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Mi racconti, dunque sono: Storia di un’amicizia secondo Silvia Avallone



Nel 2011 la febbre dell’Amica geniale saliva nelle classifiche nazionali e internazionali, contribuendo a sedimentare nell’immaginario mainstream collettivo la rappresentazione dell’amicizia femminile, argomento poco raccontato in letteratura. In Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf lo definiva una «vasta sala non ancora visitata. È tutta mezze luci e ombre profonde, come quelle grotte labirintiche dove si va con una candela in mano, scrutando qua e là, senza sapere dove si mettono i piedi». Poco cambia fino agli anni Sessanta e Settanta, quando a mettere in scena amicizie e sorellanze sono autrici del calibro di Doris Lessing (Il taccuino d’oro, 1962), Christa Wolf (Riflessioni su Christa T., 1968), Toni Morrison (Sula, 1973) e R. P. Jhabwala (Caloree polvere, 1975). Negli anni Ottanta, poi, la studiosa americana Elisabeth Abel pubblica un saggio dal titolo (E)merging identities: The Dynamics of Female Friendship in Contemporary Fiction by Women, in grado di attivare un dibattito che all’interno della sala labirintica di cui parlava Woolf si propone di tracciare un percorso, fra finestre aperte e porte sbarrate. È anche da quella riflessione che, decenni dopo, nascono Lila e Lenù, le amiche geniali di Elena Ferrante che oggi si configurano come le matrici italiane di un florilegio di personagge contemporanee raccontate secondo il filtro del loro legame di sorellanza. Ne sono un esempio Elisa e Beatrice, le protagoniste del nuovo romanzo di Silvia Avallone, Un’amicizia, uscito nel novembre 2020 per Rizzoli.

Elisa e Beatrice

Oltre al titolo didascalico, a metterne in chiaro gli intenti sono la copertina e l’esergo tratto dalle Correzioni di Franzen: l’immagine che campeggia sul corpo del volume è quella di due ragazze che ballano abbracciate, mentre la citazione dal romanzo americano dichiara che la vita non serve a vincere. Se ne può dedurre che la storia sia incentrata sull’amicizia di due perdenti, e in particolare sul modo in cui quel legame risarcisce e poi sfianca le esistenze di entrambe.
Elisa e Beatrice sono perdenti perché impegnate nella difficile fase della crescita che è l’adolescenza e, come scrive la prima, «crescere è una perdita». Tutto si perde e tutto finisce, anche una simbiosi apparentemente indissolubile che proprio nella sua conclusione traumatica svela la misura del proprio potere trasformativo: l’esperienza del piccolo lutto, dell’assenza improvvisa l’una dell’altra, infatti, permette alle identità delle protagoniste di strutturarsi, definendosi nella loro forma adulta.

L’io narrante scrive che la perdita di Beatrice è solo l’ennesimo vuoto di un futuro che «procede per sottrazioni». Nel corso della storia, il concetto di sottrazione acquisisce un’accezione non completamente negativa, perché se da una parte la reciproca mancanza è dolorosa, dall’altra rivela uno spazio inatteso, una feritoia in cui le due giovani donne possono incanalare un’intelligenza creatrice, in precedenza condizionata dalla presenza dell’altra.
«Take your broken heart, make it into art» diceva alla premiazione dei Golden Globes di qualche anno fa Meryl Streep, ricordando l’amica scomparsa Carrie Fisher. Così se Beatrice, lontana da Elisa, si sdoppia per aderire completamente al suo inarrivabile alter ego virtuale e diventare il capolavoro di sé stessa – «la Rossetti» antesignana delle influencer da milioni di like – Elisa, lontana da Beatrice, fa della letteratura la sua vita e diventa ricercatrice universitaria. E infine, compie quello stesso gesto che nell’universo narrativo dell’Amica geniale appartiene a Lenù: ripesca da scatoloni dimenticati i diari degli anni precedenti, per fare di sé e Beatrice materia da romanzo.

Elisa e Beatrice
Silvia Avallone

Il racconto social dell’una trova così la sua controparte nel racconto letterario dell’altra. A confronto, queste due forme di autonarrazione, che pure si servono di linguaggi differenti, si scoprono unite dagli stessi imperativi: mentire, abbellire e sedurre. Mentre le foto di Beatrice documentano una vita perfetta e senza mancanze, le parole di Elisa di quelle mancanze celate vanno a rivelare impietosamente le origini, lasciando trapelare il sospetto che lei stessa sia una narratrice inaffidabile quanto la Beatrice che sorride dagli schermi.
Il gioco perpetuo è quello di scoprirsi e celarsi, rincorrersi e superarsi, ferirsi per poi consolarsi della ferita originaria, la stessa, che trova sollievo solo fra le mani di chi ha conosciuto lo stesso dolore. La radice della sorellanza apparentemente inspiegabile di Elisa la disadattata e Beatrice la magnifica si origina infatti nella loro comune identità di figlie segnate da madri fallibili, topoi immancabili nella narrazione delle identità femminili: «Come potessimo parlarci così senza conoscerci, non so. Forse accade a tutti gli adolescenti di scostarsi i vestiti per confrontare le ferite inferte dalle proprie madri e vantarsene».

Entrambe pretendono dall’altra il risarcimento per la sofferenza generata dal conflitto con il materno, rispetto al quale si cerca una salvezza o un’alternativa. Di più: ora spronandosi severamente, ora offrendosi amore incondizionato, Elisa e Beatrice si propongono metaforicamente come l’una la madre dell’altra, secondo una dinamica narrativa ormai presente nella narrazione pop (ad esempio, nella terza stagione di Sex Education, Aimee propone a Maeve lo stesso patto di maternità sostitutiva). La regola, però, è sempre la stessa: a un certo punto il cordone ombelicale va tagliato. Dal tentativo di mettere ordine nel dolore conseguente e dalla necessità di comprendere i confini che separano il sé dall’alterità, nasce il racconto che Elisa confina ai file Word del suo computer. La scelta di una scrittura offline e riservata esclusivamente al proprio sguardo è una scelta interessante, perché le caratteristiche complementari volte a delineare le due protagoniste riguardano anche la loro presenza o assenza nel mondo virtuale: Beatrice è ovunque e facilissima da rintracciare, Elisa mostra una ritrosia tale da non caricare una sua foto nemmeno sul sito dell’università per cui lavora.

In un’epoca dominata da una mania egotica rispecchiata dall’invasione dell’autofiction nel mercato editoriale, Un’amicizia mette in scena una relazione travolgente fra due soggettività che sono narratrici di se stesse, riflettendo quindi sulla domanda suprema: «La vita ha davvero bisogno di essere raccontata, per esistere?».



Photo Credits
Copertina: Pexels
Un’amicizia, Silvia Avallone, Rizzoli Libri

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