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La Signora Potter non è esattamente Santa Claus. Intervista a Laura Fernández



Uscito in Italia per Solferino poco prima di Natale La signora Potter non è esattamente Santa Claus è uno dei romanzi spagnoli più bizzarri e discussi degli ultimi anni. Grande successo di pubblico e critica in patria, il libro, il sesto della scrittrice e giornalista catalana Laura Fernández, è impossibile da classificare.
Stephen King, Thomas Pynchon, Vonnegut e Foster Wallace, in un’ambientazione alla Fargo con un ritmo e una lingua da serie tv. Tantissimi i riferimenti, per lo più occulti, che a seconda del proprio background ciascun lettore saprà riconoscere in questa storia in cui animali, palline da golf o da tennis, addirittura le fronti,  hanno un ruolo e una personalità, talvolta in contrasto con il personaggio a cui appartengono.
Uno stile ridondante, eccessivo che dà vita a una sorta di effetto Droste dove ogni immagine è identica alla precedente, ma con parecchi dettagli in più.
Nella dimensione metaletteraria del libro la finzione si nutre del reale e il reale, a sua volta, finisce per essere contaminato, se non addirittura plasmato, dalla finzione, rendendo sfocati i contorni tra ciò che viene percepito come realtà e la sua rappresentazione.
Un romanzo profondamente esistenziale che celebra i perdenti attraverso l’esaltazione del ridicolo e, in maniera analoga, rivendica la dignità di tutti i generi letterari, dal giallo all’horror alla letteratura per l’infanzia.
La signora Potter non è esattamente Santa Claus, infatti, è il titolo del classico per bambini che ha condannato alla celebrità Kimberly Clark Weymouth, il fragile ecosistema dove nulla è esattamente ciò che sembra.

Laura Fernández ne parla su Limina dialogando con la sua traduttrice Serena Bianchi.

Partiamo dal titolo: la signora Potter non è parente di Harry.
Neanche alla lontana. La signora Potter è la protagonista di una canzone dei Counting Crows, Mrs. Potter’s Lullaby, da sempre un luogo sicuro per me. Una storia che può essere abitata e che mi riporta ogni volta alla persona che ero la prima volta che l’ho sentita. È in This Desert Life, il loro terzo album, del 1999. Registrata dal vivo, un piccolo universo.

Prima che mi venisse assegnato il tuo libro ne avevo fatto una proposta editoriale e feci molta fatica a condensare la trama. Vuoi provarci tu?
La sinossi dell’edizione spagnola l’ho scritta io, quindi ecco a te! Va sempre così con i miei romanzi: nessuno osa condensarli. Sono piccoli universi composti da piccoli universi. In breve potremmo dire che la città di Kimberly Clark Weymouth, celebre da quando una famosa scrittrice ha ambientato lì un ancor più famoso classico per bambini, perde la testa quando il proprietario del negozio di souvenir del classico in questione, unico motore del luogo, decide di andarsene. La piccola scontrosa comunità di cittadini, spinta dalla passione per una serie tv su due gemelle detective, fa di tutto per impedirlo e ciascuno, di fronte all’imminenza di un cambiamento così radicale, si interroga su sé stesso, su chi sia davvero. E poi ci sono i Benson, una coppia di scrittori dell’horror assurdo che invece sanno bene chi sono ma, appena entrano in contatto con la nevrotica Kimberly Clark Weymouth, rischiano di smettere di saperlo. E di perdere tutto.

Una galassia di personaggi. Attribuisci una personalità anche agli oggetti o alle parti del corpo. E poi fiumi e città con nome, cognome e un proprio carattere. I luoghi sono centrali eppure li descrivi poco, lasciando che siano i dialoghi a dar vita all’ambientazione.
Esatto. I luoghi, come i personaggi, si formano in base a come reagiscono al mondo. È così che creiamo noi stessi, credo. Poco importa l’aspetto che abbiamo, a parte ciò che esso implica. Ovvero, come reagiscono gli altri di fronte a esso? Che fronti, cravatte o cani si ribellino di continuo ai loro padroni parla, per me, del modo in cui costantemente creiamo noi stessi, per contrapposizione a ciò che non siamo. Una battaglia che tutti portiamo avanti, in silenzio, e senza la quale non saremmo ciò che siamo. La ribellione è importante nel libro. Non dobbiamo mai darci per scontati. Siamo qualcosa di enorme e infinito.

