21.07.2026

Proteggere la democrazia, difendere la Costituzione. Intervista a Luca Sommi

Il giornalista e critico è pronto a difendere la Costituzione italiana, la più bella, ma anche la più rigorosa fra tutte

In occasione dell’uscita del suo ultimo lavoro dedicato alla Costituzione, Luca Sommi racconta La più bella, un libro anche sentimentale.



È bella, la più bella, scrivi nel titolo del tuo libro edito da Baldini+Castoldi, parlando della nostra Costituzione. Ma è possibile che si adatti in modo così perfetto ai tempi così mutati? Potremmo dire che ha un po’ la stessa natura di un classico?
Diciamo che la Costituzione è una “cosa umana”, quindi, come ogni cosa umana, è perfettibile: non è una legge divina, non è la verità indiscutibile, però è un testo scritto più di settant’anni fa, che contiene dei princìpi capaci di parlare per ogni tempo e sa ancora regolamentare l’ordinamento giuridico italiano perfettamente, dopo tanti anni. È evidente che ci siano delle cose che al suo interno possano essere modificate, essa stessa lo prevede – viviamo in una società scolarizzata, come si dice – ma non andrebbe stravolta, le disposizioni fondanti non devono essere modificate. La Costituzione è un’ambizione di convivenza sociale e risponde, in quanto tale, a tutti i crismi della convivenza sociale, dall’uguaglianza, alla dignità, al lavoro, al rispetto: c’è tutto nella nostra Carta Costituzionale. E c’è tutto indipendentemente dal tempo che passa, perché, se pensiamo a quando è stata scritta, parliamo di un’epoca preistorica rispetto alla contemporaneità, eppure ancora oggi, nei suoi princìpi fondamentali, non c’è nulla da modificare. Perché la Costituzione è una norma dispositiva: l’ordinamento giuridico italiano prevede una gerarchia verticale, la Costituzione è più in alto di tutte le altre norme legislative e nessuno può contraddire una norma di rango superiore; la si può modificare soltanto attraverso una procedura molto più complessa rispetto alle procedure applicabili alle altre norme.


Nel IV secolo a.C. Aristotele, nella Politica, ha scritto: base della costituzione democratica è la libertà. Quanto siamo liberi nel 2026?
Dipende cosa s’intende per libertà (di parola, d’espressione, di arbitrio, di muoversi…). È chiaro che siamo inseriti in un contesto e i contesti prevedono delle regole, Rousseau diceva che firmiamo un contratto sociale quando ci facciamo comunità. Bene, firmando quel contratto sociale, ci sono delle limitazioni alla libertà. Abbiamo deciso, tutti insieme, di limitare un po’ la nostra libertà per avere un po’ più di serenità. In sostanza, abbiamo sacrificato un po’ di felicità, per avere un po’ di serenità, perché la convivenza sociale necessita di regole, la libertà sta dunque all’interno di questo perimetro di regole.

Gli stessi padri costituenti pensarono che la Costituzione dovesse essere ritoccata, altrimenti non avrebbero scritto l’articolo 138 sulle procedure di revisione. Si dovrebbe ritoccarla, a tuo parere? E perché è così difficile farlo?
La Costituzione dà la facoltà di modificare la Costituzione stessa, salvo sulla forma repubblicana. La procedura è complessa, perché stiamo parlando della norma fondamentale di uno Stato che, essendo norma dispositiva, non contiene obblighi di fare o non fare qualcosa, ma contiene la mappa topografica giuridica e, aggiungerei, morale del nostro Paese. Quindi, per modificarla, c’è bisogno di una procedura lunga, ed è stata modificata negli anni! Tante volte. Però le modifiche sostanziali, quelle strutturali, quelle importanti sono sempre naufragate di fronte a uno strumento che la stessa Costituzione prevede: il referendum popolare. Lo abbiamo poi visto di recente. Quindi le grandi riforme, che volevano cambiarne i connotati, sono state tutte bocciate dal popolo. I padri e le madri costituenti avevano previsto uno strumento attraverso il quale il popolo potesse avere l’ultima parola, e non la prima. Questa è una lungimiranza fondamentale.

