Si dice che la realtà superi la finzione. Ma la finzione spesso anticipa la realtà. O comunque la finzione riesce a curvare la realtà lì dove prima o poi converge anche lei. In fin dei conti l’arte è alimentata dal reale che viene messo alla prova, viene smontato, rimontato e rimediato, in una dimensione alterata che in fin dei conti è una delle tante potenziali soluzioni dell’accadere. Quante sono le profezie accidentali dell’arte figurativa, del cinema, del teatro, della letteratura? Ultimamente anche le serie tv stanno elaborando un interessante modello apparentemente predittivo, o comunque fortemente intrusivo, per quanto concerne eventi politici, tensioni sociali, personalità e leader di primo piano a carattere mondiale e loro conseguenti modus operandi, diciamolo pure estremi e reazionari, rispetto a quanto visto nel secolo scorso. Gli esempi sono diversi: da Pluribus, FallOut, Andor o Daredevil, soprattutto la più recente stagione Born Again.
Ma in questa seconda “avventura” dell’epopea del diavolo di “Hell’s Kitchen”, la coralità e l’aderenza alla deragliata politica trumpiana, arriva quasi ad eclissare il carattere “soprannaturale” e il dualismo manicheo, di buona parte dell’universo marvelliano. Lo showrunner di Daredevil: Born Again Dario Scardapane ha dichiarato di essere rimasto « esterrefatto, per mancanza di un termine migliore, spaventato» dalle coincidenze tra la serie e la realtà politica americana. Prendiamo ad esempio l’ingombrante e contorta figura del sindaco Fisk, non si può evitare di pensare ad una proiezione del Presidente Trump. «Sia i fumettisti degli anni Sessanta, che gli sceneggiatori della nostra writer’s room, sono, siamo, tutti grandi studiosi di Storia. Per quanto riguarda il sindaco Fisk, sia nei fumetti che nella prima stagione, l’idea era di tracciare l’ascesa di una figura potente.» Possiamo tranquillamente convenire sul fatto che il sindaco di New York della serie e Donald Trump siano due personaggi profondamente differenti. Uno frutto di finzione, l’altro reale, il primo racchiuso in una New York tra reale e fantastico, quasi isolata dal mondo, mentre il secondo in perenne movimento sullo scacchiere internazionale. E ancora: il primo attraversato da una sensibilità estrema per l’arte e la bellezza, il secondo poco attento e interessato a qualsiasi espressione culturale. Ma qualcosa di simile si agita nella mente dei due, nei loro modus operandi, nella loro contraddittoria lettura di sé stessi e del loro rapporto con un corpo sociale fratturato e fortemente polarizzato. Ma andiamo per gradi. La stagione 2 di Daredevil: Born Again è stata scritta e prodotta nel 2025, ma quello che sorprende è la condizione di crisi in cui tutti i personaggi sembrano trascinati dalla torsione di eventi che sovrastano ideali, posizioni sociali e modelli comportamentali. La Task Force Anti-Vigilante, la brutale forza di polizia speciale della serie, è stata creata quasi due anni fa, eppure ha profonde somiglianze con i corpi speciali dell’ICE che detengono persone e usano violenza contro manifestanti e quelli che vengono identificati come “nemici pubblici”. Come corpi speciali, entrambe, pattugliano alla ricerca di chi non è in linea con le direttive decise altrove, in alto, cercano i capri espiatori di una gestione fallimentare delle relazioni umane, inseguono i fantasmi dell’alternativa, della differenza. L’ICE e la Task Force del sindaco Fisk arrestano i più deboli, gli ultimi, gli immigrati. Sono quelli che fanno il lavoro sporco “a fin di bene”, dove il bene coincide con un ordine determinato molto lontano dalle strade in cui viene imposto. Non è fantascienza distopica proiettata in un futuro immaginario, ma piuttosto un’anticipazione del presente che la finzione aveva intuito, senza in fondo saperlo, o forse potremmo convenire sul fatto che certi pattern del potere autoritario seguono traiettorie così prevedibili da rendersi anticipabili, anche per chi non intende spingersi nel campo della profezia. La banalità del male attraversa spazio e tempo e si ripete con una precisione spesso inquietante. Ci troviamo di fronte a un caso esemplare di ciò che potremmo chiamare la convergenza degli immaginari: il momento in cui la finzione popolare e la realtà politica smettono di essere specchio l’una dell’altra e cominciano a occupare lo stesso spazio, a produrre gli stessi simboli, a usare le stesse grammatiche visive, a scollarsi per ricomporsi nuovamente. In effetti analizzare Daredevil significa studiare Trump, non perché l’uno sia allegoria dell’altro, ma perché entrambi attingono alla stessa struttura profonda del potere autoritario contemporaneo.