Nel testo ci sono tante citazioni occulte. I nomi dei personaggi, per esempio. Vuoi dare una pista svelando i tuoi riferimenti?
I riferimenti sono infiniti perché io parto dalla finzione per creare. In Duluth di Gore Vidal, libro fondativo per me, c’è un capitolo sui personaggi che riutilizziamo, sul lettore-scrittore che, inconsapevolmente o di proposito, dà nuova vita a un personaggio di cui si è innamorato in un altro libro. A me succede sempre. Alcuni scrittori creano i personaggi basandosi sul reale – amici, conoscenti, personaggi pubblici -, io creo i miei partendo dalle creazioni di altri. Così Billy e Randal Peltzer prendono il nome dai protagonisti dei Gremlins, Nathanael West è lo scrittore della generazione perduta morto in un incidente mentre andava al funerale dell’amico Francis Scott Fitzgerald. Eileen McKenney era il nome della moglie. Sono come maschere che metto addosso ai miei personaggi. Stumpy MacPhail è in La ballata del caffè triste di Carson McCullers, ma lì non è un’agente immobiliare e non ha una madre dipendente dai titoli di giornale. Kimberly Clark Weymouth – come pure Don Gately, il capo di Bertie Smile – compare in Infinite Jest per quello che è: una marca di prodotti per l’igiene. Nessun nome è a caso. C’è sempre qualcosa dietro.

Signora Potter

La bizzarria del libro è evidente fin dall’aspetto della pagina: corsivi, maiuscoletti, incisi, onomatopee. Il tuo stile riflette il suo oggetto, Kimberly Clark, che superate le resistenze iniziali, passa dall’essere ostile a travolgente, grazie a un gioco di storie nelle storie. È voluto o a un certo punto anche tu sei stata trascinata in questo vortice ipnotico?
Sono stata travolta. Il romanzo è diventato il mio specchio e al tempo stesso qualcosa di molto più grande di me. Ho avuto la sensazione che si alzasse in piedi e prendesse a correre, e io correvo al suo fianco, facendo in modo che nulla potesse fermarlo. È stata una spirale. In tutti i sensi. Scrivo senza fare programmi. Sono la mia prima lettrice. Di fronte a ogni cosa stesse per succedere, dovevo fermarmi, fare un bel respiro e dirmi: «Ok, scopriamo perché Madeline se n’è andata». Non sapevo nulla finché non mi mettevo a scrivere. Sono stata una specie di medium per i personaggi. E in realtà non ho fatto che spartirmi tra tutti loro, come sempre. Stavolta però, per vicende personali, avevo bisogno di comprendere certe cose, cose che avevo provato io stessa, e la costruzione del romanzo, che per me è davvero qualcosa di parallelo al mondo reale, una specie di modellino con cui comprendo le cose, mi ha aiutato a farlo. Mi ha purificato, in un certo senso. Ha lasciato in me un segno enorme, mi ci è voluto tempo prima di poter tornare a scrivere.

Come una delle tormente di Kimberly Clark, il tuo romanzo ha spazzato via tutte le regole della buona traduzione (e le norme redazionali dell’editore). Gli oltre mille avverbi in -mente, le onomatopee. Anche la lingua letteraria spagnola ha dovuto superare le sue idiosincrasie per accogliere la signora Potter?
Sì. Di fatto la mia non è la lingua letteraria spagnola. Non lo è mai stata. Da Bienvenidos a Welcome in poi, nelle mie storie non c’è nulla di reale, neanche la lingua in cui sono scritte. È la lingua che capiamo solo noi lettori. Quella della narrativa tradotta, per lo più anglosassone, ma anche russa e, non so, francese. Tutto ciò che nel tempo ho letto. Crescendo, sentivo che la letteratura spagnola non rifletteva ciò che ero io. O i miei genitori. Mi sentivo più vicina a Fante che a ogni altro autore spagnolo; mio figlio si chiama Arturo, da Arturo Bandini. Persone senza passato, o costrette a cancellarlo, che hanno bisogno di automistificarsi per sentire di esistere. Non so scrivere in spagnolo standard, la mia è la lingua delle traduzioni. Ammiro e conosco i traduttori, sono capace di leggere libri solo per chi li ha tradotti. Amo il loro modo di dar forma a un’altra lingua, la mia lingua narrativa. Da lì gli avverbi in -mente, li adoro, sono portaerei nel mezzo della frase, dove fermarsi e riposare. O tutte le formule meravigliose («dannazione, un gioco da ragazzi, aggrottare la fronte») che a un certo punto qualcuno, un mago o una maga della lingua, ha tirato fuori. Soluzioni sempre fascinosamente letterarie, che tengono fuori la realtà di qualsiasi luogo. Sempre meno purtroppo, ecco perché tendo a rifugiarmi in traduzioni più vecchie e meno identitarie. Insomma, amo le parole, le ritengo importanti quanto i personaggi o la storia. Ma sono anche bambole con cui gioco. E voglio che siano bambole di cui qualcuno si è preso cura, come fanno i traduttori, che considero, grandi, enormi scrittori: a loro, a voi, da lettrice devo tutto.

