05.05.2026

Mario Praz fra diavoli e posteri

Un ritratto del grande anglista la cui iella si è conservata illustre e imperitura

Mario Praz lo iettatore: la diceria di essere portatore di malocchio perseguitò per tutta la vita “l’illustre anglista”, come lo chiamavano in tanti pur di non pronunciarne il funesto nome. Nel mondo letterario era infatti noto che Praz portasse iella, e la calunnia permane anche dopo la sua morte.
Stando alle non sempre attendibili Stanze di Indro Montanelli, Praz prendeva la cosa con umorismo; tuttavia è difficile credere che non ne soffrisse, anche perché la diceria era dovuta a un suo saggio che trattava in parte del “demonio” – La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica – e alla malformazione congenita a una gamba che lo costringeva a zoppicare, come quel Lord Byron di cui tanto ha scritto. In molti consideravano Praz un emissario del male, uno strano studioso incespicante che però era in realtà uno strumento delle tenebre. Quasi tutti lo evitavano.

Praz

Qualche tempo fa Mario Praz mi si è palesato mentre leggevo il romanzo di uno scrittore guatemalteco, Rodrigo Rey Rosa. A pagina 80 dell’unica edizione italiana di Severina (Feltrinelli, traduzione di Danilo Manera) una ragazza – Severina, appunto: una ladra di libri – legge una nota scritta a margine su un saggio di Praz. La nota dice: «Non ti preoccupare di quelle due sorelle diseguali, l’Ammirazione e l’Invidia, figlie del Merito, falso amico del Successo». 

Non si capisce bene cosa ci faccia lì quella frase, visto che con il romanzo non c’entra niente. Il narratore chiede a Severina di quale libro si tratti e quando lei gli mostra la copertina – Gusto neoclassico, di Mario Praz – lui fa «un gesto contro il malocchio», probabilmente le corna. Il romanzo di Rodrigo Rey Rosa è stato pubblicato nel 2011 ed è ambientato ai giorni nostri. La calunnia quindi perdura e arriva fino al Guatemala: Praz portava iella in vita e ne porta ancora in morte. Non bisogna pronunciare il suo nome né aprire i suoi libri, leggerlo; quando si nomina Praz è bene fare i dovuti scongiuri.

Praz

Leggiamolo. C’è un capitolo di Il prazzesco (una raccolta di saggi inclusa nel Meridiano di Praz) che è intitolato Per i posteri. In esso Praz si diletta a immaginare cosa resterà di lui dopo la sua morte. Dice che per tutti gli scrittori sopravvivere nella memoria dei posteri è «un’ansia naturale e legittima»; dopodiché aggiunge scherzosamente che il segreto è lasciare dietro di sé non delle opere vaste e imperfette bensì poche tracce indimenticabili che possano rimanere nei cuori dei lettori o anche soltanto accendere la loro curiosità. Quindi passa al suo caso specifico, ricordando che in The Life and Letters of Sir Edmund Gosse si dà a tale Mario Praz del «grande swinburniano» e che in Approximations Charles Du Bos lo definisce invece «un grande amico di Vernon Lee». Praz mette l’accento sulla parola “grande”, great. In ogni caso, per i posteri Mario Praz rimarrà grande.

Segue un’altra chiosa: in un articolo su una rivista, tale Marie-Anne Comnène nomina un certo “Marco Pron” presente al Pen Club, un critico italiano, solo che “Marco Pron” è in realtà “Mario Praz”, rivela Praz, e scrive:

«E addirittura mi smammolo dal piacere a pensare al trionfo del futuro studioso quando avrà identificato Marco Pron proprio con quella stessa persona che a un altro congresso del Pen Club, circa venticinque anni prima, il celebre Charles Du Bos incontrò a Stratford-upon-Avon!»

La grandezza postuma di Mario Praz è pertanto assicurata. «Un grande animatore del Pen Club», lo definisce Marie-Anne Comnène nell’articolo. Il nostro audace saggista rimarrà per sempre great, indipendentemente dalle opere.

Ci sono altre tracce della sua certa posterità, insiste Praz. La prima è contenuta in un libro di viaggio di Derek Patmore, Italian Pageant: «Dr. Mario Praz, so long a staunch friend of Great Britain.» La seconda, più subdola, consiste in una traduzione ungherese di Gusto neoclassico che in realtà è un libero rimaneggiamento in chiave filocomunista, un saggio nel quale, osserva il divertito Praz, «al compagno Praz viene fatta denunciare con pesante ironia la società aristocratica e capitalista che aveva prodotto il gusto neoclassico».

Il grande letterato diventa quindi il grande comunista, e Praz si diverte a supporre che in futuro del saggio rimarrà soltanto quella versione mutata. D’altra parte, aggiunge, gli studiosi venturi sapranno bene che i voltafaccia alla loro epoca non erano infrequenti. Praz il comunista prevarrà dunque su Praz lo studioso? 

Chissà quale versione di Gusto neoclassico legge Severina, la giovane protagonista del romanzo di Rodrigo Rey Rosa, Severina. Mario Praz non manca né di genio né di ironia e ci insegna (con leggerezza) che la brama di posterità può giocarci brutti scherzi. A ogni modo, l’ultima traccia che lascia di sé è un refuso, dal libro The Outer Edges, di Charles Jackson, che fa così: «Le migliori letture al mondo per un delinquente sessuale sono fornite da Mario Pratz e da Bertold Brecht.»

Ma Mario Praz non è affatto convinto di essere Mario Pratz. Forse che sì forse che no, come dice un titolo di quel d’Annunzio che lui stesso taccia di fasullagine. A noi posteri la ghiotta sentenza.



In copertina: un Memento mori della collezione di Mario Praz all’interno del museo. Foto di Maximiliano Massaroni

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