C’è una galleria a Torino che si trova nella lunga via Sacchi che costeggia la stazione di Porta Nuova e si chiama Sutura. Da anni propone un’esplorazione del corpo nell’immaginario di artisti visionari come Guendalina Urbani, Eugenio Tibaldi o Francesca Grilli.
Giovedì 14 maggio si inaugurava la fiera del libro di Torino ma anche la mostra Pratiche di Mutazione di Viola Pantano e Marta Roberti, a cura di qwatz ed è proprio da questa corrispondenza che vorrei partire per alcune considerazioni su questa edizione appena conclusa.
Le opere oniriche di Marta Roberti, come un mantra visivo si ripetevano in una dimensione rituale e iniziatica grazie anche a racconti fantastici scritti a mano con calligrafia infantile e incerta mentre la performance di Viola Pantano, nello spazio davanti alla galleria, sotto i portici trasformava i presenti in opere vitali e prigioniere. I medici dell’istituto fisioterapico da cui dipende la galleria, guidati dall’artista adagiavano sui corpi delle persone delle barre di legno bianche di lunghezza differente facendo bene attenzione a trovare un punto di equilibrio tra queste e le braccia, le gambe, la testa. A volte le figure si componevano attraverso binomi, una coppia, due amici, o la persona e una delle colonne dei portici. Una ragnatela di relazioni irretiva il corpo del partecipante a volte estremamente concentrato al punto di sparire come corpo la cui sola cosa viva era il cellulare che vibrava nel palmo di mano aperta.
La durata della prova dipendeva dal partecipante che misurava la propria soglia di sopportazione a uno stato di costrizione fisica e mentale. Ecco allora che d’un tratto si sprigionavano attraverso un gesto liberatorio accompagnato da un sospiro di sollievo e dal rumore delle barre che precipitavano al suolo scomposte e inanimate. Il rito pareva allora quello della liberazione da catene psicologiche e sociali, da una rete come quella in marmo di una scultura poco frequentata nella Cappella Sansevero, quella del Cristo velato a Napoli, nota come il disinganno o la disillusione, opera di Francesco Queirolo.
L’opera che il Principe Raimondo aveva voluto dedicare al padre Antonio rappresenta quest’ultimo come un uomo che aiutato da un genietto alato squarci la rete del vizio della passione per ritrovare la luce della ragione.

Alla fine della performance di rara intensità ed estremamente poetica – i piccoli piedi scalzi di Viola scivolavano leggeri sui lastroni di pietra in equilibrio mobile e costante come di una danza – ho condiviso il pensiero che ne avevo avuto con la curatrice Benedetta di Loreto. Contrariamente alla maggior parte di coloro che avevano ricevuto le opere quella sera e che vi avevano visto in sostanza la rappresentazione di una liberazione nel gesto finale, vi ho scorto il tema della disillusione, ovvero dell’uscita dall’incantamento. In altri termini la felicità era nello stare al gioco, vivere l’ilusión che, come molti sanno, in spagnolo, significa entusiasmo, gioia, emozione, speranza, in una sola parola la passione.
“Ma allora”, mi ha chiesto Benedetta, “la tua storia ha un finale triste?” “No”, le ho risposto, “perché non appena una figura esplodeva, brillava un’altra ricominciava pochi metri accanto, ad ogni morte corrispondeva una rinascita, nell’infinito gioco della vita, una rivolta ciclica alla maniera della timida ginestra nel deserto”. Un tema, questo, spesso condiviso con la mia amica scrittrice Giusi Marchetta.
Quello che i numeri non dicono
Dal comunicato stampa del Salone del Libro leggiamo:
«La XXXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro si conclude oggi, lunedì 18 maggio. Cinque giorni con 254.000 persone che hanno incontrato ospiti da tutto il mondo e case editrici in un’atmosfera di gioia e partecipazione, per tracciare parole nuove, sguardi sul mondo e per festeggiare l’appartenenza a una grande e variegata comunità di lettrici e lettori. Oltre 1.000 spazi espositivi, 36 sale incontro e 8 laboratori, il 40% degli appuntamenti in calendario ha registrato il sold out, e sono circa 132.000 visitatori e visitatrici che hanno partecipato agli incontri organizzati nelle sale, oltre 1.100 appuntamenti sul territorio in quasi 400 spazi con il Salone Off.»
