02.11.2026

Briciole e Cigni selvaggi. Un disegno per nascere di nuovo

Graffiti e matite alla ricerca di un’identità più autentica


«Per fare tutto ci vuole un fiore» cantava Sergio Endrigo, mentre «ci vuole un disegno» direbbero Alessandro Pozzolo e Fumettibrutti, autori di due libri – Briciole e Cigni selvaggi – che raccontano la riconfigurazione del mondo e la costituzione di un’identità possibili solo con un disegno. Un graffito uscito da una bomboletta spray, nel caso del protagonista di Briciole, Pietro; una tavola illustrata dalla penna di Teresa, voce di Cigni selvaggi. 
Il legame tra i due romanzi riguarda sì il mezzo d’espressione dei protagonisti, che appunto trovano e affermano sé stessi nell’arte; ma soprattutto è fortissimo per il senso di rivalsa, l’opposizione al mondo circostante e lo sfogo della contraddizione nel rapporto con i padri che, in entrambi i casi, porta alla creatività artistica. Il disegno è una risposta all’oppressione di un mondo adulto silenziatore, tanto per Briciole quanto per Cigni selvaggi; e quel mondo è così simile nelle due storie che i protagonisti sembrano due fratelli figli delle stesse esperienze di vita.

Alessandro Pozzolo, per Ensemble, scrive la storia di Pietro, un adolescente che si divide tra le mura di una casa esigente, spesso incapace di comprendere, e le oniriche dimensioni mentali del conflitto con suo padre. Come in un loop, il ragazzo rivive dentro di sé alcune scene – soprattutto una forsennata fuga dalle scale dell’abitazione – che hanno una forma liquida, suscettibile a rimescolamenti, reinvenzioni, sfumature e scolorazioni. La vicenda, quindi, è raccontata in un modo che assomiglia alla consistenza della vernice spray chiusa nelle bombolette: a volte granulosa, capace di farsi polvere, densa, difficile da rimuovere, appiccicosa e coprente. Affascinato dalla trasgressione da cui suo padre ha sempre cercato di tenerlo lontano, il protagonista viene attratto, come un insetto calamitato dal fascino per la luce, dalla vita di Sandro – un ragazzo poco più piccolo di lui, figlio di quella “Roma brutta” che è così sconosciuta per il protagonista da essere per questo anelata profondamente. Con Sandro, Pietro diventa “larva”, ovvero il tag che inizia ad apporre in basso sui graffiti che va lasciando, di notte, sulle mura della sua città, dopo che l’amico lo inizia a questo rituale tanto trasgressivo quanto liberatorio. Sandro e “larva” dopo poche pagine di Briciole diventano Giuàn, il protagonista del romanzo di Giovanni Arpino dal titolo Randagio è l’eroe: in una Milano conformista e regolatrice, Giuàn – mosso solo dall’amore – si muove di notte per trasformare le scritte sui muri in messaggi di pace, fratellanza e solidarietà. “Larva” e Sandro, randagi come Giuàn perché isolati dall’incomprensione delle famiglie di appartenenza, senza voler necessariamente compiere l’impresa di sostituire l’odio con l’amore, lasciano alle scritte spray le loro migliori intenzioni: la possibilità di essere sé stessi, il desiderio di avere uno spazio cui appartenere, la libertà di una notte solo per loro. 

«Sussurro la parola tra me e me, ‘LARVA’. Mi piace come suona, l’arricciamento indietro della lingua, il vibrare dei denti contro il labbro inferiore della V, il rilascio della A. La scrivo sul lato della colonna di testo del libro. LARVA. Stiracchio la L, faccio srotolare la parte sotto della R come un rotolo di pergamena, la A finale la faccio allungare a partire dal trattino orizzontale, arricciandolo a spirale. Aggiungo una linea a zig-zag sotto, un’aureola sopra. MMM, mi piace, la riscrivo, e poi ancora, LARVA, ogni volta uguale ma diversa, aggiungendo dei puntini dopo la A, oppure una stellina o delle virgolette, o stilizzando le lettere di lato, LARVA, LARVA, e sto davvero fuori di capoccia ora, non riesco a fermarmi, la matita scava il foglio e il palmo pulsa, la colonna si sta facendo nera di grafite, e ogni volta che le traccio, ‘ste lettere diventano più mie. […] LARVA c’ha una vita tutta sua, e ora bisogna portarlo fuori, bisogna fargli vedere la strada.»

Pietro nasce una seconda volta, con la creazione di “larva”. È una nascita agita, non subita, che dà al ragazzo l’ebbrezza delle cose folli, delle esperienze totalizzanti, delle scoperte inimmaginabili. Viene al mondo di nuovo, ma questa volta a prescindere dalla genetica e dalle condizioni ambientali di un parto: fa vedere la luce al sé che ha elaborato, libero e completamente creato con le proprie mani. Letteralmente, come nel caso dei fumetti di Teresa nel libro di Fumettibrutti edito da Feltrinelli, che racconta la storia di una ragazza trans trasferita nella città del nord in cui si è sottoposta all’intervento – non del tutto andato a buon fine. Per riuscire a frequentare l’Accademia, la sera lavora in un night club e – proprio come Pietro – vive le relazioni più contraddittorie, sincere e significative di notte, quando tutti dormono.



