21.09.2026

Francesco Guccini, storie dello spazio profondo

Un ritratto atipico del cantautore, ripercorrendone la giovinezza tra l’amicizia con Bonvi e una personalissima fantascienza

Si può partire da un punto qualsiasi.
Tra le opere meno note di Francesco Guccini certo si trovano le sue storie di fantascienza. Come tutto ciò che è importante nella vita, nascono da un incontro: Bonvi (Franco Bonvicini) e Guccini si conobbero nel 1957, nella sede del Movimento Laico Studentesco, a Modena. Che tempi! Il Movimento aveva trovato ospitalità nella sede del locale P.S.I., e la sua prima azione sociale fu quella di fare i baffi al ritratto di Matteotti (esecutore materiale fu Victor Adolfo Maria Sogliani, più tardi fondatore dell’Equipe 84). Veniva pubblicato un giornaletto a ciclostile intitolato ZERO CON LODE, che ebbe l’onore e l’onere di venire subito messo all’indice dalla Curia modenese. Nel gruppo – racconta Bonvi – c’era anche “la Betty”, che andrà ad abitare a New York e che è la protagonista della canzone Incontro («E correndo mi incontrò lungo le scale…»). Betty, però, a quanto pare fu anche il primo amore di Bonvi: lui la baciò, al cinema, durante Trapezio (1956, Carol Reed) con Gina Lollobrigida, e poi lei lo andò «a sputtanare durante una riunione del Movimento Laico Studentesco, per fortuna interrotta dal Presidente Gladio Gemma che le disse che la vita sessuale degli aderenti al movimento non interessava la comunità»[1]. Ciononostante, quello stesso presidente proibì poi a Bonvi di rimettere piede nella sede del Movimento; Guccini decise così di mettere un tavolo sulla porta, metà dentro e metà fuori, e i due «giocavano a briscola (Guccini dentro e Bonvi fuori) con somma frustrazione del Presidente. Poi i socialisti s’incazzarono per via del tavolo che impediva l’ingresso alla federazione, e così finì il Movimento Laico Studentesco. Era l’inverno del 1957».
Era nata un’amicizia.

Poi fu il tempo di Bologna.
Il futuro cantautore, che all’epoca lavorava in pubblicità con il regista Guido De Maria, avendo bisogno di un disegnatore, si ricordò dell’amico «di infanzia e nefandezze, queste ultime più immaginate che perpetrate» (così Guccini). Il primo colloquio di lavoro, racconta il cantautore, fu memorabile: il regista chiese al disegnatore «Lei, attualmente, oltre al disegno, di che si occupa? Studia?» e Bonvi tutto serio: «Sì, biologia e chimica. Sono molto interessato alla possibilità delle culture idroponiche su Marte». Guccini ammette che ciò era quasi vero.[2]

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Francesco Guccini e Bonvi, anni Settanta

Facciamo ancora un passo avanti e ci troviamo nell’estate del 1969.
Bonvi, dopo il periodo bolognese, era tornato a Modena. Telefona a Guccini per invitarlo a casa sua e proporgli due idee. «Di solito, alla sua richiesta mi sarei negato con mille incredibili scuse, ma una cara amica americana non aveva mai visto Modena, era curiosa, e così partimmo».
La giornata fu intensa: i due prima passarono a trovare un amico che, nell’intento di rendere l’ambiente più rilassante, stava piazzando luci stroboscopiche nello studio; poi un altro amico, che li accolse nudo da testa in giù, restando in posizione yoga per tutto il tempo dell’incontro. Alla fine andarono a trovare Bonvi, al che la ragazza, al ritorno comprensibilmente perplessa, chiede: «Ma che amici hai?». Ma fa niente. Racconta Guccini che «il Bonvi era come sempre, cioè in allegro delirio».
«Guccio – sbraitava – vorrei fare una satira del militarismo, dell’ottusità del militarismo, lo sai, abbiamo fatto il militare assieme – il che, come sempre, era quasi vero – ; ho pensato di disegnare dei soldati tedeschi. Li chiamerò Sturmtruppen. Dammi una mano per le battute». Si tratta di un drappello di soldati nazisti imprigionati nelle gabbie mobili di una guerra combattuta sempre fuori campo, contro avversari che non si vedono mai (Stanley Kubrick partirà da un identico assunto per il suo primo, bellissimo e ripudiato Paura e desiderio). Sturmtruppen fu un capolavoro di umorismo nerissimo, in cui la mano di Guccini si sente senza rendersi mai esplicita. È un coacervo di letture e di stimoli, da Kaputt di Curzio Malaparte a Mario Rigoni Stern, dal Deserto dei Tartari di Buzzati a Lussu, e poi Zuckayer, Hasek, il Comma 22 di Heller. E poi ancora le umanità desolate di Otto Dix e le sensuali caricature di George Grosz, ma ri-allucinate nello stile unico di Bonvi, che predispone alla risata prima ancora di leggere la striscia. Ma nonostante tutto questo, «chiunque abbia fatto turni di guardia al parcheggio carri della scuola militare di Caserta nell’inverno 62/63 è in grado di scrivere le Sturmtruppen».

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Oltre a tutto ciò, un aneddoto ancora, che riguarda il servizio militare fatto assieme.
Entrambi sottotenenti, Guccini era nella più umile fanteria, Bonvi invece era carrista. Proprio “al comando” di cinque carri armati M47, in un pomeriggio di agosto del ‘63, in una pietraia tra Cormòns e Gorizia, Bonvi dichiarò guerra alla Jugoslavia (non è chiaro quanto Guccini partecipò a questa impudenza, se lo istigasse o se invece cercò di dissuaderlo)! Fu così messo sotto inchiesta e scoprì il trucco, la somma verità di ogni esercito, e cioè che più grossa la combini, meno ti possono fare. «Se no, sopra di te, saltano tutti: loro non possono permettersi di averti permesso di combinarla grossa».

