Come sopravvivere in un mondo in fiamme? È quello che si chiede Franco Marcoaldi, scrittore e poeta, in La disperanza. Un sentimento del nostro tempo (Einaudi), citando lo scrittore e urbanista americano Adam Greenfield: la domanda fa da sottotitolo all’edizione italiana dell’ultimo libro di Greenfield (Einaudi), secondo il quale siamo precipitati in una «Lunga Emergenza». Di questa emergenza, il più manifesto campanello di allarme porta il nome della crisi climatica. Ma non è l’unico. Marcoaldi nomina, una dopo l’altra, le grandi sciagure del nostro tempo: i focolai di guerra che infiammano il globo, una divampante ingiustizia sociale, i drammatici fenomeni migratori che danno adito a squallide campagne propagandistiche (l’America trumpiana ne è l’esempio più evidente, ma non mancano i seguaci più nostrani). Li definisce «cappi mortali», morse infami strette al collo dell’umanità. Come reagire dinnanzi a tutto ciò?
Ben prima di un moto di rabbia, tendiamo a provare un’angoscia amara e frustrata, unita a un senso diffuso di impotenza. «Il Bene, il Male, la Patria, l’Occidente», scrive Marcoaldi in Una parola ancora (Einaudi), sono «parole passe-partout che ormai / non aprono più niente»: parole senza occhi, senza orecchie, senza scheletro, buone «soltanto per tornei, marce, / caroselli, ridicole parate». Auspicarsi che il nostro diritto di voto possa ancora donarci voce in capitolo nelle grandi decisioni che ci superano, sognare di poter “rifare” il mondo daccapo, o attendere che arrivi un messia a salvarci è wishful thinking – una pia illusione. Ma nemmeno sprofondare nello sconforto potrà aiutarci ad affrontare le “passioni tristi” del nostro tempo: farlo sarebbe «una facile scorciatoia apocalittica; […] un nichilismo di maniera», infecondo sul lungo periodo.

Occorre un diverso modo di pensare, che vada al di là tanto della speranza, quanto della disperazione: un rinnovato conatus (di spinoziana memoria), una nuova forma di partecipazione attiva alla riparazione del mondo. È a questo punto che Marcoaldi introduce il termine «disperanza», mutuato da Giorgio Caproni e dal colombiano Álvaro Mutis. Contrariamente alla disperazione, che si avvita su se stessa, la disperanza produce un aumento di vitalità – è una spinta in avanti, non un ripiegamento: una kierkegaardiana «passione del possibile», ad onta di un avvenire sempre più precario, incerto sulle gambe. Felicemente e fertilmente bifronte, tesa dialetticamente tra i suoi opposti, la disperanza può assisterci nel fare i conti con le illusioni e i drammi che ci sono contemporanei: non con inerte cinismo, ma con attivo disincanto.
La speranza desidera ciò che è incerto e lontano – è brama di chimere, tensione verso il forse – e, nel farlo, anestetizza: promette ciò che non è in grado di dare; è una sirena pericolosa, come pericolosa è la disperazione, che annienta e avvilisce. Diversamente, chi pratica la disperanza non si astiene dal partecipare con lucidità al compimento del proprio destino: ha fatto pace con la morte, dunque può vivere più pienamente la propria vita, senza dover voltare le spalle al mondo – sulla scia dell’uomo assurdo di Camus, per il quale la «privazione di speranza e di avvenire […] significa un accrescimento nelle disponibilità dell’uomo». È una «liturgia profana» – un celebrare l’intensità dei sensi e la vita concreta, presente, now and here (di contro al nowhere della speranza e della disperazione, come ricorda il bel tondo raffigurato sulla copertina del saggio). Non contano né il passato, ormai incancellabile, né il futuro, non conoscibile: importa solo il vissuto, «ciò che resta nel lampo della morte: la pelle accarezzata un giorno, il sole al tramonto dietro la cordigliera, il profumo degli aranci fioriti e la musica dell’acqua che scende a torrenti verso il mare».
Per Marcoaldi, citando Elias Canetti, l’individuo disperante – al suo massimo grado, lo scrittore – è lucidamente figlio del suo tempo: ne è schiavo (è un «cane obbediente», che mette il naso in ogni dove per narrarlo) e, al contempo, vi si ribella, risorge contro la visione unitaria che se ne dà – sa farsi partecipe delle vite e delle morti che lo circondano, «tenere aperte tutte le vie d’accesso tra gli esseri viventi» al fine di «preservare il senso di globalità di cui ciascuna è partecipe». Funambolo della vita, come una vedetta «scorge e grida allegrie e miserie», altezze e bassezze, poiché ha saputo introiettare «fino in fondo l’idea della fine, del naufragio» che incombe, a cui va incontro a testa alta.
Se è vero, come ricorda Remo Bodei, che i «regimi che si fondano sulla paura e la speranza diminuiscono il tasso di razionalità e autocontrollo e aumentano quello di superstizione, di virulenza delle passioni e di surriscaldamento del lato passivo dell’immaginazione», allora l’unica felicità possibile è quella che resta, spinozianamente, «entro i confini della necessità compresa nell’ambito di un universo la cui potenza inevitabilmente ci sovrasta, ma a cui non dobbiamo piegarci supinamente, perché anche noi ne facciamo parte». Siamo tutti stranieri, spaesati, spatriati, uniti da un comune senso di estraneità: una volta compreso questo, potremo lasciar perdere la speranza che contamina il pensiero – ed altro non è che «fuga dal mondo, alibi della vita» – e ormeggiare al porto della disperanza.

L’approdo alla disperanza avviene tramite «lievi spostamenti asintotici», con discorsi e citazioni che si muovono lungo i margini: il testo pullula di riferimenti colti, ma anche di episodi di vita quotidiana e cenni al privato. Quello di Marcoaldi non è un pamphlet incendiario, eppure accende: è elegantemente poetico, senza essere polemico. Si affida ai giovani, i veri alfieri della disperanza (come testimoniano le mobilitazioni di questi giorni nelle piazze di tutta Italia), ma parla prevalentemente agli adulti: più evocata che spiegata, la disperanza resta un embrione di possibili, una postura esistenziale percorribile e, anzi, necessaria, dati i tempi che corrono (in tutti i sensi).
Ora, non è affatto scontato che tutti dispongano dello spazio necessario per praticare una simile forma di lucidità: per chi vive in condizioni di marginalità materiale, la possibilità di trasformare il disincanto in una postura esistenziale potrebbe apparire meno “immediata” di quanto suggerisca il libro. Rimane dunque da chiedersi: la disperanza è accessibile a tutti, o rischia di rimanere un privilegio, una forma raffinata – per pochi – di stare nel mondo? Può essere, sempre citando il Marcoaldi di Una parola ancora, un «nuovo inizio per ricominciare»? L’autore invita alla calma: «è già tanto se riusciamo a continuare». Atteggiamento (perfettamente e coerentemente) disperante, che si contenta degli scarti minimi, senza promettere l’oro e senza paventare l’abisso.
«Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate»: abbracciate la disperanza. Bisogna «strappare la gioia» non solo – non tanto – «ai giorni futuri» (con buona pace di Majakovskij), ma a quelli presenti: procedere per azioni provvisorie e minimi lampi, consapevoli che all’apice del suo sforzo «l’uomo può soltanto proporsi di diminuire aritmeticamente il dolore del mondo». Ma è forse poco?
In copertina: Emilio Tadini, Oltremare, 1992