Wilson Fisk/Kingpin è diventato nella seconda stagione una caricatura sopra le righe del politico corrotto, faccendiere, spregiudicato e narcisista: una emanazione nera, spesso vestita completamente di bianco, del potere e proprio la sua determinazione a rendere grande di nuovo il suo angolo di America si estende al dispiegarsi della sua Task Force, che prende di mira i supereroi, ma anche gente comune che cerca di resistere alle condizioni violente imposte, ed è chiaramente modellata sull’ICE, dalla spregiudicatezza e la scarsa preparazione delle reclute, fino alle uniformi nere e i simboli apposti sulle divise. Come non pensare quindi al Presidente statunitense? Entrambi, il personaggio di fantasia e il politico reale, incarnano una figura che ha una storia lunga nella cultura americana e nell’immaginario politico occidentale: quella del tycoon autoritario, l’uomo che ha accumulato potere economico e lo converte in potere politico, attraverso una combinazione di carisma personale, manipolazione dell’immagine e violenza delegata. Il potere si presenta già nella loro stazza. Fisk e Trump sono fisicamente dominanti. Si impongono con la loro mole, ancor prima di aprire bocca. La loro presenza è imponente e minacciosa di per sé.
Karen Page, la compagna di Matt Murdock/Daredevil, descrive Fisk come qualcuno che emerge ripetutamente, dai fallimenti che avrebbero dovuto essere battute d’arresto definitivi, più forte di prima, e questo si può affermare esattamente anche per Trump. La resilienza paradossale del potente, la capacità di trasformare ogni scandalo in energia, ogni accusa in pubblicità, ogni sconfitta in narrazione della persecuzione, è una delle caratteristiche strutturali dell’autoritarismo populista che studiosi come Jan-Werner Müller e Timothy Snyder hanno analizzato con precisione: il leader populista non perde mai veramente, perché ogni perdita viene reinterpretata come prova della cospirazione dei nemici contro il popolo che lui incarna. E ancora una volta Fisk è monumentalmente, programmaticamente gigantesco, così come Trump è poderoso, la sua corporatura è sempre stata parte del brand, amplificata dalle immagini AI che lo ritraggono sempre più muscoloso, sempre più regale. Sui social di Trump, il presidente appare come un re, un eroe, un candidato al Premio Nobel per la Pace. I suoi critici e avversari politici sono criminali, ubriaconi e omini da barzellette. La fisicità del potere, il corpo del leader come territorio, come mito, come oggetto di culto è una costante che attraversa entrambi i livelli di realtà e finzione, regalando alla finzione un’adesione al reale e alla realtà una digressione fantastica. Il tiranno pop è intramontabile e al vertice di entrambe le piramidi di potere.
La task force del sindaco col suo ampio mandato per frenare il vigilantismo, ha messo a ferro e fuoco la città, raccogliendo cittadini a capriccio, portandoli in un sito segreto, nascosto su un molo di Red Hook. Tengono i detenuti, solo uno dei quali è un vigilante confermato, in gabbie, ignorando le loro suppliche. Ritornano alla mente le foto della Kristi Noem, capo della Homeland Security di Trump, con alle sue spalle le gabbie stracolme di “immigrati”. Queste propaggini violente del potere, grazie ad un immaginario repressivo e violento, servono apertamente gli interessi del Sindaco, del Presidente, non dei cittadini, e sono felici di intimidire e persino di uccidere persone che potrebbero compromettere l’agenda di chi comanda. Il linguaggio visivo rinforza il confronto: agenti in uniformi nere, furgoni senza targhe identificative, e uomini pronti a tutto. Il parallelismo con l’ICE reale non richiede un’analisi sofisticata, semplicemente emerge. Ma ciò che è analiticamente più rilevante è la struttura del meccanismo di delega della violenza che sia Fisk che Trump hanno costruito. Hannah Arendt, in Le origini del totalitarismo, aveva identificato la creazione di corpi speciali paralleli alle forze dell’ordine tradizionali, come uno degli strumenti fondamentali dell’autoritarismo: non sostituire l’apparato esistente, bensì infiltrarlo, affiancarlo, creare corpi di fedeltà personale al leader che operino al di fuori delle garanzie istituzionali. Masticare il sistema dal suo interno. La task force è quella forza di fedeltà personale: non fa rispettare la legge, esegue la volontà del Sindaco, come l’ICE nella gestione dell’immigrazione nella seconda amministrazione Trump, non fa rispettare la legge sull’immigrazione, esegue una politica di terrore demografico che ha come obiettivo non la sicurezza, ma la dimostrazione di forza e la risposta populista alla propria base elettorale.

