Dall’evoluzione del concetto di normalità e dall’influenza delle immagini sul pensiero, possiamo capire meglio il presente, la nostra storia e quella di tutti. Abbiamo svariate immagini della nostra adolescenza, meno della prima età scolare, quasi nulla dell’età prescolare. Allo stesso modo, ciò che rimane impresso nella memoria per decenni è l’arte, in ogni sua forma: dalla musica che resta stabile nell’intera esistenza, come un surrogato emozionale della verità ludica, della giovinezza andata: saremo nostalgici dei Beatles o dei Rolling Stones, del Grunge, della musica da discoteca di Moroder; alla letteratura, per cui le regole vanno assottigliandosi in base alle capacità delle relative scuole, della famiglia, delle biblioteche a cui si può accedere. È l’adolescenza: nessuno ricorda il motivo di tanta, più o meno intelligente, omologazione, senso distorto del normale. Eppure, essere nella prima adolescenza è il momento sdoganato per sperimentare, essere l’avamposto: va scemando la cognizione delle situazioni stabili, la plasticità del divenire serio e competente davanti a una specie di saggia edulcorazione delle verità, le realtà sono offuscate fino a essere semplici e propagandistiche.

Troviamo una correlazione immediata con il resto del pensare contemporaneo: se un tempo l’adolescente faceva fatica a entrare nella società, fatta di complessi standard sociali ed emotivi, a questo punto dell’evoluzione occidentale l’adolescente è precursore, e soprattutto fruitore, del vivere comune che avanza, mentre l’uomo di mezza età, una generazione oggi definita dalla parola “millennial”, si integra con fatica per il codice che viene modificandosi: il dogma della semplificazione, un atomo preso dal complesso per confondere, il senso pubblicitario del ragionamento, anche se ognuno ha implementato le sue doti di comunicatore, di manager dell’immagine pensata e poi detta, Io reale e Io digitale, come essere un alfiere egomane della propria crescita privata. Cercando nella propria memoria, si ha l’impressione di perdersi dietro immagini specifiche che si traducono in ricordi. L’immagine è un elemento del magazzino che sa meglio di altri collaborare con la parte silenziosa della mente, l’inconscio vede nella progressione dell’essere umano una singolare stasi. È immediato avere un frame di una serata con gli amici a divertirsi, di un giorno al mare con la propria famiglia o del primo compleanno che si ricorda; il cervello interagisce come fosse un grande falò investito da input preferenziali: viene da chiedersi quale sia realmente la capacità delle immagini di orientare il presente, le emozioni quotidiane, le valutazioni e le sensazioni, proiettili nella calotta cranica.
Le immagini eliminano il potere della presenza, facendo scendere nell’immediato una reazione, un dogma. Si può essere certi di qualsivoglia concetto lontano e vicino, solo di fronte a un’immagine. Nella realtà, si distinguono gli elementi distanti per potere del cinismo, della capacità analitica del non conoscere; si introiettano i concetti vicini, perché sanno amalgamarsi alle altre azioni della mente, fino a scomparire tra loro e a normalizzare la stasi, l’insuccesso, la colpa, il morire. Nella realtà, possiamo essere degli autentici fruitori di un barattolo di pesche senza avere coscienza per ciò che è accaduto prima del nostro consumo: questa è l’origine della dematerializzazione. Mangiamo un oggetto lontano come fosse una prelibatezza di plastica, ignorandone la raccolta, la cura, il confezionamento del nostro nutrimento. L’empatia è il modo peggiore di valutare una situazione, diventa una debolezza vicina, incombente, personale. Di fronte a ciò che non sembra essere esistito, c’è l’immaginazione, un elemento prossimale come il mondo. L’empatia è stata quindi stata sostituita, e viene da chiedersi da cosa. La risposta che mi sono dato, senza grandi ideologie a giustificarla, è che l’empatia può venire sostituita dalle capacità crescenti della comunicazione personale, cioè un’orgia di norme sociali alla base del discorso, che hanno come caposaldo un tema tristemente delineato dalla metà dell’Ottocento in poi: la normalità e l’omologazione, come per gli adolescenti. Un saggio che mi è sembrato utile, in questo senso, è dell’inglese Robert Chapman L’impero della normalità, lavoro accademico e per stessa ammissione di Chapman “politico” sulla divergenza tra neurodiversità e capitalismo, tra modi di essere, patologie e ordine economico del mondo libero, dissertazione che porta l’autore a cercare una terza via tra società neuronormativa e cultura antipsichiatrica, ritenute entrambe obsolete. Chapman parte da lontano, dal passaggio di consegne tra concezione “umorale” della medicina, della salute intesa come armonia, alla concezione sperimentale, in cui il corpo si intende come una macchina.

