Dove finisce il pelo superfluo e comincia la resistenza? Dove una doccia bollente diventa rituale politico e un collettivo si fonda su un nome che è un meme e una dichiarazione d’intenti – NoShave/Me, o NoShame, scegli tu. Dove il desiderio non si depila e l’autodeterminazione ha l’odore pungente dell’olio solido al melograno. Esattamente in quel punto. Ed è da lì che comincia Lavinia Mannelli.
La chiamano autofiction, ma qui si parla di ecosistema narrativo. Una dottoranda senza borsa che studia partigiane scritte da uomini, un orto urbano sognato come redenzione e un’ossessione per i glitter che esplodono come manifesti sulla pelle: «I peli, invece, sono la frizione nel mondo, la lotta». E così sia. Nel frattempo, c’è da compilare una call per Firenze, da schivare professori in rime dantesche, da vivere in simbiosi con un collettivo transfemminista che sembra un mash-up tra Fleabag e Le ragazze stanno bene (Giulia Cuter e Giulia Perona, Harper Collins) ma con più henné e rumori marroni in cuffia. La narratrice si muove tra citazioni di Haraway (Denver 1944) e Spotify, precariato accademico e OnlyFans, lottando contro la vergogna come una Braidotti (una delle più importanti filosofe contemporanee nel campo del postumanesimo femminista e del pensiero nomade) con la sindrome premestruale e il mutuo emotivo sulle spalle.
Ci sono giorni in cui si sogna di farsi pianta: «Coltivare un alberello da frutto come un’estensione terrosa di me», mentre l’orto diventa anticorpo politico, al tempo stesso rifugio e progetto. Lì si piantano semi di alleanze, sguardi, rivendicazioni. Ogni germoglio è sorellanza sporca, impastata di terra e sarcasmo.
Non c’è niente di pacificato in questo libro. Le amiche tradiscono, anche se solo con un ginseng non condiviso. Il corpo è luogo di contraddizione e orgoglio. L’università, più che fabbrica, è catena di montaggio interrotta da sigarette di riserva e sberleffi interiori. Jospeh Ponthus (attivista, insegnante precario e operaio interinale), citato apertamente, è il compagno ideale: non un riferimento, ma una condizione. E poi c’è Daniel85. Feticista dei peli, potenziale cliente OnlyFans, spirito guida del male gaze che crede di essere de-costruttore. Vorrebbe pagare venti euro a pelo per vederli cadere, senza accorgersi che ogni pelo è una barricata. «Non tutti gli uomini sono stronzi, alcuni sono solo feticisti dei peli» Ecco, appunto.

Il tono? Una sfinge in glitter. Ironico, intimo, feroce. Qui si ride, ma si ride col dente che scricchiola: «Donna pelosa, spesso rabbiosa», dice uno slogan e la rabbia è chiara, anticapitalista, ma anche profondamente umana. È la rabbia di chi sa che «quando d’estate vado in giro con i vestiti corti le persone non possono fare a meno di guardare le mie gambe al naturale e fare una smorfia di disgusto». Non è solo letteratura, è militanza sudata, tenera, sfibrata.
Tra una nota teorica e una sigaretta accesa in cortile, si fa strada anche la povertà – quella vera, che non si fotografa bene sui social: «Non è tantissimo: novecentoquarantadue euro e novanta centesimi». Il romanzo pulsa nel nodo in cui si incrociano lotta di classe, corpo, desiderio, precarietà e ridicolo. Non se ne esce indenni.
Lo sguardo è interno e ironico, ma mai disincantato. Lavinia osserva le sue amiche, le sue coinquiline di militanza e di insicurezza, con l’affetto disperato di chi sa che senza alleanze non si campa. Il collettivo NoShave/Me è una farsa che diventa reale a forza di crederci. Le dinamiche di classe esistono anche lì. La differenza tra chi può tornare a Pievepelago in macchina e chi non ha neanche le cuffie insonorizzate per non sentire lo stomaco brontolare. Eppure si resta. Si litiga, si ride, si firma la PEC.
La scrittura non spiega, incarna. È politica anche quando finge di essere gossip. Come nella migliore theory fiction, qui si citano testi (hooks, Cuter, Haraway), ma non per fare bella figura: per restare vive. Il corpo postumano che si sogna pianta non è metafora, è desiderio concreto, come una crema fatta in laboratorio con le amiche o un falafel mangiato sotto un leccio con la connessione che salta.
Il patriarcato? Una struttura. Ma anche una serie di dettagli: un professore che fa battute cretine, una madre che non capisce, una compagna di corso che dice che i peli “fanno schifo”. A tutti loro, Lavinia risponde con ironia e resistenza. Come una Sylvia Plath post-industriale cresciuta a pane, pessimismo e TikTok.
Il personale è politico, certo. Ma anche poetico, poroso, precario. Qui si batte per una borsa di studio come per la possibilità di piangere in pace in biblioteca. Per un orto da coltivare come per il diritto di pubblicare un libro, o semplicemente respirare. Storia dei miei peli (66thand2nd) è tutto questo. Un grumo peloso di pensieri e carne, scritto con stile, lucidità e una dose letale di autoironia. Non una teoria da studiare, ma una vita da vivere. Piena di peli, piena di luce. E di glitter, ovviamente.