10.06.2026

Cronache di un calcio sognato

“I Mondiali immaginari” di Angelo Carotenuto, tra il campo sportivo e la pagina letteraria

Gianni Infantino, presidente della FIFA, sta per tagliare il nastro inaugurale dei Mondiali di calcio ospitati da Stati Uniti, Canada e Messico. Davanti ai centomila spettatori che gremiscono il mitico Stadio Azteca di Città del Messico, si arresta all’improvviso, alza l’indice verso il cielo e dice: «Tutto questo non è vero, non è reale. Siamo solo attori dentro una regia, il calcio non esiste». In quell’istante, l’intero universo del pallone svanisce. Campionati, trofei, rivalità, cronache, miti: tutto si dissolve in una bolla di sapone. «Avevano ragione Borges e Bioy Casares», aggiunge Infantino citando un racconto dei due argentini in cui il confine fra realtà e finzione si dilegua in favore di quest’ultima. «Il calcio leggetelo, non guardatelo. Anzi… giocatelo!» conclude, lasciando in campo solo ventidue – o ventimila, è difficile darne contezza – bambini che smaniano di felicità dietro a un pallone.

Questa scena non l’ha scritta Angelo Carotenuto, non è compresa in quello strabiliante testo che è I Mondiali immaginari (Sellerio), sontuoso e malinconico arabesco del mondo del pallone e prezioso viatico alla sua forma più autentica di fruizione, eppure si può immaginarla lì, come una sorta di appendice a un libro che invita a vivere lo sport più seguito al mondo come esperienza narrativa prima ancora che spettacolare: un grande romanzo collettivo, una vera e propria comunione dei vivi e dei morti del calcio dove partite, campioni, gregari, tifosi e fantasmi con gli scarpini continuano a parlarsi – e a sfidarsi – attraverso il tempo, e lo fanno a maggior ragione nel giorno in cui in America si apre la ventitreesima edizione del Campionato Mondiale di Calcio.

i mondiali immaginari

La Nazionale femminile statunitense di Megan Rapinoe, Alex Morgan e Hope Solo (che ha conquistato tutto il conquistabile) rapisce Franz Beckenbauer perché colpevole di «aver invaso l’America come un nuovo Cristoforo Colombo, credendo di colonizzarci con il tuo calcio, con l’arroganza maschile»; l’ultima Jugoslavia della storia, invece, quella del 1990, dopo essere rientrata negli spogliatoi sconfitta dalla Nazionale da sogno degli Esclusi (George Best, George Weah, Alfredo Di Stéfano, solo per citarne alcuni) guidata dal maestro Giovanni Galeone, finisce nel «vuoto come si ingoiano le promesse dei politici e gli ordini dei generali». Si capisce che il calcio può essere un potentissimo prisma attraverso il quale la luce del mondo si rifrange, mostrando tutti i suoi più vividi colori.

Ed è affascinante contemplare le mille verità del mondo che un campionato disputato nel territorio del sogno – attraverso partite che sembrano affiorare dall’inconscio collettivo del calcio – riesce a portare alla luce. Ecco allora che prendono vita i campioni della Nazionale Mapuche che vinsero il “Mondiale fantasma” del 1942 scaturito dall’immaginazione di Osvaldo Soriano, o la dolcezza senza rimedio del Wunderteam austriaco del 1934 riassunto nell’amaro finale della parabola di Matthias Sindelar, che si avvia verso una strada da cui si scorge il tramonto come «chi perde senza mai sparire». Il tutto può essere ancora più iperbolico se addirittura un sogno nel sogno, come quello di Johan Neeskens, diventa un incubo quando il campione olandese capisce che dovrà affrontare il più forte Brasile di tutti i tempi, quello del 1982, con l’aggiunta dell’implacabile Luiz Nazario da Lima, Ronaldo, «anche se nel 1982 non era nemmeno nato». Eppure, ciò che inizialmente appare estraneo e vertiginoso, viene lentamente addomesticato dalla forza del racconto: pagina dopo pagina, ci abituiamo all’impossibile, che smette di stupire e acquista una propria, misteriosa evidenza, come accadeva nelle celebri Interviste impossibili radiofoniche della Rai. Non fa specie – anzi, ci si ritrova in un godimento assieme letterario e sportivo – vedere Buffon parare un bolide di Josef Bican o il giovane Pelé del 1958 sfidare il Pelé maturo del 1970.