E là noi quel giorno vi spiegheremo perché
la vostra guerra
pure quella
comunque vi andasse, vittoriosa o persa, e per quanto lugubre,
oscena e feroce vi riuscisse
alla fine
in sostanza e verità
non poteva essere stata mai, pure quella,
nient’altro che
un gioco.[3]

Le strisce a fumetti delle Sturmtruppen, pubblicate su Paese Sera, divengono anche uno spettacolo teatrale allestito a Trastevere da Nino de Tollis, nel 1972. Fu quello che si dice uno scandalo: per la prima volta in Italia, cinque uomini appaiono in scena completamente nudi, se si eccettuano cinturoni, fibbie, elmetti, porta-munizioni. Dacia Maraini, nonostante giudichi i fumetti da cui è tratto «un po’ troppo goliardici e faciloni», ha modo comunque di apprezzare la rappresentazione di un cialtronesco sottoproletariato, «tanto sottomesso da diventare eversivo». Il modello è il soldato Svejk: «Volete che vi obbedisca? E io obbedisco. Volete che io spari e io sparo. Volete che mi faccia uccidere e io mi faccio uccidere. Ma non chiedetemi di capire quello che sto facendo». Il sottoproletariato incolto, disorganizzato, disossato, ha alimentato la più grande letteratura – argomenta la scrittrice – da Dostoevskij a Brecht, fino al più bello di tutti i romanzi picareschi, il Lazarillo de Tormes.
Non c’è alcun dubbio su quanto questo gruppo eterogeneo e sempre uguale, tragicamente ridicolo e ridicolmente tragico, abbia alimentato anche l’immaginario del futuro cantautore Francesco Guccini.

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La seconda idea che Bonvi propose a Guccini in quell’estate del 1969 aveva a che fare invece con la fantascienza pura, «fredda, come è sempre piaciuta a noi».
Accolta con entusiasmo anche questa proposta, la lavorazione si rivelò travagliata ma improntata al divertimento reciproco e alla reciproca tolleranza; Guccini scriveva con spigliata pigrizia sceneggiature che Bonvi disegnava da par suo, anche modificando personaggi in corso d’opera – così ufficiali zaristi diventavano, ça va sans dire, ufficiali tedeschi… Ma non litigarono mai. Bonvi perdonò Guccini che, per una donna, fuggì all’improvviso negli Stati Uniti lasciandolo senza più sceneggiature. Ciò a quanto pare lo costrinse, racconta il cantautore, a «copiare bassamente dai romanzi che, giovinetti, leggevamo».

Gli autori si auto-ritraggono nei due protagonisti: Bonvi è un antieroe bello, biondo, donnaiolo. Guccini, significativamente, un robottino nevrotico e un po’ sfigato. La prima storia è pubblicata nel 1970 su una rivista chiamata Psycho. Le trame sono sgangheratissimi noir tracciati ad inchiostro grosso e pastoso, tra torrenti di whisky, androidi che sogneranno pecore elettriche, femme fatale e ridicoli pirati spaziali, in cui è divertente vedere come agli assalti della prorompente scrittura dell’uno, colma di invenzioni linguistiche, rispondono le ruvide e tenerissime fisionomie del secondo, in un affastellarsi di azione e reazione, inquadrature più o meno sbilenche, primissimi piani fotocopiati e meticolosi retini. Il dialogo tra i due poli è continuo, travolgente, divertito. Soprattutto, ci si trova tra le «benefiche entità su Urano», dove «i protocastori mugghiano in letizia», e si trovano «giacimenti di ostriche fossili, prelibata leccornia apprezzatissima dal popolo Kaa».

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Per quanto si vantassero di avere preceduto di quindici anni Guerre Stellari, queste singolarissime vicende spaziali avevano molto più a che fare, tra nomi storpiati di amici e di posti, tic gergali, fatti e piccoli richiami evidenti quasi soltanto a loro due, con la loro adolescenza a Modena. Lo Spazio profondo del titolo, ammette infine Guccini, era «forse soltanto il cielo sopra la piccola città dei nostri diciotto anni». Ed era enorme.
Riesce difficile non vedere, nel robottino in cui ha scelto di autoritrarsi, astuto ma logorroico, nevrotico fino allo spasimo, quello stesso disagio ironico di decenni di canzoni, colto appena nell’imbarazzo inevitabile di affermare alcunché, anche soltanto una parola quasi d’amore.

Bonvi muore il 10 dicembre 1995, travolto da un incidente stradale.
Guccini dedica a lui e a quel Victor Sogliani – fondatore dell’Equipe 84 ed esecutore dei baffi su Matteotti con cui era iniziata questa buffa storia -, entrambi scomparsi a breve distanza, l’album del 1996 D’amore di morte e d’altre sciocchezze.
L’album si apre con la canzone Lettera:

[…]come vedi tutto è normale
in questa inutile sarabanda,
ma nell’intreccio di vita uguale

soffia il libeccio di una domanda,
punge il rovaio d’ un dubbio eterno,

un formicaio di cose andate,
di chi aspetta sempre l’ inverno per

desiderare una nuova estate…



[1]Bonvi! A cura di Luciano Secchi, Editoriale Corno, 1975
[2]Bonvi&Cavazzano, Maledetta Galassia! Presentazione di Francesco Guccini, Sergio Bonelli Editore, 1999
[3]Elsa Morante, Il mondo salvato dai ragazzini, Einaudi, 1968

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