27.07.2026

Temptation Island come frammento di un discorso amoroso

O di come il trash sia diventato letterario

Dato che per una questione sentimentale ho rischiato di vedere il Creatore prima del tempo stabilito ho sviluppato nel corso di questi anni una particolare sensibilità al tema. Ho cercato di annotare, di capire, di registrare quali possano essere le alterazioni, le fratture insanabili e i cambiamenti che affliggono una persona che ama – o che non ama più o che non è più amata – nel corso di un tempo piccolo o grande. Le piccole morti, per intenderci, quelle che ti porti nelle tasche per il resto della vita designata.

Di cicatrici sono diventato cultore: ho imparato a odiare sufficientemente le mie, a cercare quelle degli altri per capire se in qualche misura si potesse lenire un dolore permanente, pericoloso ogni qual volta la questione amorosa rischi non dico di riaprirsi ma già di essere ripresa in considerazione. Per questo ho trovato educativa e fantastica al tempo stesso la possibilità di immergermi completamente nei guai di quattordici titolari, sette coppie, con riserve tentatrici in panchina al fine di vedere bene e per iscritto come ci possa andare a schiantare in diretta nazionale una o due volte a settimana (quasi fosse una ricetta medica: faccia vedere a tutti le sue vergogne al lunedì e al mercoledì, vedrà che potrà solo che trovarne giovamento). Ho guardato Temptation Island con un taccuino in una mano e con, nell’altra, una copia dei Frammenti di un discorso amoroso di Barthes giacché solo un pazzo – o uno che non ha mai sofferto – può credere che in quella messinscena non vi sia un autentico e clamoroso dolore, un percorso di espiazione che tutti attaccati a quello schermo stiamo facendo per il tramite di terzi. Sono convinto che vi sia molta più letterarietà in Soraya, Christian, Giovanni, Gabriele e nel resto dei loro compagni che in molta della narrativa oggi contemporanea.
Cercherò di spiegarmi meglio: chi avrà piacere di leggermi compatisca – l’ho fatto perché di amore mi sono ammalato e a vederne altri, di malati finti o immaginari, ci si sente meno soli.

A sinistra: Frammenti di un discorso amoroso; a destra: Temptation Island 2026

Il colloquio come atto distruttivo dell’altro

Una cosa mi ha colpito sin da subito: la violenza verbale utilizzata dalle coppie dopo essersi separate nei differenti villaggi – i ragazzi in uno, le ragazze in un altro, a corredo tentatori e tentatrici a loro assegnati. Una violenza lapidaria, netta, definitiva, che già avrebbe potuto interrompere il gioco a pagina uno: se la lingua è infatti «una pelle, come se avessi delle parole a mo’ di dita» come non posso essere uncinato e dilaniato da chi spera che questi giorni di lontananza «non finiscano mai»? Come posso non essere triste per chi mi ritiene «il cugino più cretino della compagnia»? Come posso non prendere atto di quel qualcuno che mi conta in tasca i «milleotto al mese» interrogandosi su come io ne disponga? Come posso non essere annichilito o annichilita da chi, alla mercè di tutti, spiega che «a livello intimo da mesi non facciamo nulla ormai»?
La morte sembra palese, futile il gioco: sadico, ad essere precisi, volto a far uscire il male, a mettere alla berlina i problemi comuni al fine non di una tentata (e impossibile?) ricostruzione, al contrario: è una danza nera, quella del programma, una danza in cui ogni nostro cadere diventa macchia di peste. Basta che qualcuno diagnostichi il male per attirare i guaritori: tentatori e tentatrici appunto, sirene odissiache pronte a insinuarsi nella cavità della ferita per ulcerarla.

I rumores e la visio diabuli: come sopravvivere al prurito

C’è un punto clamoroso che rende questa trasmissione geniale: mostrarti mentre cadi e far vedere come va a picco chi – erroneamente, mai andrebbe fatto – a te si era aggrappato. Perché chi tenta, chi seduce, chi cerca di indurti in fallo o è li pronto a prestare la più cristiana delle carità in abbracci e ascolti viene filmato, registrato e montato in una misura tale da compromettere la stabilità di chi vede e ascolta: piange Alessandra, sembra aver finito le lacrime; Gabriele ingaggia una lotta contro nessuno, Giovanni sente il bisogno di parlare di dignità (parole scelte con precisione in una sorta di epica sentimentale così esatta da renderle tormentoni). Non è il visto, il percepito, ad alterare, ma tutta la miscela che lo accompagna: la distanza, il confronto impossibile e quelle voci, quella Fama, che ha gettato Didone su una spada e che ha innescato la follia di Orlando.
Le prove vengono gocciolate addosso a chi guarda un poco per volta e non si può non vedere un tentativo di follia indotta: la caduta è progressiva. Ci si illude all’inizio: il tentatore Medoro sarà di sicuro poca cosa, quanto ascoltato o visto un piccolo incidente di percorso. Una questione facilmente risolvibile in un presunto felici e contenti: invece le cose, un filmato alla volta, peggiorano. Allora arrivano le parole funebri, quelle brucianti, quelle che fanno sbampare: vergogna dice Giovanni, lo urla e lo ripete, come se qualcuno veramente lo ascoltasse; follia urla Gabriele, follia, impreca, e come Orlando fugge e si spoglia, corre nudo verso un luogo che non potrà mai accoglierlo: quel villaggio delle fidanzate a lui inaccessibile, quel muro di cinta che gli impedisce non la sua Angelica, o la sua Saretta, ad essere precisi (tralasciamo la miseria dei possessivi in combinazione a vezzeggiativi prima di un nome), ma la sfida con un corteggiatore che lui non riesce nemmeno a nominare: Hulk lo chiama, e lo insulta trasformandolo in un cartone animato, perché se guardasse al vero dovrebbe prendere coscienza che la persona che ama il bagno di notte, suo sogno della vita, non l’ha effettuato con lui ma con un tizio che si chiama come un mostro verde della Marvel. Ecco allora che si cade, ecco che si crolla, ecco che si dà la pessima prova del sé: quella che arreca vergogna. «La forza che mi soverchia», a errori fatti, non può far altro che donarmi la più triste delle consapevolezze: «Sono veramente fottuto».

