«L’anarchia non può avvenire che a poco a poco, crescendo, gradualmente in intensità e in estensione. Non si tratta di fare l’anarchia oggi o domani, o tra dieci secoli, ma di camminare verso l’anarchia Oggi, Domani, sempre». Così si esprime Errico Malatesta (1853-1932), anarchico rivoluzionario che tutti quelli che hanno conosciuto ricordano, tra le altre cose, soprattutto per una straordinaria coerenza manifestata per tutto il corso della sua vita. È la sua figura, che così tanti ha affascinato in vita e nell’ultimo secolo, a ispirare molte delle pagine di L’amico spagnolo, romanzo scritto da Francesco Forlani per Exòrma edizioni.
Il romanzo è strutturato in cinque “quaderni” come altrettanti macro capitoli, la cui trama si sviluppa su due piani che si intersecano nel corso della vicenda. Mentre il protagonista del libro, Franck, dopo essersi lasciato con la fidanzata Rosa, decide di partire per una residenza di scrittura a Saragozza, dove potrà raccogliere informazioni utili alla stesura del suo nuovo libro, scorrono parallelamente citazioni, luoghi, riferimenti e osservazioni proprio legate all’argomento su cui Franck dovrebbe scrivere, Malatesta su tutti. Ma qual è l’argomento centrale del romanzo? Con un’interessante struttura metanarrativa infatti, L’amico spagnolo finisce per essere proprio il prodotto finale delle ricerche svolte dal protagonista come parziale alter-ego dell’autore (e nel corso della narrazione, vere e proprie fotografie dei quaderni scritti a mano da Forlani ci danno la possibilità di seguire lo sviluppo creativo pregresso del romanzo).

Si è detto che Malatesta dovrebbe essere l’argomento principale del libro di Franck. Quando quest’ultimo arriva a Saragozza, inizia a conoscere i colleghi professori e la città che fu, tra le tante cose, teatro cruciale di scontri nella guerra d’indipendenza spagnola contro le truppe napoleoniche. Eppure, nel riferire la raccolta di informazioni sul celebre rivoluzionario, emergono in dialoghi e resoconti una serie di figure come schegge impazzite che non sempre sono direttamente legate a Malatesta (fantasma inafferrabile e ideale a cui Franck continua a fare ritorno), ma ne condividono lo spirito. Il centro delle ricerche di Franck sembra continuamente slittare, si forma un campo sempre più ampio attraversato da un filo rosso che unisce epoche e vicende, come se tutto contribuisse a formare una chiave di lettura per domande e temi più profondi a cui Franck tenta di trovare una risposta. Visto che, come si sa, cercare di rispondere ad una domanda conduce a farsene molte altre, spesso finendo lontano dal punto di partenza, ecco che solamente verso la fine Franck riuscirà a trovare una formulazione per lui adeguata ad una serie di questioni che lo opprimono.
A modo loro dunque, i personaggi che trovano posto nel romanzo sono accomunati da un senso indefinito di ribellione al potere e autodeterminazione. Spesso inconsapevolmente, tutti contribuiscono ad ampliare piuttosto che circoscrivere l’idea di anarchia che Franck cerca di delineare, e dell’anarchia ne esce allora una fotografia sfocata, forse inutilizzabile ma certamente più vicina a quella che lo stesso Malatesta era propenso a definire “un’anarchia senza aggettivi”, intendendo con questo la fedeltà ad un’idea piuttosto che ad una definizione univoca:
«Non andava fissato un momento a quel desiderio di vita libera, realizzazione degli ideali, di morte felice. L’utopia doveva rimanere tale e non aspirare a un posto fisso nella storia.»
L’anarchico è allora soprattutto colui che ha una “faccia provvista di visioni” perché “una visione è tutto”, ed i modi per realizzarla possono essere tra loro molto diversi, come dimostra il grande caleidoscopio di coloro che hanno tentato faticosamente di realizzare la propria. Tra questi, nel romanzo ci sono molte donne direttamente rivoluzionarie come Olivia Rossetti (1875-1960) e Maria Roda (1877-1958), moglie di Pedro Esteve, ma anche figure più ambigue come la religiosa Giulia Di Marco (1574-…), legata alla “Setta della carità carnale”, oppure la maga Circe, ad indicare che la figura femminile, sia nella realtà che nella finzione, anche simbolicamente, ha da sempre esercitato una spinta costante e contraria alle varie forme di potere, fino ad oggi.