Come si diceva proprio in fiera con l’eccellente jazzologo Franco Bergoglio, due sono i modi per cominciare una storia. Alla Coltrane, tempo lento e ritmato (my favourite things) o alla Charlie Parker, genio raccontato proprio da Franco nel suo ultimo libro, con l’esplosione dalle prime battute di tutta l’anima soul. Sempre nel comunicato si legge: «Per la prima volta l’affluenza del giovedì ha superato le 40.000 presenze, quella del venerdì le 50.000». Dunque decisamente Bird, ko-ko.
Questi numeri ci dicono che in tanti, ovvero più di quanto non accadesse in passato, ci si è organizzati per vivere più a lungo la parentesi felice di questo evento. Io, per esempio, a distanza di anni (almeno una ventina) ho frequentato il salone dalla prima all’ultima data, sicuramente incoraggiato dal fortunato triangolo di stand che mi ha ospitato accaffettato, avvinazzato, compagnato affummato al cuore del terzo padiglione con il mio attuale editore Exorma, quello di sempre Miraggi, di fronte e i ragazzi di Spartaco accanto. Realtà indipendenti come NN, l’Orma, Voland, Perrone, Sur, Nottetempo, Neo, Milieu, Atlantide, ADD, Iperborea e tante altre ormai riconosciute nel panorama dell’editoria indipendente, un’editoria tutt’altro che gregaria e che svolge un ruolo in Italia preponderante e sempre più affrancato da quello di passerelle verso la grande editoria. Quello che i numeri non dicono, tanto per cominciare è questo.
Ne discutevamo già vent’anni fa, paese ospite del Salone la Francia, in una tavola rotonda animata da Fabio Gambaro e a cui partecipavamo io e Vincent Renaud, allora curatore per Gallimard della letteratura italiana. Proprio Vincent ci raccontava che una tale polifonia di imprese editoriali, piccole, medie, indipendenti, con sede in province poco frequentate, regioni italiane meno “produttive”, in Francia se la sognavano.
Fu proprio in quell’occasione, ricordo, che osai dire di un romanzo uscito con una tiratura modesta, nonostante l’editore fosse importante e che a dispetto della tiepida accoglienza in uscita avrebbe segnato la nostra epoca come uno spartiacque. Quel romanzo era Gomorra e a fine presentazione Vincent mi chiese il numero di Roberto Saviano che poche settimane dopo avrebbe firmato con Gallimard. Il resto è storia.
A distanza di tanti anni il paesaggio francese, del resto, si sta configurando proprio come quello italiano a riprova del fatto che siamo precursori spesso in cose belle anche se all’estero ci ricordiamo di quelle brutte, Fascismo e Lega a seguire, per fare un esempio.
Tutte le strade portano a Romance
A proposito di Parigi sono stato all’edizione 2026 del Salon du Livre che si è tenuta al Grand Palais il 17,18,19 aprile. A parte la meravigliosa cornice in pura Art Déco, devo dire che nulla, e quando dico nulla non è per essere definitivo, esprimeva in termini di energia e di investimento degli editori e autori, la forza delle idee e del mercato editoriale francese grazie soprattutto alla tradizione dei suoi lettori. A parte la polemica legata all’esodo di un centinaio di autori dallo storico marchio Grasset, l’atmosfera generale era, a detta anche di amici del settore intervenuti, di spossatezza, dove perfino il carattere blasé, un po’ snob dei soliti noti si era convertito in wallera cosmica. Questo si toccava con mano ai piani bassi e non certo per scaramanzia. Ai piani alti invece, lungo tutta la balconata a ringhiera, tra le immense vetrate e il ferro sinuoso e sensuale dei corrimani, c’era la festa vera, quella di decine e decine di case editrici titolari del Romance. Ho visto file di lettori interminabili e pazienti davanti ai tavolinetti firmacopie di autori, autrici per lo più, con le stesse facce e tenute dei loro fans, in colore patata innanzitutto e un po’ dismessi. Non Houellebecq o Carrère, ma di fatto con lo stesso numero di copie vendute di questi maestri.