È qui che la questione si sposta dal piano della narrativa seriale a quello dell’immaginario politico contemporaneo nel senso più immediato, perché Trump non avrebbe bisogno di una serie televisiva per costruire la propria mitologia: la costruisce direttamente, in tempo reale, con gli strumenti dell’intelligenza artificiale generativa e un bombardamento social continuativo. Il presidente ha pubblicato decine di post, inclusi deepfake, da quando è tornato alla Casa Bianca, ha sfruttato immagini e video falsi, alcuni apparentemente generati dall’AI, per deridere e sbeffeggiare i rivali politici e pompare la propria immagine, rendendola l’icona più riconoscibile della nostra epoca. Video AI mostrano Trump che indossa una corona, pilota un jet e riversa feci sulle persone che protestano contro di lui. I leader democratici si inginocchiano davanti a lui, mentre agita una spada durante una scena simile a una cerimonia di incoronazione. Questi contenuti non sono propaganda nel senso classico del termine, non sono progettati per essere creduti reali. Sono qualcosa di diverso e di più destabilizzante: sono iperstizioni nel senso che il filosofo Nick Land dava al termine, cioè finzioni che producono effetti reali attraverso la loro stessa circolazione, che non hanno bisogno di essere vere per essere efficaci. «Con l’AI, Trump distribuisce rapidamente stereotipi e narrazioni false in post divertenti che distillano in modo memorabile questioni complicate nei loro punti di discussione politici più basilari, indipendentemente dalla base fattuale», ha scritto il Poynter Institute. La logica è quella del flood the zone, la tattica attribuita all’ideologo della destra americana Steve Bannon, di inondare lo spazio dell’informazione con così tanto rumore che diventa impossibile distinguere il segnale. Forzare il sistema equivale a testarne l’elasticità e comunque serve ad occuparlo.
Ogni sistema autoritario inoltre, richiede un nemico. Non un nemico reale, ma un nemico costruito, definito, amplificato fino a diventare il principio organizzatore dell’identità collettiva del sistema. René Girard aveva teorizzato il meccanismo del capro espiatorio: la comunità si coagula attorno all’espulsione del diverso, della minaccia, di colui che viene designato come responsabile del disordine. In Daredevil: Born Again, i nemici di Fisk sono i vigilantes, figure che operano fuori dal sistema di controllo che lui ha costruito, che esercitano una forma di giustizia non autorizzata dal suo potere. Il parallelismo con la politica trumpiana è strutturale. Gli immigrati sono il pretesto, il vero obiettivo è la creazione di un clima di terrore che disciplini l’intera popolazione, che faccia sentire ogni corpo, ogni identità non normata, ogni dissenso politico come potenzialmente perseguibile. La executive producer Sana Amanat ha spiegato: «Quello che è interessante in questo è che il villain diventa parte del sistema e controlla il sistema. Quindi cosa deve fare un personaggio come Daredevil che non è un eroe tradizionale, realizzando che ha bisogno di diventare il simbolo che combatte e realizzando anche che c’è un potere enorme nella parte sana della società». La lista dei nemici di Trump, immigrati, transgender, accademici, giornalisti, giudici, democratici, alleati internazionali, non ha una dinamica ideologica coerente. Ha una logica emotiva: quella di tenere sempre attivo un senso di minaccia, di assedio, di emergenza che giustifichi i poteri straordinari. La minaccia non ha bisogno di essere reale: ha bisogno di essere sentita.