Si legge, si piange, si tifa e si vince sempre, perché a vincere è il calcio vero, vivo, composto di storie in carne, ossa e pallone. Sì, perché Carotenuto inventa, esplora e dipinge attingendo sempre da un gigantesco borsone di fonti aneddotiche e giornalistiche che qualcuno ha sapientemente deposto ai suoi piedi di narratore. Non ci sono solo i maestri Brera e Mura, ma anche le interviste e gli scritti dei colleghi di Repubblica o di altri giornali, nazionali e internazionali. Mario Sconcerti, Emanuela Audisio e Beppe Viola dialogano con la grande letteratura, da Jorge Amado a David Peace, da Gabriel García Márquez (nume tutelare di tutta l’impresa) fino a Carmelo Bene, proprio come i campioni e i meno campioni che affollano le pagine di queste cronache fantastiche.

i mondiali immaginari
Gabriel García Márquez e Carmelo Bene

Una polifonia delle voci che aumenta la gioia di riconoscersi qua e là in un match che avevi sempre immaginato di seguire; in un giocatore il cui nome riemerge alla memoria come il relitto di una nave che trasportava gioia prima di naufragare nell’oblio; in una giocata che ti riconcilia con un calcio che sembra arretrare ogni giorno di più sotto l’assedio dello spettacolo, del profitto e delle ambizioni economiche, finanziarie e geopolitiche che ne contendono l’anima. Anche nei Mondiali immaginari c’è un’Ombra Nera che incombe, pronta a inghiottire tutto e distruggere le tracce della bellezza del gioco. Per fortuna c’è Orazio Panama, la voce narrante, anzi la voce “radiotrasmittente” della competizione. Cronista onnivoro, reincarnazione sportiva del Pedro Páramo di Juan Rulfo (sempre per restare in odor di Messico) nell’universo dei Mondiali immaginari, è l’unico autorizzato a visitare il mondo del calcio che vorremmo e a riportarlo alle nostre orecchie e ai nostri occhi con la forza di un realismo magico calcistico. Orazio parla tutte le lingue del pianeta e non è capace di scriverne alcuna diversa da quella universale del pallone, tanto da essere accusato di «diffondere tra i popoli l’idea che il pallone possa appartenere a chi lo ama e non a chi lo possiede». Dobbiamo a Orazio e alle voci come la sua – oltre che ai campioni che hanno anteposto l’espíritu del juego al senso del denaro e dell’abbrutimento – quello che c’è da salvare di questo sport oltraggiato e “venduto”, di cui Cruijff una volta ha detto (lui che di denaro se ne intendeva) di non «aver mai visto un sacco di soldi segnare un gol».

Forse Gianni Infantino non ha mai letto Esse est percipi, il racconto in cui il calcio sopravvive come simulacro per pochi, privilegiati cultori; forse non ha mai sfogliato neanche una pagina di Borges o di Bioy Casares. Noi, però, abbiamo visto Nils Liedholm abbandonare la propria Nazionale per andare a insegnare calcio ai bambini ai confini del mondo; abbiamo ascoltato Marcelo Salas confessare che il calcio gli ha dato ricchezza e fama, ma che quando sogna un calciatore sogna soltanto Garrincha. Abbiamo assistito ai Mondiali immaginari e ne siamo usciti più convinti del fatto che il calcio resta una delle cose più belle a questo mondo. Infantino e gli altri non sanno che si sono persi.





In copertina: Stadio Azteca, Città del Messico

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