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Di potere e cementificazione: l’oro della Turchia



Turchia, 2016. Era impossibile lavorare a casa, c’era troppo rumore. Avevano buttato giù il palazzo accanto al mio e lo stavano ricostruendo, a tempo di record, uno nuovo. I lavori procedevano tutti i giorni, per tutto il giorno. Anche nei weekend, senza sosta, le ruspe erano in movimento. Dopo qualche settimana, capii che dovevo trovare un altro luogo dove scrivere. Intervallavo Starbucks con altri locali, tipici, che a Beyoğlu servono il çay; mi fermavo spesso nelle biblioteche, una in particolare per la sua bellezza: Salt Library, a Galata. Ho girato Istanbul a piedi, in metro, con gli autobus, con i tram, con i vapur, con i taxi. Vivevo nella parte europea della metropoli, non lontano da piazza Taksim, ma spesso mi recavo nella sponda asiatica della città. In tanti quartieri c’erano gru e operai al lavoro. Era difficile non sentire, anche in lontananza, il rumore delle trivelle; era raro non scorgere cantieri aperti, soprattutto lungo il Bosforo; era improbabile non imbattersi in pannelli pubblicitari con l’ennesimo resort di lusso in bella vista. Era un pensiero, quello delle frenetiche costruzioni, che mi era entrato in testa, ma non aveva ancora preso una forma precisa. 

Turchia

Un giorno, attraversando il Bosforo, dirigendomi verso Kadıköy, mi accorsi che i turisti non guardavano più, ammaliati, soltanto Sultanahmet, con le sue bellissime moschee, ma anche i nuovi ponti, i numerosi grattacieli, i modernismi complessi residenziali chiusi, sparsi un po’ ovunque sulle colline che prendono quota sopra le acque del mare. Insomma, lo skyline della città era cambiato e stava continuando a cambiare, inesorabilmente: era un dato di fatto. L’idea mi aveva rapito, dovevo scrivere qualcosa a riguardo; mi sembrava troppo poco un articolo. Volevo fare una ricerca sul campo più approfondita e dettagliata. Chiamai un mio amico e collega turco, Ilker Sezer. Con lui passai diversi pomeriggi a parlare di come la Turchia era cambiata negli ultimi vent’anni, e di come tutti questi cambiamenti avevano influito nella società. Le idee cominciarono a venire fuori velocemente, ed in modo naturale. Lo stravolgimento fisico delle grandi città era un tema sotto gli occhi di tutti nel paese, ma poco conosciuto fuori dalla Turchia. Penso fermamente che il compito del giornalista sia proprio quello di cambiare spesso punto di vista, di raccontare ciò che gli altri non raccontano, di offrire sempre spunti diversi di riflessione al lettore. 

In poco tempo capii che quello che era visibile agli occhi era solo la punta dell’iceberg, c’erano molti argomenti che dovevano essere portati alla luce, come ad esempio: l’iper-urbanizzazione e la forte tendenza alle privatizzazioni volute dal partito Akp; l’utilizzato dell’architettura a fini politici e propagandistici; la segregazione sociale, la frammentazione spaziale, l’allargamento estremo della forbice sociale; la crescita rapida e disordinata della metropoli; il numero da record dei centri commerciali e dei complessi residenziali chiusi; l’ambigua fragilità di un’intera categoria sociale, i turchi bianchi (beyaz Türkler) e tanti altri temi a questi correlati. Ho scritto il libro con un approccio giornalistico. Nelle pagine del volume sono presenti le mie esperienze, gli incontri, le interviste ma anche molte ricerche, un’ampia documentazione grazie – soprattutto – allo studio di pubblicazioni in inglese e in turco. L’argomento, solo all’apparenza di facile trattazione, si è mostrato fin da subito molto ostico. Ho cercato, attraverso uno stile di scrittura asciutto ed immediato, di far capire concetti altrimenti molto complessi e poco fruibili. Descrivere i grandi ed imponenti cambiamenti nella capitale economica del paese non era di certo un’impresa ardua; più difficile spiegare come tutti gli argomenti sopracitati erano in stretta correlazione tra loro e mostrare il grande – e più vasto – progetto che si celava dietro. 

Il progetto in questione si chiama yeni Türkiye (“nuova Turchia”). Riguarda un piano socio-politico di trasformazione radicale dall’alto verso il basso voluto fortemente da Erdoğan, al fine di costruire uno nuovo corso, parallelo ma di segno opposto, a quello tracciato da Mustafa Kemal Atatürk. Nelle ultime elezioni amministrative, Erdoğan ha perso le città principali: la capitale Ankara e la capitale economica İstanbul. I turchi dicono che chi si aggiudica la città di İstanbul, si aggiudica tutta la Turchia. Questo lo sa bene anche il leader turco che, di fatto, negli ultimi quindici anni, l’ha resa un marchio internazionale, sinonimo di ricchezza, modernità, grandiosità, palcoscenico di opere titaniche. Una città metropolitana che controlla asset miliardari e che, anche per questo motivo, prima di tutte le altre, è stata investita dalla forte crisi finanziaria iniziata nell’agosto del 2018. Il giornalista turco Emin Çölaşan l’ha definita più volte, nei suoi articoli, come «uno Stato dentro uno Stato», questa espressione non si allontana molto dalla realtà. 

Turchia

Oggigiorno la Turchia vede nascere una nuova figura politica pregna di personalità, come il neosindaco di İstanbul, Ekrem İmamoğlu, ma il presente e il futuro sono ancora fortemente nelle mani di Recep Tayyip ErdoğanL’oro della Turchia è proprio questo: capire che il leader turco ha cambiato – in modo radicale e rivoluzionario – il volto del paese, la macchina burocratica, ha messo i suoi uomini nelle posizioni più strategiche e di comando, e ha cambiato una parte consistente del popolo turco. Non si può comprendere cosa sia e cosa comporti la nuova Turchia senza analizzare il processo di accentramento del potere e di ristrutturazione dello Stato in atto nel Paese almeno dal 2010. Questo accentramento del potere ha avuto il suo culmine nell’attuazione delle nuove prerogative costituzionali e nella trasformazione dello Stato. Oggi il vero banco di prova per il presidente turco non è la tenuta del governo dopo le ultime amministrative, ma il modo in cui affronterà la crisi economica. Perché tutto questo luccicante impero – in continua ed impetuosa trasformazione – nasce, cresce e si nutre su queste fondamenta.




Photo credits: Giovanna Locatelli


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