La signora Potter fa riscoprire la modalità di lettura ludica tipica dell’infanzia. C’è ben poco di realistico, una scelta ardita se si guarda alle attuali tendenze editoriali. Ce ne parli?
Per me il libro è un oggetto magico. Può contenere il mondo intero e far sì che abbia l’aspetto che vogliamo. La nostra vita è limitata da ciò che chiamiamo realtà, solo una convenzione. Si tralascia il fatto che tutti noi non facciamo che girare nello spazio. Viviamo su un pianeta solo in mezzo al Nulla. Ci sono altri corpi celesti, certo, ma nessuno abitato, non c’è altra vita che la nostra. Strano, no? T’immagini concepire il mondo da lì? Voglio dire, t’immagini se l’informazione si occupasse di quante stelle sono morte stanotte, quante ne sono nate, di come questo ci riguardi? A volte penso che il mondo, la realtà precostituita, sia come la fallibile delle sorelle Forest, Jodie. Vuole che tutto sia terreno e semplice perché non è in grado di concepire nulla oltre ciò che vede. Ma la verità è che la realtà che vediamo è fatta di frammenti di realtà, a cui diamo un senso perché siamo animali narrativi. Lo faccio già tutti i giorni nella vita, trovo inutile farlo anche in un libro. Il libro serve a scappare dalla realtà. A vivere il maggior numero di vite possibile. A immaginare gli altri modi di vedere il mondo che ognuno di noi ha dentro, nel profondo. Il contesto politico e sociale cambia quotidianamente. Ciò che non cambia siamo noi. Perché non parlare di questo, allora, senza qualcosa che lo appanni, anzi scegliendo il modo per esaltare ancora più l’essere noi stessi? Non ci sono età in La signora Potter, né denaro, o contesto socio-politico. Ci sono solo persone che non smettono di domandarsi cosa accidenti siamo. In fondo, è l’unica cosa che dovrebbe contare. Il resto è solo il tentativo di sfuggire al non sapere cosa siamo.

Al di là dell’atmosfera magica, trale maglie di storie private e aneddoti divertenti semini riflessioni profonde su temi universali: il fallimento, l’abbandono, l’assenza, le emozioni contraddittorie della maternità. E poi le derive di un giornalismo che manipola la realtà. E tu sei giornalista…
Il giornalismo è presente fin dai miei primi lavori, ha a che fare con il discorso sulla realtà e la creazione del racconto. Sono diventata giornalista per vivere avventure e per guadagnarmi da vivere con quello che scrivevo. Poi ho realizzato che quello che scrivevo aveva a che fare con la realtà meno di quanto pensassi. Il giornalismo impone una narrazione e la narrazione è, come in La signora Potter, a volte emancipatrice, a volte l’opposto. In ogni romanzo, ci tengo a mostrare quanto ciò che vediamo sia distante dal suo racconto. È come se dicessi al lettore: «Non ti fidare di niente e di nessuno». Ogni volta che si cerca di imporre una storia, si rimpicciolisce la realtà. E bisogna lottare contro questo. Qualcuno ha detto che in questo senso il mio romanzo è del tutto antiautoritario, non vuole nemmeno essere scritto in una lingua che esiste. Tutti meritiamo di poter creare ciò in cui crediamo.

Come sai, per entrare nel mood Fernández lavoravo ascoltando Best Troubador di Bonnie Prince Billy, che ha accompagnato te in questi cinque anni di scrittura del romanzo. Stai già lavorando a un nuovo libro? Su quali note?
Questa cosa mi piace molto. Vorrei chiederti se ha funzionato, ha funzionato? E sì, sto lavorando al nuovo libro. Ancora una storia divertentissima. E molto, molto lunga. Al centro c’è una nave da crociera e migliaia di personaggi. A dire il vero sto faticando a trovare cosa ascoltare e se non ho scritto quanto avrei voluto è anche perché sono ancora confusa a riguardo. Ho riascoltato Best Troubador, e anche Now Here’s My Plan di Bonnie Prince Billy, con cui avevo scritto Connerland, perché non so ancora che direzione prendere. Ho provato con Damien Jurado, il penultimo album, o Sarah Vaughan, un cambiamento radicale. Non so, non mi sembra che stia funzionando. Continuo a cercare, ma alla fine credo che sarà di nuovo un disco di Bonnie Prince Billy.

Vorrei chiudere raccontando come ti sei posta nei confronti del mio lavoro: sempre disponibile al confronto, ma lasciando ampio spazio di manovra. Non è consueto. Il grado di partecipazione di un autore alla sua traduzione dà un po’ la misura dell’autorità che vuole rivendicare sul testo. Altro tema de La signora Potter: l’arte come salvezza e condanna; il piano temporale della creazione artistica parallelo alla vita reale e accessibile solo attraverso l’opera. A chi appartiene l’opera?
Ho un tale rispetto per il lavoro dei traduttori che, per forza di cose, considero il mio un ruolo limitato. Stai creando un’altra signora Potter, La signora Potter che parlerà la tua lingua. Sono lì per darti una mano dove esiti, ma l’ultima parola sarà la tua e credo che sia giusto così. In un certo senso ora siamo entrambe madri della sua versione italiana. Io ci ho messo il contenuto e la mia forma, tu la tua. E l’opera, una volta lasciate le braccia – le mani, in questo caso – del creatore, appartiene a chiunque l’avvicini. È come un bambino. Una volta nato non è di nessuno e al tempo stesso di tutti. Quindi grazie, Serena, per il tuo lavoro e per la chiacchierata. Davvero.

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