slavoj Žižek

E ancora: i conflitti dimenticati e non — dall’Ucraina al Sudan, da Gaza alle guerre commerciali —; la Russia e la propaganda, l’Afghanistan e i diritti sacrificati delle donne. Da buon lacaniano, Žižek ci spiega che l’idea attorno alla quale ruota tutto il Punto zero è la perdita dell’autorità simbolica e il suo spostamento verso altro: come quando racconta la guerra economica tra Cina e Stati Uniti e la possibilità che venga coniata una moneta fisica del valore di mille miliardi per ridurre il debito pubblico americano: «non siamo forse di fronte all’efficienza simbolica nella sua forma più pura? Un piccolo pezzo del reale — una monetina — che senza far nulla, limitandosi a starsene sottochiave in una banca centrale, riuscirebbe a modificare radicalmente l’intera situazione finanziaria — e, di conseguenza, economica — di un Paese?». Come il soldato di Böll, che riconosce la scuola e la fine della vita solo quando riconosce la sua scrittura, anche noi, ci avverte Žižek, rischiamo di accorgerci della fine solo quando scorgeremo parti di noi in essa. Quarant’anni fa, il sociologo statunitense Neil Postman ci avvertiva che la nostra società non sarebbe finita sotto un controllo orwelliano, ma sotto la polvere di un totalitarismo apparentemente innocuo, ludico. Se c’è una speranza, ci dice Žižek, risiede nel non restare in silenzio. Risiede nel parlare, o persino nel gridare.

Immagine di copertina: Ospedale di Bassano del Grappa / Immagini d’epoca

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