Perché in Italia molto spesso legge e Costituzione non trovano punti d’incontro e piuttosto rivelano pesanti incongruenze?
Non direi che questo sia vero: la legge non può avere incongruenze con la Costituzione, altrimenti sarebbe anticostituzionale. Diciamo che i valori, i princìpi portanti dalla Costituzione sono princìpi teorici, che poi devono trovare applicazione. Il cosiddetto diritto positivo spesso non riesce a trovare applicazione rispetto a questi princìpi fondamentali. Prendiamo l’uguaglianza: esiste un’uguaglianza sostanziale oggi in Italia? No, non ancora. Ricordo che la donna ha conquistato il voto solo nel 1946, per il referendum repubblica/monarchia. E la donna ha acquisito tanti diritti, che sono diritti di eguaglianza con l’uomo, solo avanti negli anni, quindi, come vedi, quando è stata promulgata, nel 1948, non dava corpo ai princìpi che essa stessa promulgava. Il diritto positivo deve porre in essere i suoi princìpi: col tempo, pian piano, ce la sta facendo, ma non ce l’ha ancora fatta del tutto. Oltre al voto alle donne, gli esempi da apportare sarebbero poi tanti.

Nei tuoi interventi televisivi, ribadisci sovente che si è perso molto il senso comune, il senso della collettività, questo perché c’è molto individualismo in giro? Abbiamo forse messo in ombra l’articolo 2, che ricorda l’esistenza di una solidarietà politica, economica e sociale?
Non saprei fare della psicologia sul fatto che abbiamo o meno perso il senso di collettività o su quanto siamo individualisti, dico semplicemente che il senso di collettività sta proprio nel rispondere a una domanda: che cosa posso fare io, per stare nel mio Paese, nella mia città, contribuendo? Posso vivere con atteggiamento etico, che vuol dire che devo pensare se le azioni che pongo in essere (e quasi tutte le azioni sono politiche, da come buttiamo l’immondizia, a come e dove parcheggiamo, etc.) le sto compiendo solo per me stesso o anche per la comunità in cui vivo. Ecco, credo che questo sia un principio che la Costituzione ribadisce più volte, però spesso è disatteso.

Se si facesse una statistica, quante italiane, quanti italiani secondo te conoscono almeno i primi 12 articoli fondamentali? Perché c’è questa grave lacuna? Nelle scuole, nelle piazze… Proponi delle soluzioni per rieducarci alla Costituzione?
Scrivere un libro come il mio (sorride), che consenta di amarla come essa merita. Un libro non tecnico, ma un libro sentimentale, perché, come diceva Antoine de Saint-Exupéry, per formare un marinaio, non bisogna insegnargli come si costruisce un remo, bisogna infondergli la nostalgia del mare. Ecco, noi dovremmo infondere, attraverso le nostre azioni quotidiane, attraverso i libri che vengono scritti, un amore nei confronti di questa Carta, che ci dice una cosa fondamentale: non aver paura, ci sono qua io a proteggerti.

Gustavo Zagrebelsky, in Tempi difficili per la Costituzione, si chiede se i costituzionalisti siano davvero ancora così uniti come una volta, perché c’è un radicato senso di smarrimento. Esiste peraltro anche un’associazione di costituzionalisti, dal 1985, ma sembra che si fatichi a difendere le cose autentiche. Perché? Non è possibile una visione ottimista a riguardo, secondo te?
Le aggregazioni umane sono in conflitto perenne. Lo sono anche quelle scientifiche, lo abbiamo visto col Covid: un virologo diceva A, il virologo opposto diceva B. Quindi figuriamoci se non c’è conflitto e confronto tra i costituzionalisti su una cosa, la legge, che va interpretata, perché il giudice di fatto interpreta la legge, a volte fa una sentenza su una norma che si oppone ad un’altra e in tal modo si pratica la giurisprudenza. La verità è che la comunanza d’intenti dovrebbe vertere su una sola cosa: sul fatto che la Costituzione difende dei princìpi, ad esempio il principio della dignità, citato tre volte nella Costituzione: due volte come sostantivo (dignità), una volta come aggettivo (dignitoso). E che cos’è questa dignità? È proprio il concretizzarsi del principio di uguaglianza, cioè far sì che nessuno rimanga indietro. Quando ci facciamo comunità, dobbiamo condividere gioie e dolori: chi ce la fa deve dare una mano a chi non ce la fa. Questo dovrebbe essere anche il terminale ultimo della politica, no? Aiutare chi non ce la fa, perché chi ce la fa, ce la fa da solo. E quindi seguire i princìpi della Costituzione significa essere solidali, sapere che siamo tutti sulla stessa barca e che siamo tutti marinai di quella barca: se un marinaio non riesce a remare, tenterò di remare il doppio, e lo stesso dovrebbe fare lui, se io non vi riuscissi.

