09.03.2026

Shakespeare è nostro

Scegliere fra la vendetta e l’amore. Su “Gertrude”, una riscrittura di Shakespeare

Al teatro Torlonia di Roma è in scena fino al quindici marzo una variazione dell’Amleto di Shakespeare, Gertrude, dal nome della madre del principe Amleto. Shakespeare era – come chiunque di noi – un uomo del proprio tempo. Perciò quando scriveva doveva fare fronte non soltanto al pubblico ma anche al mondo storico e intellettuale che lo circondava. Nel momento in cui è in scena The Tragedy of Hamlet, Prince of Denmark, a inizio del sedicesimo secolo, gli inglesi hanno ancora ben presente lo scandalo che investì la madre di re Giacomo, Mary, che difatti ricorda proprio la trama del dramma di Shakespeare.

Ed è forse da qui che nasce il dramma del principe Amleto, in cui il re muore assassinato e la madre va a nozze proprio con l’assassinio, che poi è il fratello del re, mentre l’eroe di Shakespeare, Amleto, si dispera e medita la sua vendetta, ispirato dal fantasma del padre. Tuttavia le colpe – e di conseguenza il personaggio – della madre, di Gertrude, non sono mai davvero affrontate dal principe, forse anche a causa delle similitudini con la vicenda della madre di re Giacomo (come osserva Carl Schmitt in Amleto o Ecuba, Il Mulino, 2012). Se c’è del marcio in Danimarca, è altresì certo che ce ne sia pure in Inghilterra; ma Shakespeare preferisce essere prudente e lasciare la sua regina in disparte, probabilmente per evitare la censura.
Gertrude quindi parla poco; la sua tragedia non viene messa in mostra nell’Amleto. «Fragilità, il tuo nome è donna» dice il principe, e con questo sembra quasi giustificare il comportamento della madre. Se la regina è a tratti oscena, se soffre, se è più di quanto dica il figlio, se insomma il suo cuore nasconde un tumulto che stenta a rivelarsi appieno, Shakespeare non ne rende conto al pubblico. Non può. Non vuole. Ed è qui che entriamo in scena noi, suoi spettatori postumi.
Le grandi opere del passato sono state scritte anche per essere ravvivate nel presente, perché la letteratura non va mai racchiusa in una teca museale ed è anzi tanto più grande quanto più è malleabile e a noi contemporanea. Shakespeare perciò è nostro; nostri sono i suoi personaggi; nostre sono le opere che amiamo. I grandi autori non temono riscritture.

In questi giorni è quindi in scena il dramma della madre del principe, Gertrude, al teatro Torlonia di Roma, scritto da Annalisa De Simone, con la regia di Mario Scandale. È un’opera che vibra di passione e furore, fra i tumulti del cuore e il raziocinio della mente. Nel dramma il personaggio di Amleto non compare, e toglierlo di scena è una pretesa che intriga e una scommessa vinta, perché di colpo il principe diventa come suo padre: uno spettro, un’ombra, talora una minaccia.
I personaggi – Gertrude, Ofelia, Laerte, Claudio – a momenti sono spaventati dal principe. La tenera e vibrante e poi meravigliosamente folle Ofelia (Arianna Pozzi) strappa le lettere dell’amato e le getta in aria come coriandoli, a mo’ di sfida. «Sii audace, è nostro diritto esserlo» le ha detto la regina, che tenta per l’appunto di far valere i diritti del proprio amore su una realtà che sembra invece negarglieli, mentre Claudio l’ha avvertita: «Abbi paura.» 

Gertrude

Però il dramma – e in particolare il rapporto fra Claudio e Gertrude – ci porta innanzitutto a chiederci se sia possibile l’amore per chi detiene il potere. O forse il potere, come la gelosia per lo Iago di Shakespeare, è «un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre»? O il crimine di Claudio e Gertrude – posto che Gertrude sia colpevole – ha dato loro sì il trono ma non la fugace liberazione dell’eros e la quiete di appagare i loro sentimenti? A un certo punto c’è un orgasmo gridato che sembra quasi un momento di morte. Tormentata dal suo essere costantemente in bilico – in bilico più che in equilibrio –, forse la regina non può davvero amare. Ofelia, al contrario, ama e impazzisce e poi muore, si uccide. L’amore si uccide.

Gertrude, Mascia Musy, riesce a far convivere nel proprio corpo l’autorità di una regina che vuole vivere con lo sgomento di una madre e moglie e vedova che vuole ancora amare. Di fatto il diritto all’amore potrebbe essere uno dei cardini del dramma di Annalisa De Simone. Per chi ama e si concede all’altro, l’amore è una dichiarazione non soltanto di esistenza ma anche di dignità. Chi ama è, mentre chi non ama non può essere, non pienamente. Si torna perciò al monologo di Amleto: essere, non essere, morire, dormire, forse sognare…

Se Gertrude e Ofelia sono le protagoniste del dramma, Claudio e Laerte (Jonathan Lazzini e Domenico Pincerne) non vivono però nella loro ombra e tentano di farsi valere sulle loro antagoniste. I momenti più toccanti del dramma sono – forse perché siamo “giovani” – i raffronti fra Ofelia e Laerte, cioè fra l’amore e la vendetta. Quanto a Gertrude e Claudio, nel loro caso si impone, vale la pena ripeterlo, il dilemma del potere e di ciò che esso significa per chi osa detenerlo. Quindi: il potente può amare? O il potere respinge i sentimenti perché troppo “fragili”, volubili? Ma anche: la donna può detenere il potere? O è lei stessa troppo “fragile”, come sostiene Amleto?

In Gertrude c’è però molto altro. La regia di Mario Scandale gioca pure con l’acqua, che sia quella della piscina o del mare all’orizzonte o magari il tanto vino tracannato dal re e dalla regina. Poi ci sono varie citazioni di Shakespeare, ma anche il folgorante incipit di Orgoglio e pregiudizio gridato da Ofelia quando è folle, un piccolo capovolgimento temporale che ci ha divertito (e poco dopo Ofelia dice: «Neanche la vendetta può colmare quello che si agita dentro di me», e ciò che si agita in lei è il vuoto). Inoltre occorre sottolineare gli effetti sonori e la musica, che a tratti – per l’emozione o per lo spavento – commuovono o fanno venire la pelle d’oca. Nel dramma ci sono un paio di grandi momenti scenici in cui le emozioni, i movimenti, le ombre, le luci, paiono tenersi su pur essendo sul punto di andare in frantumi.

Da ultimo si esce dal teatro con qualche domanda. L’acqua putrida sommergerà ogni cosa? Possiamo proteggerci dai nostri legittimi desideri? È possibile per una donna (o per un uomo) esercitare il potere e al contempo amare? Il palcoscenico non impone nessuna risposta, ed è bene che sia così. Se la regina ama, se la regina si strugge, se in Gertrude tutti paiono ossessionati da pulsioni di amore o vendetta o paura o morte, lo spettatore deve fare fronte a sua volta ai propri sentimenti, alla nostra sconsideratezza umana, troppo umana, come i personaggi di Shakespeare. Vale la pena vedere il dramma un paio di volte; fortunato chi di noi potrà farlo.


Foto di scena: Manuela Giusto

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