C’è un elemento fondamentale che attraversa tutta la seconda stagione di Born Again e che merita attenzione specifica: il fascino dell’opaco, ossia, la maschera. Daredevil porta una maschera, il supereroe tradizionale nasconde il volto per proteggere la propria identità privata, ma nella logica della seconda stagione, la maschera acquisisce un significato aggiuntivo, è il simbolo di chi resiste al sistema, di chi non si lascia identificare e controllare. Fisk, come anche Trump, non porta mai una maschera nel senso fisico, al contrario, è iper-visibile, permanentemente in scena, continuamente in primo piano, anche se è una maschera di per sé. Questa iper-visibilità è essa stessa una forma di opacità: l’eccesso di immagine nasconde la struttura del potere con la stessa efficacia con cui la maschera nasconde il volto. Walter Benjamin aveva scritto che ogni documento di civiltà è anche un documento di barbarie: ogni immagine di Trump come Gesù, come re, come eroe di guerra è anche un documento della violenza che quella immagine serve a coprire. Ma le maschere vivono una loro vita propria, si perdono, si acquistano, sono portatrici di un potere che è svincolato da chi lo indossa, come confermato dalla maschera di Muse indossata alla fine della stagione dalla psicologa Glenn, che da Muse ha rischiato di essere uccisa.

E in tutto questo l’opinione pubblica, la stampa, l’informazione in generale come funziona? La figura di BB Urich, la giornalista che produce contenuti propagandistici per il potere, ma al tempo stesso genera un programma in cui Fisk viene proposto come una marionetta ripugnante, è uno dei personaggi più inquietanti e più precisi della serie nel suo rapporto con la realtà. Non è una figura di corruzione semplice: è il personaggio che illustra il meccanismo attraverso cui l’informazione diventa strumento del potere, non attraverso la censura ma attraverso la seduzione, la contraddizione e la manipolazione. Il potere non proibisce più l’informazione, la produce, la dirige, la distribuisce attraverso canali che sembrano indipendenti. La rivista Wired ha rivelato che Emily Hart, una popolare influencer online pro-MAGA, era in realtà creata attraverso l’AI generativa da uno studente di medicina in India che cercava di guadagnare soldi extra. Il confine tra propaganda e informazione, tra persona reale e avatar artificiale, tra opinione autentica e contenuto fabbricato, è già scomparso nella politica americana contemporanea. BB Urich è un personaggio di finzione che descrive una realtà già esistente con precisione quasi documentaristica.
La serie pone con chiarezza una questione che la politica trumpiana evidenzia in modo ugualmente diretto: chi ha il diritto di usare la forza? In nome di cosa? Con quale mandato? Daredevil usa la violenza per proteggere i deboli, ma lo fa fuori dalla legge, perché la legge è stata colonizzata da Fisk. Il Punisher usa la violenza per vendetta, senza codice morale, senza distinzione tra colpevole e innocente, con la pura logica della punizione come fine a sé stessa. Bullseye usa la forza in una chiave caotica che ricorda Joker. La task force sfoggia emblemi del Punisher, il teschio della morte, come simbolo della propria identità, in uno dei dettagli visivi più perturbanti della serie. Il simbolo del Punisher, quella maschera da teschio, è diventato nella cultura americana reale un simbolo adottato da polizie, milizie paramilitari, gruppi di estrema destra. Non è un caso: il Punisher rappresenta la giustizia che bypassa il diritto, la violenza che non risponde a nessuna legittimità esterna a sé stessa. È il simbolo perfetto per un movimento politico che ha smesso di credere nelle istituzioni e crede solo nella forza del proprio leader. La tensione tra Daredevil, il Punisher e Bullseye nella serie è la stessa tensione che attraversa la società americana: tra chi crede che la resistenza all’autoritarismo debba restare all’interno di qualche forma di stato di diritto, e chi crede che la violenza del potere possa essere combattuta solo con una violenza eguale e contraria.La convergenza tra Daredevil: Born Again e la realtà trumpiana non è quindi accidentale, ma non è nemmeno il prodotto di una profezia consapevole. È il prodotto di qualcosa di più strutturale: il fatto che l’autoritarismo contemporaneo segua pattern riconoscibili, che la storia si ripeta non identicamente ma ritmicamente, che chi studia la storia del potere, che siano fumettisti, sceneggiatori o politologi, sia in grado di anticipare le sue mosse perché quelle mosse sono, in fondo, sempre le stesse.