Alcuni si sono chiesti se sarà il Romance a salvare la cultura del libro, come negli anni Novanta erano stati i polizieschi e i polar. Su questo si è interrogata in modo intelligente Loredana Lipperini, per esempio quando scrive: «Ma la cultura del “libro” è anche un elemento di alcune specifiche tradizioni culturali: ora è certo di tutti, ma c’è da capire se in questo mondo globale saranno altri i “prodotti semiotici” che gestiranno la narrazione. Il mutamento dipende anche da come stanno mutando i gusti a livello globale da come potrebbero mutare la stessa base paradigmatica con cui si elabora, in rappresentazioni “rituali” (laiche o religiose, dal teatro alle feste), il senso dello stare al mondo».
Io, Stefano e gli altri
Il cambio di direzione del Salone, in senso amministrativo, dalla gestione di Nicola Lagioia a quella di Anna Benini, a mio avviso non ha intaccato il senso profondo del fare cultura evocato da Loredana Lipperini, ovvero di cartografare il reale per poterlo trasformare, esplorare ogni interstizio, angolo, ombra dell’umano per poterci affrancare una volta e per tutte dalla banalità che uccide, assassina e soprattutto fa morire l’anima.
Il paradigma che ho usato all’inizio di questo articolo è stato quello dell’illusione, un paradigma che rovescia completamente il tavolo delle direzioni ostinate e contrarie, delle polemiche di squadra e di guerra di posizione degli uni e degli altri. Al di là dei numeri, e delle piccinerie solite di autori eccessivi di sé, eccedenti ai domiciliari nei lounge in cui si portano dietro agenti e ufficio stampa come un tempo Dostoevskij si trascinava le sue catene, è quel che accade tutto intorno ad essere essenziale.
La letteratura è un fatto di comunità e convivialità. Ricordo le riunioni parigine al Lucernaire dell’Atelier du Roman, quando si diceva con i maestri presenti Arrabal, Kundera, Murray, Taillandier, che l’essenziale avveniva sempre e comunque davanti a un bicchiere, di certo non alla caraffa d’acqua stagnante posta nel mezzo del tavolinetto da cui si vorrebbe con un incontro dal titolo altisonante cambiare il mondo. Parafrasando Marx utile sarebbe lo slogan: du passé faisons table basse!

Quel che è accaduto intorno è stata, per me, la ventenne Sofia Tempesta che con chitarra leggermente amplificata, dal palco Campania ti fa diventare precipitato di gioia e te lo dice pure, te lo canta, Fai come vuoi. Essenziale farsi un bicchierino con Stefano della Genziana della mamma di Francesco della Neo, la Barbera da Spartaco, i panini arabo-trentini di Grazia di Terreblù, i dolci di Fabio da Miraggi, il nocillo maison di Orfeo di Exórma, il numero impressionante di amici, lettori e editori che non potresti nemmeno con un intero anno a disposizione incontrare in una manciata di giorni. A un certo punto nel passaggio dal padiglione tre al due mi sono venuti incontro abbracciandomi, Giorgio e Monica Arcadia di Rovereto, Alice e Antonello della Diari di Bordo di Parma e le ragazze incredibili della libreria Verso di Milano. Ma quanti altri librai indipendenti avrei incontrato nei giorni successivi, nell’on e nell’off come Malvina della Trebisonda? Entrare in contatto fisico con persone a cui vuoi bene ma che vivono distanti, troppo gli uni dagli altri, o che non si conoscevano, lettori e tutto il resto, perfino antichi avversari di tutta una vita che sorridi, ti fermi, gli dici: abbiamo sessant’anni e lui ti risponde e si vede, e ti viene da ridere ripensando agli attacchi, alle critiche, insofferenze, antipatie, gelosie andate tutte in prescrizione. Il SalTo 2026 ha mantenuto questa semplice promessa. Stare al mondo dei libri in fondo significa stare al gioco di quella magnifica illusione che si chiama letteratura.
I numeri? Quelli contano e pare che siano contati abbastanza per tutti in termini di vendite. Ce li giochiamo allora sulla ruota di Bari che pare sia quella dei sogni. Perché seppure questo nostro salto sia stato, come ogni volta, un salto nel vuoto, staccare i piedi da terra anche per pochi attimi è sempre un segno di liberazione.