Ci sono dei luoghi inevitabilmente legati alla Costituzione: li hai visitati per poter scrivere?
No, perché amo la sostanza delle cose, non il folklore. Voglio essere sedotto dalla sostanza delle cose. Lo dicevo già quando ho scritto il libro sulla Divina Commedia: che non va affrontata in prima lettura in modo sentimentale, ma razionale. Solo dopo l’approccio razionale, arriva quello sentimentale. Quindi, se vado nei luoghi della Costituzione, è senz’altro bello da vedere, ma non ha niente a che vedere con quello che lei è. Cioè, i padri e le madri costituenti hanno fatto un testo che può resistere nei secoli e che è stato scritto con la bellezza di una poesia. Questa è la sostanza. Poi, che sia stato scritto in parte in quel caffè, in parte su quell’isola, non è importante.

Un articolo che secondo te dev’essere un mantra per i cittadini?
L’articolo 3, che è forse il più rivoluzionario – e impegnativo, come diceva Calamandrei – perché obbliga la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di carattere sociale ed economico, che impediscono alle persone di seguire le proprie ambizioni, ed è quasi commovente. Soprattutto dice che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, indipendentemente da tutti i fattori: dalla razza, dalle opinioni politiche, dal sesso, dalla condizione personale e sociale. La Costituzione ci dice dunque che dobbiamo partire tutti dallo stesso punto di partenza e non prevede lo stesso punto di arrivo: la felicità, la realizzazione è cosa nostra, però dobbiamo tutti muoverci dallo stesso punto di partenza; il più bravo, poi, vincerà anche la gara, però guai se qualcuno parte da un punto diverso, posto più indietro o più avanti. Ed è qui che la Carta Costituzionale racchiude dignità, eguaglianza, lavoro, tutto. La Costituzione non prevede inoltre prescrizioni, non prescrive cioè di fare o non fare qualcosa, l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo: non dice cosa bisogna fare. Prende questa posizione di fatto solo nell’articolo 3, dove leggiamo che è compito della Repubblica rimuovere…è compito: punta il dito verso la Repubblica. E faccio un esempio calzante ai nostri giorni: in Italia ci sono persone che guadagnano 4/5€ all’ora e non è loro consentita una vita dignitosa. Quando un governo decide di non garantire un salario minimo, come poi accade in tutti i Paesi (in Germania il salario minimo è 12€), quando un governo lascia fare solo alla contrattazione collettiva, succede che magari qualcuno ha poi un contratto da 5€. Il governo attuale sta dicendo che questo non è affare del governo, ma della contrattazione collettiva. Sì, in un mondo ideale. Ma nel mondo reale non è così. E laddove non arriva la contrattazione collettiva, deve intervenire la mamma, che è la Costituzione, che è la Repubblica, che è in sostanza il governo. Laddove il bambino non fa bene i compiti, interviene la mamma a farlo studiare. E quindi deve intervenire il governo a mettere una soglia minima, sotto la quale non si deve scendere. È proprio compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, non della contrattazione collettiva o dei corpi subalterni.

L’ultimo tuo e-book, 2 giugno 1946. Una bella rivoluzione (presto avremo in circolazione il cartaceo), con prefazione di Luciano Canfora, segna una sorta di sequel di La più bella?
Non è un sequel, semmai un prequel. Te lo spiego così: per comprendere il concetto di “democrazia” moderno bisogna partire da lontano, dalla sua etimologia. La parola è composta da due parole, démos, che vuol dire “popolo”, e da krátos, che vuol dire “potere”. Dunque in italiano potremmo tradurla con “potere del popolo”. Ma potere del popolo su chi? Ovvio, potere del popolo sul popolo. In prima istanza il popolo è governante, in seconda è governato. E qui, in questo spazio, diciamo in questa transizione di potere, risiedono alcuni dei problemi propri della democrazia. Nel senso che la transizione di potere “dal” popolo “sul” popolo è strutturata su un impianto, diverso da democrazia a democrazia, che poggia le basi su una sorta di sorveglianza della transizione. Una “sorveglianza” che mira, appunto, ad evitare – il più possibile – storture nella democrazia. Questo significa che il referendum del 2 giugno 1946 segna, anche da questo punto di vista, una discontinuità profonda. Non solo perché decide la forma dello Stato, ma perché inaugura una fase nella quale il rapporto tra cittadini e voto cambia radicalmente. Il suffragio universale, la partecipazione femminile, il coinvolgimento di massa, la percezione diffusa della posta in gioco rendono quella consultazione qualcosa di molto più grande di una semplice prova elettorale.

Se dovessi misurare lo stato di salute dell’Italia non con il PIL ma con la qualità della sua democrazia e del dibattito pubblico, cosa diresti? Insomma, come sta l’Italia figlia della Costituzione?
Mi piacerebbe dire che stia bene, ma purtroppo non è così. Bisogna ancora esortare la politica, perché il concetto di uguaglianza è tuttora un’utopia. C’è tanta strada da fare, e dai segnali che arrivano è tutta in salita.


Photo credits courtesy of Luca Sommi

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