In alto: Temptation Island 2026; sotto: Roland barthes, anni Sessanta

Il falò di confronto come atto del patibolo

Esiste dunque un modo per uscire da tutto questo? Ricordo – e rido solo come quelli che han dato via la mente – un’immagine di un Giacomo Poretti abbastanza agitato: nessuna Gastani Frinzi però qui, ma un vero e proprio rito di passaggio che nemmeno il miglior Minosse nella disamina delle anime – un sereno, tranquillissimo falò di confronto in cui offeso e offensore, sofferente e colpevole devono trovare una quadra, capire in una qualche maniera cosa si possa fare per evitare di morire oltremodo, di umiliarsi ancora o ancora di illudersi, tremenda tra le malattie d’amore. Ancora Barthes mi aiuta, parlando di «angoscia e appagamento»: nel confronto si può cercare soluzione, ci si può dire del male e spurgare il veleno, si può creare un universo di significato al quale appigliarsi nei ricordi – io ho smesso di amarti perché tu non sei più ciò in cui credevo. Allora io vado via, mi esilio, pongo termine al mio di gioco lasciando il testimone a una delle altre sei coppie parimenti impelagate e bisognose di ausilio.
Dove però si può trovare la soluzione ecco arrivare il genio degli autori o, più semplicemente, la correttezza della vita, giacché se tu vuoi parlare, se tu vuoi chiarire, se tu vuoi incontrarmi per gettare addosso a me il fardello non è detto che io ne abbia voglia o piacere: questo fuoco io lo posso rifiutare. Posso lasciarti in attesa, non volerti incontrare, atto tremendo e privo di scrupoli: ognuno muore solo, titola Fallada (mi perdoni per averlo scomodato). L’attesa infatti, l’attesa di chi ama o crede di amare «è un incantesimo: io ho avuto l’ordine di non muovermi». Ci vuole fede per uscirne o negazione di Dio: alcuni sperano ancora in un segnale infilandosi in spirali pericolosissime – quanto mi ha strozzato, quanto, «la meccanica del vassallaggio amoroso» – mentre altri, paralizzati dall’assenza di lei o di lui, restano lì incastrati, fermi, in una stasi purgatoriale che non ha di certo la prospettiva dantesca del meglio a venire.

Bisogna continuare? La presa di coscienza come ultima difesa del sé (e della propria dignità, se ancora ne resta)

Barthes tira in mezzo la morale: si interroga sulle cose che, «senza rimpianti e tentennamenti», si possono mettere in campo per uscire dal pantano. Io credo che Christian, reo di aver pochi soldi a fine mese e di spenderli anche male – ancora un tipo della Marvel, questa volta Spiderman nella misura di una maschera – non abbia mai letto questo libro eppure sia più saggio di me e di tutti: davanti all’ennesimo sopruso, all’ennesimo patire, al nuovo filmato che getta scoramento compie – per un momento – un atto nodale che manda in crisi l’intero programma. Non voglio più vedere, dice, sospendendo la pornografia del dolore, decidendo che macerarsi non ha senso, che le cose sono abbastanza evidenti a tutto e a tutti. Ecco, forse, l’unica forma di eroismo possibile: quella della rinuncia. Non è detto che si «muoia di dolore», ma si può di sicuro, se si riesce ad arrivare così in alto, «constatare l’Insopportabile»: questo ragazzo fa una cosa che tutti quelli che hanno deciso di restare inzuppati nel patire, comodi nel non tirarsi fuori, incastrati nel gioco amoroso non hanno avuto la forza di fare – domandarsi. Come un novello Truman, prima di chiedersi o meno se il gioco abbia senso e se ne si possa restare all’interno, chiede a sé e a tutti noi che lo spiamo, vergognosi, ribaltando su di lui il nostro patire: l’amore così funziona? O sono io che non ci ho capito un cazzo?

Ecco, direbbe Albino Pierro, la morte. Ecco perché il programma dovrebbe finire a pagina uno, con gli sposi non promessi e non sposati e con i Rodrigo di turno vincitori: perché qui non c’è niente, niente di niente, solo un vuoto enorme in cui non puoi far altro che sperare che un giorno ti svegli e riesci a smetterla di gridare. In cui magari un giorno ti svegli e capisci di essere guarito da quella cosa che ti ammazzava. In cui magari un giorno comprendi che non era amore, non più, ma la somma degli errori tuoi e di quelli di qualche altro sventurato come te: «io e te siamo diventati orribili» dice Sara a Gabriele.
Mentre lo dice, piange a dismisura.




In copertina: Temptation Island 2026, prima puntata

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