Da Cartesio, impegnato nella difesa illuministica della materia umana, si passa all’invenzione della statistica come metro per analizzare la materia umana stessa, dandogli un senso univoco, un’analisi matematica tra chi è dentro e chi è fuori. Lo fa il medico e matematico inglese Galton, che si dedica allo studio dei parametri, all’incasellamento della specie come fosse una cavia da laboratorio. La normalizzazione della materia umana è un concetto esplosivo per l’epoca, così finisce per giustificare ogni tipo di sopruso: il classismo, il razzismo, la possibilità di selezionare l’umanità. L’eugenetica si afferma con il nazismo e si nasconde negli anni successivi sotto varie forme. Chapman descrive come l’impianto intellettuale della normalizzazione tenda ad appoggiarsi ogni volta alla determina per cui una classe dominante si prodiga a rendere malleabile il mondo intorno a sé, quindi a selezionare ciò che gli serve da ciò che è obsoleto per produrre. Si passa perciò dall’epoca delle ideologie totalitarie all’epoca del consumismo senza stravolgere il concetto per cui l’uomo è tale dentro un range, per cui la diversità diventa un problema da correggere e non una risorsa da gestire. Abbracciarono questo dogma sia conservatori che eminenti socialisti.
Dopo la vittoria degli Alleati, il dogma si trasforma e rimane sottotraccia, fino a una cultura della diversità quasi contemporanea. Spesso l’accesso al sapere è stato una questione di classe, quindi la cultura dominante nella borghesia si sovrapponeva ai suoi interessi e viceversa. Da qui, la possibilità per alcune teorie sulla normalizzazione, inizialmente proposte da Quetelet, di diffondersi nel verso della giustificazione di una società non equilibrata, fino a sfociare nell’estremismo politico dei totalitarismi del Novecento. La politica eugenetica nazista arriva a uccidere o sterilizzare fino a 269.500 persone affette da schizofrenia tra il 1939 e il 1945. La disabilità era vista come un problema per la famiglia e per lo Stato, bypassando il diritto individuale a esistere per come si è. Chapman delinea la cornice intellettuale e sociale dei concetti di salute e normalità fino alla metà del ventesimo secolo: dal passaggio da una concezione di salute come equilibrio a una come stato normale, all’ascesa del capitalismo e di nuove “gerarchie cognitive”. L’importanza che viene data alla psichiatria, nella ribalta sociale della norma, è evidente. A seguito della dissoluzione del nazismo, chi aveva abbracciato la teoria eugenetica si rifugia nei dipartimenti rimanendo in disparte e vengono fuori due concezioni della patologia mentale che segneranno indelebilmente non solo la scienza medica, ma anche la società stessa, l’arte e la cultura. Sigmund Freud, ebreo costretto a fuggire dall’Europa, si dedicherà con successo agli studi di una nuova materia, la psicoanalisi, che si concentra sull’infanzia per spiegare i meccanismi mentali di un individuo. Thomas Szasz, psichiatra appena successivo al medico austriaco, creerà una filosofia intorno alla critica della psicoanalisi stessa, lasciando tuttavia intatto il concetto di paradigma della patologia. Entrambi, cambieranno il mondo, anche se in modo diverso: Freud offrendo un nuovo modo di interpretare l’umanità, e Szasz mettendo al centro dell’azione l’individuo fino all’estremo, in un abbraccio con la fiorente politica economica liberista di Hayek, che lui stesso considerava un maestro. Gli psicoanalisti seguaci di Freud conquisteranno molte delle istituzioni mediche del settore, divenendo anche complici del sistema di coercizione dei malati; a ciò, sarà conseguente una diffidenza generale nei confronti della psichiatria, che porterà al movimento antipsichiatrico. Thomas Szasz, libertario di destra preso ad esempio sia da chi era diffidente nei confronti della definizione di malattia mentale stessa che da chi voleva smantellare il sistema pubblico dei manicomi con conseguente risparmio per le casse statali, è stato un personaggio controverso quanto influente della sua epoca, fondamentale per la chiusura dei manicomi, riforma portata avanti in Italia dallo psichiatra antifascista Franco Basaglia, che di Szasz non condivideva il dogma per cui la malattia psichiatrica non fosse una vera e propria patologia ma un disagio sociale, e che quindi non si ritenesse necessario un intervento medico. La critica fatta da Robert Chapman a Szasz è di essersi conformato agli interessi del capitale di minore spesa pubblica e verso un’organizzazione sociale per una maggiore produttività. I malati, e non solo, passavano infatti, a seguito della chiusura dei manicomi, spesso in carcere o in delle case di cura protette, finendo per peggiorare la propria situazione invece di migliorarla. L’ambizione, nell’idea di Robert Chapman, doveva invece essere quella di mettere in discussione il paradigma stesso della patologia, superare il dualismo tra normale e anormale, la visione meccanicistica del corpo umano verso quella di equilibrio, operazione in parte già sposata da Sigmund Freud.

Ma fu con l’avvento del Fordismo, quindi della catena di produzione, dei costi minori per beni considerati fino ad allora di lusso, del consumismo, che esplose la seconda parte del conflitto della neurodiversità. John Watson teorizzò il comportamentismo, avvalendosi anche delle scoperte del russo Ivan Pavlov, e l’idea della standardizzazione umana cominciò a farsi realtà in posti diversi, in gruppi diversi e con scopi opposti: dalle dittature comuniste al capitalismo statunitense, dalla ricerca di mercato del consumatore perfetto ai nostri adolescenti, cioè anche a noi. Le immagini, a mio parere, diventano a questo punto il veicolo della storia che si ripete, della ricerca espressiva di una normalità sempre più stringente e desiderata: i corpi perfetti come le menti perfette del Novecento, l’esposizione sociale come metodo di ribalta oltre i ragionevoli dubbi. La comunicazione personale ha un suo modo di invertire il messaggio, perché la forma è sempre sostanza, e la sostanza del pensiero finisce per essere azione. Le patologie proposte si moltiplicano, a rinnovare il destino parallelo tra normalità della psiche e storia. Se prima c’erano scienziati che dedicavano la vita alla misura di un’umanità mediana, oggi è la stessa umanità che si interroga singolarmente sul tema e uniforma se stessa, dentro un circolo che non porta benefici sul piano collettivo. Il nesso di causalità tra regole economiche e pratiche sociali sulla norma resta perciò saldo, anche se cambia come a dematerializzarsi, a rimanere etereo per la maggior parte degli uomini e vantaggioso per pochi, nella nuova forma etica ed economica del tecnocapitalismo.
Immagine di copertina: “Foto di Sinem Tunalı su Unsplash”