Se da una parte leggere della costruzione dell’identità di un singolo, in entrambi i casi giovane, è un’esperienza gioiosa, dall’altra questa nobile possibilità – purtroppo o per fortuna – si sblocca sempre in seguito a una sofferta relazione con i padri. La gioia della liberatoria rinascita di Teresa e Pietro, quindi, va guardata insieme al contrappeso del dolore per il giudizio e le aspettative dei padri che vogliono una Teresa e un Pietro diversi da quelli che, disegnando, i due riescono a far emergere da sé. 
«Mi siedo accanto a lui e abbasso il volume: papà, ho dato solo l’esame di Disegno a Ingegneria». In questo modo Teresa si fa carico del peso di deviare dalla strada che suo padre ha in mente per lei: vorrebbe che diventasse ingegnere, mentre lei vuole soltanto trovare il modo per vivere con i suoi disegni. In una sola frase Fumettibrutti riesce, immaginando la scena in modo cinematografico, a trasmettere tutto il peso emotivo, nell’animo del suo personaggio, che significa dire al padre che quell’università non sarà la sua. Allo stesso modo il padre di Pietro, per farlo tornare in carreggiata dopo che lui si è fatto sempre più ribelle, usa come esempio positivo il rispetto e la riverenza che lui – da ragazzo – aveva provato per suo padre, dimostrandogli gratitudine proprio assecondando le aspettative che aveva per lui. «Mi sono fatto il culo, e ora faccio il professore. Ho fatto quello che mio padre voleva, e lui ne sarebbe fiero».

L’idea è quella che i padri possano avere chiaro molto prima dei figli stessi quali ambizioni, passioni e vocazioni siano in grado di possedere; e sulla base di questa chiarezza preventiva, debbano essere ascoltati come viatico per la costruzione dell’esistenza. Pietro e Teresa con una matita e una bomboletta spray riescono a scrivere una strada diversa – a tratti sovrapposta, in altri punti completamente distante – da quella che i padri hanno disegnato per loro. E questo è un grande solco nella strutturazione profonda di sé, ma una ferita viva nel rapporto tra loro e i padri. Sia Briciole sia Cigni selvaggi riescono a riconfigurare nella narrazione l’ambivalenza di questo segno nelle vite dei protagonisti, e senza dare definizioni nette, come nei disegni restituiscono una forma sfumata e sfaccettata del conflitto interiore e relazionale che accomuna, sicuramente, centinaia di lettori e tante altre storie contemporanee. Nel tracciare le linee di questo rapporto, Briciole è più rabbioso rispetto a Cigni selvaggi, che invece mantiene sempre uno stile quasi fiabesco, mai giudicante, in cui la sofferenza non diventa teatrale. Alessandro Pozzolo inventa un personaggio a tratti rigido e irruento, a volte anche sbilanciato del tutto verso la rabbia, tanto da dire «è mio papà ma non l’ho scelto, non lo voglio». Non edulcora la sofferenza di Pietro, la esprime senza filtri sulla pagina e costruisce un personaggio infuocato, vivido, ancora acerbo nell’elaborazione di quel difficile processo emotivo che si è costretti a vivere quando il ruolo di figli e quello di individui non è automaticamente coincidente ma ha bisogno di uno sforzo per arrivare a poter convivere nella stessa persona.

Quello tra padri e figli è, necessariamente, anche sempre un conflitto generazionale. E in Briciole si vede molto bene come la natura di questo conflitto abbia le sue radici nella profonda differenza tra l’essere padri e figli oggi e trent’anni fa; ovvero nella crisi dell’uomo adulto contemporaneo che, da figlio, ha vissuto una relazione padre-figlio completamente diversa da quella che si ritrova a vivere da padre. Il padre di Pietro prova a predisporre un rapporto con il figlio basandosi sull’amore e il ricordo di quello con suo padre; come se a garantire la salubrità della loro relazione potesse intervenire solo la somiglianza con quella che ha vissuto nel ruolo di figlio. Porta Pietro a vedere la “fabbrica Marzotto”, dove lavorava suo padre, come luogo sacro della geografia familiare da cui sperava di far nascere in Pietro un senso di rispetto, religiosità e riverenza che, probabilmente, erano i principi su cui si era basata la sua esperienza di figlio. Il fatto che Pietro sia un protagonista giovane, parte di una generazione diversa e quindi simbolo di questo ricambio generazionale nel modo di essere padri e figli, è confermato dalla piega che prende il libro.

Poteva diventare un esperimento come La fabbrica dei ciliegi di Tommaso Giagni o L’invenzione del colore di Christian Raimo, in cui i protagonisti ripercorrono le tracce dei padri e ricostruiscono la loro storia anche di lavoratori per trovare sé stessi; ma i protagonisti di questi due libri appartengono alla generazione del padre di Pietro, non a quella di Pietro. Suo padre e i personaggi di Raimo e Giagni hanno convissuto con una forma di paternità che, da adulti, cercano di ricomporre andando incontro all’uomo dentro al padre; lo sguardo di Pietro su suo padre, e quello della sua generazione, invece, ha già negli occhi una preliminare idea dell’uomo-padre che quindi può non corrispondere necessariamente alle inclinazioni dell’uomo-figlio che sta diventando. Questo squilibrio, tra quelli che furono padri di quelli che lo sono oggi e questi ultimi,  è completamente assorbito dai figli del presente, che vivono sulla propria pelle il peccato originale di essere ambasciatori di una spaccatura generazionale, culturale e tradizionale che prescinde dai singoli, ma di cui ogni singolo sconta la criticità. «Sei il nonno coperto da uno strato di vernice»: in frasi come questa Alessandro Pozzolo fa emergere, nel conflitto tra Pietro e suo padre, il legame con il rapporto tra suo padre e suo nonno e finisce per avvicinare Pietro a suo padre più di quanto i due protagonisti percepiscono.
Teresa, Pietro, ma anche i loro padri, in fondo raccontano una storia di figli che con tutta la forza possibile desiderano soltanto di poter essere più che “bravi figli”: persone brave e felici. 

«Magari non devo essere un genio della matematica per essere un bravo figlio. Magari posso essere un bravo Pietro e anche felice.»

In copertina: fotografia di Brice Gelot, dal progetto While You Sleeping

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