L’amico spagnolo del titolo fa invece formalmente riferimento al già citato Pedro Esteve (1865-1925), compagno anarchico di Malatesta nato a Barcellona che lo ha accompagnato per una parte considerevole della sua vita. Anche Franck ha un amico spagnolo, Pim, che in un punto di svolta del romanzo gli affida una zingara di nome Marioara ricercata dalla polizia, chiedendogli che si prenda cura di lei (e quale popolo potremmo considerare, forse, più anarchico di quello dei Rom, nomade e privo di una forma centrale di potere organizzativo?). Ne nasce una relazione molto affettuosa che porterà i due ad aiutarsi reciprocamente e ad approfondire l’autoritarismo nelle sue varie forme, come per esempio quello franchista che, per un episodio legato al passato di Marioara, emerge nell’oscura vicenda del sequestro di bambini degli oppositori al governo, svolto negli ospedali durante il regime di Franco. Ma dopotutto è proprio nell’esigenza di un aiuto concreto che Franck e Marioara finiscono per essere circondati da amici (“spagnoli” perché residenti a Saragozza, ma non solo) che non fanno altro che sostenerli fino agli ultimi atti del romanzo. “L’amico spagnolo” diventa allora qualcosa di più, il simbolo di una resistenza, l’espressione pratica di una rete fatta di persone che manifestano la propria solidarietà a chi è in difficoltà, aiutandosi l’un l’altro e accomunati da un ideale.
Insieme a questo, come abbiamo detto, all’inizio della narrazione Franck si ritrova al termine di una storia d’amore con Rosa. Dopo l’ennesimo “per sempre” ecco che un’altra storia d’amore della sua vita giunge al termine lasciandolo a dover fare i conti con la consueta sofferenza di un amore perduto. Come fare dunque, si chiede il protagonista, a non far finire un amore? A Saragozza, Franck sta cercando una risposta anche a questa domanda che torna come un leitmotiv per tutto il romanzo. La relazione, o addirittura il matrimonio, non sono forse forme d’amore che hanno in sé qualcosa di autoritario? Il chiostro della famiglia non cerca forse di imbrigliare quel sentimento, quell’idea di amore che sarebbe meglio lasciare libera? Ancora una volta gli viene in parziale soccorso Malatesta:
«“Amare tutti”, certo, “è come non amare nessuno”, si ripete la frase di Malatesta e ora Franck sa più che mai che con la perdita di Rosa, mancando lei manca l’umanità tutta intera. (…) Sulla questione del libero amore, probabilmente avevano ragione tutti. Quelli come Pedro Esteve che rivendicavano l’esclusività dell’amore, la libertà che quel legame sentimentale, fisico, morale, spirituale non rendeva prigioniero di alcunché.»
In questo percorso Franck si cimenta nel difficile equilibrio tra il lasciar andare e l’attrarre, tra il manifestare la cura necessaria ad ogni cosa che abbia la delicatezza fugace delle farfalle e il rischio invece di soffocarla.
Connesso a tutto questo, all’anarchia e all’amore, c’è poi il tema della violenza e della sua giustificazione che emerge sia nelle ombre dei regimi autoritari della Storia, sia nella lotta a questi regimi. Insomma, come si uccide un uomo? Perché molti sono stati gli anarchici, come per esempio il più volte citato nel romanzo Gaetano Bresci (1869-1901), ad aver pensato che la violenza fosse un atto tutto sommato giustificabile per un fine più grande, finendo per riproporre i medesimi schemi dei sistemi di potere. Malgrado il libro eviti di problematizzare troppo la questione (soprattutto in riferimento alle vicende personali di Marioara), cita a questo proposito la ferma condanna di Malatesta: «L’essenziale, (…) è non già uccidere un re ma uccidere tutti i re nel cuore e nella mente della gente».

L’amico spagnolo racconta una suggestiva tela di personaggi che come tante piccole tessere, mostrano alla fine un mosaico ideale della libertà e della libera espressione contro ogni forma di potere oppressivo:
«Il viandante ansioso di varcare il torrente getta pietre una sull’altra, nel profondo dell’acqua, poi posa sicuro il suo piede sulle ultime che affiorano, perché sa che quelle scomparse nel gorgo sosterranno il suo peso.»
La frase, tratta dalla biografia del rivoluzionario Carlo Pisacane scritta dall’antifascista Nello Rosselli e posta a chiusura del libro, cerca in fondo di illustrare la parabola di ogni ideale. Ogni grande conquista umana si sostiene degli sforzi precedenti fatti per raggiungerlo, e mai nessuno può e deve considerarsi solo nel perseguirla, o mettersi al di sopra di essa (come nell’ambiguo finale che cambia gli ultimi momenti di vita di Malatesta, ma solo per poco, giusto il tempo di un sogno).
Bisogna riprendere gli sforzi da dove altri li hanno lasciati, aperti al cambiamento e ponendo una pietra in più nel contrasto a ogni forma di potere, violenza e sopruso che invece vorrebbero un mondo immobile, farfalle «da uccidere per forza così da poterne poi disporre (…), con spilli entomologici fissarne le parti, crocifiggerle, così che in quel vuoto rimangano visibili per l’eternità». È necessario continuare a coltivare la speranza che un giorno questo fiume sia finalmente attraversabile. Y basta de historias tan lamentables.